cinema

Oppenheimer, o l’epica americana dell’atomica

Un vero filmone all’americana, lungo tre ore, con tutta l’epica a stelle e strisce, musiche incalzanti comprese. Oppenheimer ha preso il testimone di Barbie e sbanca al botteghino. La pellicola racconta la storia dello scienziato newyorkese padre del progetto Manhattan, il programma che condusse alla bomba atomica. Il regista Christopher Nolan mette assieme due piani: la ricostruzione storica (della vita dello scienziato, degli anni a Los Alamos, e del processo postbellico) e i dubbi etici di Oppenheimer. Sono praticamente due film separati, entrambi girati bene, ma che sommati  appesantiscono l’insieme. Nolan avrebbe potuto concentrarsi su uno solo dei due aspetti , ma avrebbe perso la patente epica a cui probabilmente teneva.

Cillian Murphy nei panni di Oppenheimer è credibile, riuscendo a immedesimarsi in tutte le stagioni della vita del fisico con naturalezza, e a renderne evidente chiarezza di pensiero, capacità organizzative e abilità di piazzista , come gli rinfaccerà un collega (“Sei un piazzista della scienza”).

Chi non conosceva la vicenda di Oppenheimer nei dettagli (come il sottoscritto) esce dalla sala arricchito, e con più di una domanda. Se è certo che un ordigno nucleare sarebbe prima o poi stato costruito da qualcuno, il film si chiede giustamente se fosse necessario sganciarlo su Hiroshima e Nagasaki, al prezzo di una carneficina di civili innocenti, quando peraltro il Giappone stava già segretamente trattando una resa. La posizione di Nolan sfuma verso il no, e tratteggia in pochi istanti la realtà di un Paese dotato di enorme potenza bellica ma guidato da una figura priva di cultura (Truman). Corsi e ricorsi della storia.

Nel complesso, a mio parere, il film dura mezz’ora di troppo ma è godibile. Un lavoro accurato, non la pellicola del decennio, ma questo potremo dirlo con cognizione di causa solo a posteriori. Francamente mi ha sorpreso vedere la sala strapiena (ed era la versione in lingua originale, con sottotitoli: tutte esaurite le altre proiezioni). Potere del marketing, del caldo o il segnale di un rinnovato interesse per la scienza in tempi dilaniati dal conflitt tra ricerca ed etica? Il tema era già stato sfiorato da Don’t look up l’anno scorso, e probabilmente segna la nostra epoca più di molti altri.

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cinema

Il Principe, di Beatrice Borromeo

Il principe è la nuova serie di Netflix diretta da Beatrice Borromeo e dedicata a Vittorio Emanuele di Savoia. La donna torna sulle scene dopo il matrimonio con il monegasco Pierre Casiraghi. L’ho guardata ieri sera. Cosa ne penso? Ben confezionata dal punto di vista tecnico e del montaggio, lascia molto a desiderare da quello giornalistico. A partire dall’errore principale: la regista omette di specificare il proprio profondo coinvolgimento familiare nella storia. La madre Paola Marzotto è intervistata più volte, ed era presente all’omicidio di Dirk Hamer, attorno a cui ruota la vicenda. Gli amici ( anche loro intervistati) sono tutti suoi, il gruppo con cui trascorreva le vacanze. Birgit, coraggiosa sorella di Dirk che si è ostinata a cercare la verità, è stata, e forse è ancora, tra le migliori amiche di Paola. 

Vittorio Emanuele non sarà mai simpatico (al contrario del figlio, che a me personalmente piace). Probabilmente ha ucciso per sbaglio ed eccesso d’impeto una persona innocente, e non ha pagato il debito con la giustizia. Ma il girato lascia l’impressione che sia stato attirato in trappola. Insomma, non parlerei nemmeno di docuserie; piuttosto, di invettiva. Quello di Borromeo è un prodotto se vogliamo promettente, ma acerbo, che sarebbe accettabile da una giornalista ventenne (quale lei è stata) ma non da una professionista di quaranta. Su un argomento semplice, per chi gode di certe entrature, che non ha richiesto grossi sforzi: probabilmente è bastato alzare il telefono, e l’entourage ( principe compreso) ha risposto.

Peccato, perché c’erano margine e le premesse per fare un lavoro diverso. Mi resta l’idea che alla regista sia mancata una guida. Che questo sia, insomma, il vezzo di una quarantenne desiderosa di rimettersi in gioco, ma senza troppa convinzione. E che per farlo, la via più semplice sia stata la ricerca del colpo a effetto. Piccolo spoiler: forse la cosa più interessante arriva alla fine, con la battuta su Juan Carlos.

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cronaca

Vent’anni senza Antonio Currà, vent’anni senza Toto

Vent’anni fa, in una sera d’estate come tante, un ragazzo italiano che si stava affacciando alla vita veniva accoltellato a morte a Copenaghen. La sua storia rimbalzò immediatamente sui telegiornali nazionali. Mentre il figlio ancora agonizzava, il padre, con forza d’animo ammirevole, chiese in lacrime di non colpevolizzare indiscriminatamente gli immigrati: gli assassini, infatti, erano d’origine turca, cresciuti nel ghetto di Norrebro.

Erano gli anni a ridosso dell’ 11 settembre, della rabbia e dell’orgoglio, dello scontro di civiltà. Quello del padre di Currà fu un messaggio di pace nel momento più difficile.

Quel ragazzo, Antonio Currà, lo conoscevo bene. Dopo la sua storia, il governo danese emanò una legge che ancora oggi vieta di girare per strada con addosso coltelli e armi da taglio. Non solo: la vicenda ruppe la narrazione di un nord Europa perfetto e immune dalle problematiche dell’integrazione che cominciavano ad affacciarsi sul resto del continente, almeno la parte che non aveva avuto esperienze coloniali.

C’è stato un processo, delle condanne. Gli assassini (minorenni) sono poi tornati in Turchia, dove pare uno abbia ucciso a propria volta l’altro.

Quella notte a Copenhagen mi ha sempre portato alla mente i versi di De André, nel Testamento di Tito: “[…] con un coltello piantato nel fianco/gridai la mia pena e il suo nome/ma forse era stanco, forse troppo occupato/e non ascoltò il mio dolore/ ma forse era stanco forse troppo lontano, davvero lo nominai invano“.

Ieri la sorella Rossana ha scelto di condividere il ricordo di Antonio in pubblico e di celebrarlo con un concorso di poesia per adolescenti, con l’aiuto dei comuni di Monza e Villasanta. Rivolto agli studenti delle scuole superiori, si tratterà di scrivere testi rap, musica amata dal giovane brianzolo. Tema, il viaggio; in palio, un biglietto interrail, come quello che aveva in tasca lui. E così una storia come quella di Toto, seppur tragica, vent’anni dopo potrà finalmente diventare l’occasione per fare germogliare un seme nuovo.

[nella foto, un testo rap scritto da Antonio e uno degli ultimi ritratti]

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esteri

A tre ore da Mosca

Un dettaglio. Prighozin è arrivato a duecento chilometri da Mosca in meno di 24 ore. Può succedere perché non ci sono barriere fisiche a difendere la capitale, solo una sterminata pianura. Questo spiega l’ossessione, sempiterna, di Mosca per il confine occidentale. Inutile ribadire quanto l’invasione di Putin sia stata criminale. Ma , se c’è un portato su cui si può concordare nella girandola di supposizioni di queste ore, quasi nessuna corroborata da fatti, è che l’Ucraina nella Nato resta una pessima idea, così come pure l’ingresso di Svezia e Finlandia. Il Paese, se vorrà (e se ne avrà i requisiti), potrà entrare nell’Unione Europea, accedere al mercato unico, ai fondi per la ricostruzione e lo sviluppo; ma per la Nato, il discorso è molto differente. Kiev, per la posizione geografica che la colloca a fianco di una potenza nucleare, ha il destino, tragico, di restare neutrale. Deve essere tutelata dalla comunità internazionale, che fa bene ad aiutare la resistenza; ma senza cedere alla richiesta di un ingresso in una alleanza per propria natura militare, che significherebbe piazzare i carri armati occidentali a poche ore da Mosca. Non è giusto, da un punto di vista filosofico, ma è pragmatico, e le relazioni internazionali, piaccia o meno, funzionano così. Da sempre.

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cronaca, politica

La fine del sogno

Adesso che se ne sono andati i cronisti, attorno a mezzanotte c’è solo silenzio ad Arcore, piccolo borgo brianzolo divenuto noto negli anni per essere residenza del defunto. Di fronte alla villa che fu di Berlusconi, e che ne è diventata la tomba, le corone di fiori, le maglie da calcio, le foto. Una villa maledetta per la storia della povera erede Casati Stampa; una dimora divenuta, poi, simbolo di potere e riservatezza e poi ancora gaudenza, con quelle siepi impenetrabili oltre cui, per chi come chi scrive viveva lì vicino, l’immaginazione disegnava scenari fantastici, leopardiani.

Mi sono sempre chiesto come potesse la gente votarlo, quando, razionalmente, era assurdo, soprattutto per i poveri. L’ho capito, forse, meglio ieri sera.

Raccolgo un blocco, la grafia leggera, giace in mezzo ai fiori. “Caro presidente, ho 25 anni, e sono felice di aver fatto in tempo a votarla due volte” scrive un giovane. “Non ci siamo mai conosciuti se non attraverso la televisione: ma, dopo la sua morte, mi sento orfana per la seconda volta” piange una signora in stampatello rosso.

Le parole che ricorrono nelle dediche sono sempre le stesse: sogno, entusiasmo, speranza. Nei pensieri dei poveri che votavano Berlusconi – invece che a sinistra, come si converrebbe – di razionale c’era poco. Era piuttosto la ricerca di un’Italia da anni Cinquanta a muoverli, quella del boom economico, dove tutto pareva possibile e un Paese di analfabeti diventava la settima potenza del mondo.

Sul ruolo di Berlusconi si pronunceranno gli storici. Il cronista deve limitarsi a registrare che si è trattato di un’illusione. Ma una tale professione di affetto non può lasciare indifferenti. Saranno almeno trenta metri densi di storie calcistiche e politiche, che a leggerle tutte ci si impiega un’ora, con qualche occhiataccia delle pattuglie dei carabinieri di posta di fronte al cancello. Con qualche esagerazione ( “Nobel per la pace postumo”), ma non è il caso di sottilizzare.

Ogni tanto si ferma una macchina. Qualcuno scende per portare un saluto. Guarda un istante, si lascia colpire dall’impatto visivo di questo accrocchio. Rumore di sportelli, rimette in moto, parte. Su Arcore cala di nuovo il silenzio , come una coltre spessa che avvolge le siepi e l’erba umide.

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cronaca, politica

Berlusconi, ritratto di un leader controverso

Ha segnato cinquant’anni di storia italiana. Se ne va in silenzio in un letto d’ospedale, tutto il contrario di una vita trascorsa sotto le luci dei palcoscenici che, di volta in volta, si era scelto. E dove aveva trionfato. Prima l’imprenditoria, poi il calcio, infine la politica. Controverso, ma vincente. Spregiudicato, ma simpatico. Circondato da una pletora di cortigiani, ma solo, come raccontato nel Loro di Paolo Sorrentino, forse il miglior ritratto dell’uomo nato all’Isola, quartiere milanese ai tempi non ancora gentrificato, e vissuto ad Arcore, in quella Villa San Martino che del suo potere divenne il simbolo. Non compì mai la rivoluzione liberale che aveva promesso, troppo occupato a difendersi nei processi che lo videro imputato, e da cui riuscì quasi sempre a salvarsi. Silvio Berlusconi appartiene a un’epoca della storia nazionale in cui complicità inconfessabili erano tollerate nel nome della stabilità dello Stato. Chissà se a ragione. Chi è venuto dopo è suo figlio, e spesso lo ha fatto rimpiangere. Come figlia sua è l’Italia di oggi, plasmata dalle televisioni, dal suo ottimismo illogico, dal suo populismo da bandana. Si spegne solo, in quel San Raffaele che, anch’esso, era una sua creatura. I vecchi lo sentono vicino, i giovani non lo odiano più. Resta, in quelli di mezzo , l’acredine, spesso stemperata dall’oblio. Lo disse lui di Gheddafi: sic transit gloria mundi.

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cinema, politica

Esterno notte, il sequestro Moro visto da Marco Bellocchio

Esterno notte, la serie di Marco Bellocchio sul rapimento Moro, tratteggia bene l’atmosfera, lo smarrimento, la ricerca di senso degli anni del terrorismo,  quando i riferimenti sono caduti uno dopo l’altro sotto i colpi della contestazione ed è necessario sostituirli con qualcos’altro per non rischiare di fare un passo indietro all’ancien regime. Per alcuni, anche a prezzo del sangue.

Dopo il ’68 e le sue molte liberazioni ( dalla famiglia, dalla scuola, dalle ipocrisie della società), nel ’69 la strage di piazza Fontana riporta il Paese con i piedi per terra. Il fronte del lavoro si dimostrerà un terreno  più difficile di altri: in un’epoca ancora contraddistinta dalla produzione industriale di massa, fabbrica, catena di montaggio, capireparto rappresentano il polo di un dualismo tra cui è difficile scegliere: da una parte il salario e la possibilità di acquistare i nuovi prodotti del benessere consumistico, dal giradischi all’automobile; dall’altra, la vita greve, fatta di abusi quasi ottocenteschi ben documentati nelle cronache sindacali di quegli anni.

Le lotte operaie conducono allo Statuto dei lavoratori nel 1970, traguardo storico cui ancora oggi si fa riferimento; rileggerlo è utile per comprendere quale fosse la condizione all’epoca. I colletti bianchi non stavano poi molto meglio: la satira sociale di Paolo Villaggio ne descrive la frustrazione, la “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè anche.

Ma è negli atenei che comincia l’elaborazione di una teoria più o meno organica. In alcuni gruppi comincia a  farsi strada l’idea che è possibile sottrarsi all’imperialismo americano figlio della guerra mondiale e del piano Marshall (l’Italia è un Paese “a sovranità limitata”), al giogo dei padroni e alla dittatura delle multinazionali, tutto in un colpo solo. La risposta, per alcuni, è la lotta armata.

Tra le tante sigle che nascono in quegli anni, ci sono le Brigate Rosse, che imbracciano il mitra quasi subito.

Sono tempi convulsi. Non c’è solo la lotta di classe. Numerose sono le questioni economiche e sociali aperte. Mentre alla radio suonano i Led Zeppelin e Santana, al ’73 risale lo shock petrolifero, che porta alle domeniche a piedi, all’austerity, ma anche a realizzare come, ancora una volta, le crisi colpiscano più forte chi ha di meno.

La droga diventa un problema serio: Lilly, splendido brano di Antonello Venditti, descrive la storia di una ragazza di belle speranze finita nel giro sbagliato.

Si discute aspramente di conquiste sociali come divorzio e aborto, un confronto serrato in un Paese cattolico che, sin dalla proclamazione della Repubblica, è guidato dalla Democrazia Cristiana, ma che conta il Partito Comunista più forte dell’Occidente.

In questo clima, le Br cominciano a rapire e ferire ostaggi selezionati in maniera strategica prevalentemente al Nord industriale: dirigenti pubblici, manager d’azienda, magistrati, fino alla nascita della colonna romana e all’ “attacco al cuore della Stato” attorno al ’75. Al ’78 risale il sequestro di Aldo Moro, che voleva realizzare un storico compromesso tra Dc e comunisti. Personaggio mite ma potente e ben inserito negli apparati statali, il presidente della Dc viene rapito e ucciso in 55 giorni. Non senza opposizione interna nell’organizzazione fondata da Renato Curcio (all’epoca già in galera), e mentre buona parte del Paese scende in piazza per chiederne la liberazione.

La serie di Bellocchio racconta quei due mesi con dovizia di particolari e diversi punti di vista. C’è quello della famiglia – che, nel privato, non riesce a cogliere la grandezza pubblica di Moro – , quello della politica (la crisi del delfino Cossiga , allora ministro dell’Interno; la freddezza di Andreotti; i dubbi sulla linea della fermezza), e naturalmente quello dei terroristi, di cui vengono tratteggiate psicologie e motivazioni,  non sempre inappuntabili dal punto di vista della lotta. C’è anche il Papa, con la sua influenza nelle cose italiane.

Scenografie perfette, dialoghi serrati, una ricostruzione storica che mi pare fedele. Lungo il corso delle sei puntate si viene trasportati dalla regia di Bellocchio negli anni Settanta. I grandi nomi (Toni Servillo e Margherita Buy) ci sono, fanno cartellone ma non sono centrali. La vera star è Fabrizio Gifuni, che interpreta un Aldo Moro drammaticamente reale, disegnandone la personalità delicata ma ferma, la paura, e l’incontro con sentimenti che non credeva di poter provare; quindi, in definitiva, l’umanità. E poi Fausto Russo Alesi (Cossiga), capace di rendere benissimo la caratteristica inflessione sarda del politico, assieme alla ciclotimia e ai tormenti.

Il giudizio di Bellocchio è netto, ma non pedante.

Sono sei puntate su Netflix, poteva essercene forse una in meno, ma è una serie appassionante, non pesante, e da vedere. Nota conclusiva, la sigla iniziale ha un tema che mi è piaciuto molto.

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ambiente, cronaca, sostenibilità

Alluvione in Romagna, non sempre c’è un colpevole

Proviamo a fare il punto a mente un po’ più lucida su questi giorni di alluvioni e disastri in Romagna. Tanti – e anche molti giornali – parlano di urbanistica, consumo di suolo, di responsabilità delle amministrazioni: ma è solo una parte del problema, un altro modo per buttarla in politica, o in caciara.

Le alluvioni ci sono sempre state; l’aumento della frequenza è attribuibile al riscaldamento globale. Ciò premesso, certamente le politiche di gestione del territorio possono aiutare a controllarne gli effetti; ma non si può impedire agli eventi di verificarsi, lasciando passare il concetto (tristemente giornalistico) del “mai più”, come qualcuno si fosse dimenticato di spegnere l’interruttore. La natura non funziona così. Ha sempre colpito con violenza, e di fronte alla potenza degli elementi siamo stati – e restiamo – piccoli. Anche quando crediamo di poterla dominare. Anche se a una società senza dolore piacerebbe che esistesse una leva da tirare per potersi liberare di questi fastidiosi imprevisti.

Non solo. Occorre un po’ di onestà intellettuale. L’agricoltura, come quella praticata in Romagna, consente al nostro Paese di avere grande disponibilità di prodotti di qualità a prezzi accettabili; fatevi un giro all’estero per capire cosa significa mangiare melanzane che non sanno di nulla, o seguire, per una vita, una dieta a base di carne e patate. Prendersela con la coltivazione intensiva senza sapere di cosa si sta parlando non rende onore all’intelligenza di chi pontifica. Il nostro stile di vita, quello che amiamo perché così piacevole, passa innanzitutto dal cibo. Senza agricoltura intensiva, ci troveremmo pomodori a 15 euro, e a poterseli permettere sarebbero solo i ricchi. Il fatto che a Milano e Londra già accada non significa che sia un buon esempio. Ragionare così è una mancanza di rispetto per chi di agricoltura vive, senza guadagni spropositati, e nelle ultime settimane ha perso molto. Certo, il suolo può essere usato meglio di oggi; ma serve tempo per rompere gli schemi consolidati, per insegnare nuove tecniche, insomma, per imparare. E la storia dell’umanità insegna che un solo grande evento avverso vale più di mille ragionamenti, di migliaia di pagine e discorsi.

Terzo punto. Mi pare di aver letto – ma potrei sbagliare – che solo il 5% delle abitazioni in Italia sia provvisto di un’assicurazione contro i rischi di questo tipo. Forse converrebbe cominciare a pensarci. Anche perché, in maniera tutto sommato controintuitiva, le compagnie hanno tutto l’interesse a lottare contro il cambiamento climatico: liquidano danni per decine di miliardi l’anno a causa degli eventi estremi, e la cosa inizia a pesare sui conti. Con la massa di capitali di cui dispongono, sono un ottimo alleato per portare avanti le negoziazioni dove conta, cioè a livello internazionale, dove si decidono le sorti delle nostre economie, e del futuro, anche climatico. Sia chiaro: le assicurazioni non agiscono e non agiranno mai per filantropia: è mero interesse, che però andrebbe sfruttato. Anche pungolandole quando fanno greenwashing, come non di rado accade.

In definitiva, migliorare l’adattamento si può, ma nessuno – nessuno – potrà garantire che tragedie del genere non accadano più. Meglio prepararsi al futuro tenendo conto dei vincoli, economici e non solo, che abbiamo. Vogliamo andare su Marte, ma restiamo sempre piccoli rispetto all’universo. I giornali non aiutano a ristabilire le proporzioni. Per me il consiglio resta il solito: disintossichiamoci dalle news. Soprattutto quelle online.

(foto Lapresse, a dispozione per rimuoverla)

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politica, sostenibilità, sport

La “nuova Napoli” post scudetto è già vecchia

Qualche giorno fa ho scritto un post su Napoli, chiedendomi che futuro avrà la città, se sarà l’ennesimo caso di gentrification e grandi eventi o riuscirà a proporre – meglio, a essere capofila – di un modello diverso di sviluppo, ora che è sulla cresta dell’onda. Mi aspettavo fosse necessario qualche mese, forse qualche anno per capirlo, e chiamavo in causa la politica, che dovrebbe governare certi fenomeni, senza limitarsi a spingere semplicemente sull’acceleratore. Invece non ci è voluto molto: la risposta si trova in queste dichiarazioni programmatiche del sindaco Manfredi (le trovate nelle due foto qui sotto). Napoli, dice, “inizia a essere città globale, guida dei Sud del mondo“. A me sembra roba da neuro, talmente populista da essere una macchietta. E non solo perché Napoli si trova indiscutibilmente a nord, del mondo.

Anche il resto delle affermazioni del primo cittadino è un inno alle worst practices globali (uso l’inglese manageriale in chiave ironica), un copia e incolla da Milano, che a sua volta copia e incolla da Barcellona, che copia e incolla da chissà chi. In una parola: grandi eventi, dalle dubbie ricadute sul territorio.

Tra un concerto dei Coldplay e uno di Bono, spiace rovinare la festa: ma chiedetevi a chi andranno i soldi che gireranno all’improvviso. Domandatevi se creeranno sviluppo umano in una città che ha bisogno di crescita diffusa, o incancreniranno le differenze, confermeranno i ghetti, alimenteranno ancora una volta appetiti puzzolenti e illegalità.

Pare che, di fronte all’abbondanza, la ragione abbia perso anche questa volta. Eppure, lo scudetto sarebbe stato un bel momento per fare dichiarazioni – queste sì, rivoluzionarie – diverse dal solito campionario trito e da parvenu (tranquilli, anche Milano lo è, in questa corsa alle metriche). Perché leader sono coloro che sanno dare voce al disagio. E sono capaci di andare controcorrente.

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cronaca, reportage, sostenibilità

Quale futuro per Napoli?

Questione di atmosfera, profumi, suoni, vociare: al viaggiatore giunto a Napoli, bastava scendere dal treno per capire di trovarsi all’ombra del Vesuvio. Ma l’altro giorno ho provato una sensazione diversa, di deja vu. In città per festeggiare lo scudetto – festa rimandata, peraltro – mi è sembrato, mai accaduto, di trovarmi in un posto simile a molti altri. Una Venezia, una Firenze, solo un po’ meno linda. Cosa accomuna queste città d’arte universali? Il sovraturismo, direi, che le ha rese quasi parodie, caricature di sé stesse.

Non è accaduto subito. Ci ho messo un po’ ad accorgermene, a decodificare quella sensazione. Ma camminando per le vie dei Quartieri Spagnoli invase da tifosi e bandiere, tra souvenir, chincaglieria e odore di fritto, mi è parso ci fosse meno spontaneità di una volta.

Intendiamoci, la gioia dei napoletani per la vittoria (quasi certa) dello scudetto è vera, viscerale. Nulla può spiegarla a chi non l’abbia avvicinata, magari a casa di amici di amici, dopo una conoscenza durata pochi minuti. Ci è accaduto al rione Sanità, “salvato”, dice un residente, “dalle telecamere a circuito chiuso”. Ma in questo caso siamo lontani dai riflettori.

In centro, tra i bassi, qualcosa non torna a chi conosce il capoluogo campano. Tutto è vero, eppure niente lo pare completamente. Come se l’anima pittoresca della città di Totò fosse stata colorata a tinte troppo brillanti; come dopo un filtro su Instagram, o in una foto dalla postproduzione eccessiva.  

Coordinamento, forse è questa la parola giusta, quello che stona. Al posto della confusione che è il marchio di fabbrica di una città che ha saputo elevare il caos ad arte, i festoni si succedono seguendo linee dalle geometrie sin troppo regolari. Degli storici locali in cui si veniva presi a maleparole se non ci si affrettava a liberare posto, restano tanti ristorantini ordinati e pronti per accogliere i turisti, con tavolinetti disposti in bella fila sui lastroni e menu in inglese più o meno perfetto. Ogni tanto qualche anziana si affaccia a spiare da dietro le imposte questo flusso che ha una fisionomia diversa da quella delle passeggiate domenicali di chi abita nei comuni della cintura: è lo sciame dei turisti vestiti alla stessa maniera, da Milano a Santorini, da Amsterdam a Londra. Stesse scarpe, stessi giubbotti, stessi telefoni. Largo Maradona, un anfratto tra i vicoli dedicato al compianto numero dieci celeste, è un luogo troppo ingenuo per essere vero, sovraccarico com’è di memorabilia, bandiere, dediche.  

Dove sta andando Napoli? Confesso di non avere una risposta.

Presto per parlare di gentrification, ma si tratta di fenomeni già visti altrove, che un amministratore deve tenere presenti.

Un amico, buon conoscitore della città, mi dice: si trova nel pieno di un vorticoso processo di sviluppo, non si può sapere ora dove e come finirà. In certi quartieri, aggiunge, prima era difficile anche pensare di mettere piede: bisogna ricordarselo, prima di giudicare.

Ha ragione, penso. Ma c’è qualcosa che ancora non mi convince, un dubbio che mi punge. Qualcosa di cui è difficile parlare, perché mancano il tempo e lo spazio per provare ad argomentare, e farlo espone alla replica – facile –  di chi contrappone sviluppo turistico e povertà. Napoli non ha forse il diritto di promuoversi e provare ad attirare i viaggiatori come le altre?

Certo che sì, ma forse dovrebbe confrontarsi con qualche domanda, ora che va di moda e Mare fuori è la serie tv più vista tra le decine che affollano i palinsesti. Di chi sono le attività che sorgono come funghi tra i vicoli? In che maniera il denaro che arriva dai turisti si redistribuisce sul territorio e diventa un’opportunità per il futuro dei residenti?

E ancora: che ne sarà, di questi residenti? Si è visto a Venezia, svuotata negli anni, trasformata in un enorme albergo. Potrebbe accadere anche qui.

Non vorrei che la città, una delle poche ad averne ancora una, perdesse la proprie identità.

La questione, tutto sommato, è vecchia, e forse bisogna rassegnarsi al fatto che prima o poi anche le (poche) realtà che hanno resistito cadranno nel gorgo dei selfie stick, degli occhiali a specchio, dei viaggi con le Hogan (abbiamo anche avuto giornalisti che ci sono andati in Ucraina, con le Hogan, se è per questo).  Eppure mi chiedo: possibile che non esista un modello diverso? Un modello di turismo che possa portare benessere senza sovraccaricare i quartieri, trasformandoli in luoghi da selfie, in fondo violentandoli? Pongo la domanda a chi ne sa più di me, perché mi è difficile rispondere.

Mi viene in mente Medellìn, in Colombia. Una città profondamente cambiata dai tempi di Pablo Escobar, che è diventata la più moderna del Paese, l’unica, ad esempio, ad avere una metropolitana. Ci sono aziende e un grande incubatore di startup per i giovani “talenti” che garantiscono copertine e articoli, uno dei quali vergato da chi scrive. E gli altri, i dimenticati? Agli angoli delle strade sono sdraiati i fumatori di crack, ombre senza speranza. Si può passeggiare – con una guida – per la Comuna 13, un sobborgo tra i più problematici; ma può facilmente capitare di essere rapinati, tranne nel lussuosissimo quartiere del Poblado, dove hamburgerie veg, cocktail bar e saloni di bellezza all’europea appartengono a individui poco raccomandabili. Alcuni dei quali, nostri connazionali.

Anche in Colombia emerge la contraddizione forse insanabile: il turismo, le carovane di turisti che sfilano tra le case della Comuna 13 sono mal sopportate dai residenti; ma rappresentano forse l’unica salvezza per i ragazzi che imparano le lingue su YouTube, hanno visto omicidi mentre andavano a scuola, e sognano un futuro in Europa quando si scambiano indirizzi e email con chi arriva. C’è la corruzione, il degrado, e la tensione verso il futuro, la modernità. Dove sta la verità?

Come si cambia – stavo per scrivere: si salva – una città senza snaturarla?

Certe scelte vanno fatte adesso che Napoli è di moda, e la sigla di Mare fuori la cantano anche a Milano sui tram.

Non vorrei che la città fosse svenduta alla speculazione di chi è sempre a caccia di nuove occasioni di investimento.

Non vorrei mai vedere, anche qui, i residenti storici cacciati dal centro perché i prezzi degli apppartamenti aumentano a causa degli affitti brevi, per finire in periferie destinate a restare ghetti. I riflettori accesi da una parte, le luci spente dall’altra. Fenomeni cui abbiamo già assistito. Non vorrei, insomma, che Napoli, che finora è rimasta un passo indietro, finisse per cedere e diventasse un’altra galleria di immagini da cartolina, che il turista si vede scorrere davanti, senza riuscire a coglierne l’anima e il dolore, che in quei vicoli è sempre esistito ed esiste. Insomma, che l’odore di un benessere improbabile proprio perché improvviso ne cancellasse l’umanità: ciò che da sempre la contraddistingue.

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