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Dove abbiamo sbagliato con Putin

Questa analisi di Federico Fubini, più di molte altre, rende ragione dell’ascesa dello zar Putin in Russia. Fubini sottolinea come l’altra metà delle responsabilità dell’Occidente nel conflitto ucraino (oltre all’ espansione della Nato verso est, che lui non condivide) fu il non aver aiutato la Russia con una sorta di piano Marshall nel 1991. Mosca fu mal consigliata durante la transizione dal comunismo alla democrazia da un pugno di economisti stranieri molto ascoltati da Eltsin (al punto da scrivere i decreti di quegli anni) ma troppo chiusi nel proprio iperuranio liberista per comprendere che il passaggio avrebbe dovuto necessariamente essere graduale. Invece si propose una terapia choc. All’inizio degli anni Novanta, la presenza americana a Mosca era forte. Una sorta di assalto alle spoglie dello sconfitto che a Fubini ricorda le onerose riparazioni di guerra imposte alla Germania dopo il 1918, e che ebbero come conseguenza l’ascesa di Hitler.

Il giornalista fa i nomi e dichiara di aver provato a contattare i protagonisti di quegli anni: senza esito.

Vale la pena di ricordare, per gli amanti delle semplificazioni, che cercare di ricostruire le cause dell’aggressione di Putin non significa appoggiarla o non sapere da che parte stare.

Ma, a mano a mano che la riflessione prende lucidità anche sui giornali più moderati, diventa chiaro che guerre future porranno essere evitate solo con un atteggiamento di vera cooperazione. Nella Mosca di inizio anni Novanta giravano leoni incravattati travestiti da agnelli con cattedra ad Harvard. Non ci fu aiuto. Dio solo sa cosa sarebbe stata l’Europa post 1945 senza il piano Marshall. Una lezione che dovremmo tenere a mente oggi, quando le ostilità, speriamo presto, saranno cessate.

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L'apertura del New York Times relega la sparatoria in secondo piano.
cronaca, esteri, giornalismo, media

La (solita) corsa al clic

Giornalismo è dare delle priorità. Un uomo spara in metro a New York: tutti i media italiani ci fanno le aperture. Capisco poco, forse ci hanno capito poco pure loro. Pare non sia terrorismo. Vado sul sito del New York Times: apre con la guerra in Ucraina. La notizia della sparatoria devo cercarla scrollando.

Ognuno tragga le conclusioni che vuole. La mia è che la corsa al clic, quella che abbiamo conosciuto col Covid e i vari, irrinunciabili casi di cronaca, ha colpito ancora.

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Rifugiati alla Stazione Ovest di Varsavia
esteri, guerra

Varsavia, la disperazione dei rifugiati

Tutti

La tensione, a Varsavia, si respira nell’aria. Fuori dalla stazione, per le vie del centro, ogni persona può essere un rifugiato. Ce ne sono di fronte ai cambiavalute, ai chioschi per strada. Che differenza con la periferia del Paese, le frontiere, dove i profughi arrivano a frotte, ma poi, altrettanto rapidamente, se ne vanno, portati via dai pullman dell’accoglienza.

La capitale polacca ricorda l’Italia dei primi tempi del Covid, l’”andrà tutto bene”, la solidarietà, gli applausi a mezzogiorno, le bandiere. Pareva dovesse durare in eterno, che fossimo destinati a grandi cose. Tutto finito nel giro di un paio di mesi. A pensarci adesso, ci si sente ridicoli per quei battimani convinti alle finestre, sguardi scambiati con vicini a cui non si è rivolta la parola per anni, l’idea che sì, da domani prenderemo un caffè assieme una volta ogni tanto, e chissà, magari nascerà un’amicizia. Infantile, ingenua pretesa di cambiare la natura umana. Che resta quella che è.

La Polonia è un paese in crescita rapida, rapidissima. La skyline del centro di Varsavia è meglio di quella di Milano. Torri altissime, vetro e acciaio, forme slanciate, architetture ardite. Uno sviluppo arrivato al prezzo di disuguaglianze, come sempre quando le cose accadono troppo in fretta. Agli yuppie incravattati, nelle città, fanno da contraltare tanti giovani insoddisfatti che tirano a campare.

La campagna è un altro mondo. Ferma, immutabile, ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen. La corsa verso l’Urbe biancorossa, cioè la capitale, attira come miele chi spera di farcela, mentre in chi resta alla periferia dell’impero cresce la frustrazione. Villaggi in cui non c’è nulla, una chiesa, qualche venditore di kebab, catene di supermercatini da pochi spicci aperti tutto il giorno e pure una parte della notte. I ristoranti sono ben nascosti, quasi ci si vergognasse a uscire, sorta di retaggio contadino, perché sprecare soldi se puoi mangiare a casa? Le macchine incidentate in Italia, quelle vecchie, finiscono qui, portate da qualche meccanico che le rimette in sesto quel tanto che basta a fare i bulli in piazza. Le vedi sfrecciare, le vecchie Bmw polverose col motore truccato e la marmitta bucata, sgasano di fronte a quattro gatti su vie dimenticate. I segni della frustrazione.

In questo contrasto tra nuovo benessere, mediocri certezze e povertà si annida l’innesco della bomba destinata a esplodere nei prossimi mesi. La Polonia rischia di diventare la nuova Libia, torme di migranti passano i confini e stazionano in attesa di capire che fare. Ma chi li accoglierà? La politica del paese di primo approdo, che ben conosciamo, vuole che debbano restare qui. C’è chi, come Boris Johnson, fomenta la guerra, ma poi ne ha presi solo cinquanta (cinquanta). Chi, come Salvini, viene in Polonia col fiuto dello sciacallo. A incontrare “gli imprenditori italiani” per “fare il punto” e vedere come aiutare i profughi. Lui che chiudeva i porti.

Oggi lo zloty polacco ha segnato un record, ne servono cinque per un dollaro. L’inflazione sta arrivando. La crisi pure. La Polonia è un paese nazionalista, che non ama gli stranieri. È ben lieta, mi racconta un imprenditore che il Paese lo conosce bene, di cedere quote di libertà se chi è al governo garantisce pulizia e ordine. Quelli che accolgono sono avanguardie. È il momentum, c’è empatia. Gli altri, quelli contro, per ora stanno a guardare. Per loro non c’è dramma. La guerra è solo un noioso grattacapo. Guai a chi tocca il lavoro. Un film già scritto, e già visto. La soluzione sarebbe una redistribuzione che, al momento, non c’è. Questa sarà la prossima crisi europea. E sarà nelle città, non, come ci piace credere, ai confini.

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esteri, guerra

Una bella storia

Vasil, il nome è di fantasia, è un bambino ucraino di sette mesi nato a luglio con gravi malformazioni. La breve esistenza l’ha trascorsa tutta tra le mura di un ospedale di Cernivtsi, Ucraina, dove aveva già subito la prima di tre operazioni; ma lunedì scorso il nosocomio ha chiuso, e il piccolo si è trovato fuori, e con un drenaggio nel corpicino. I due interventi programmati sono saltati, rimandati a data da destinarsi; che, nel suo caso, avrebbe potuto significare mai.

La nonna di Vasil era stata badante di quella di mia moglie fino a marzo scorso, quando l’anziana è venuta a mancare.

S., si chiama così, si è fatta apprezzare nei lunghi pomeriggi e notti di chi fa il suo mestiere. Dietro ai modi bruschi si celava una persona di cuore, gran lavoratrice, sempre disponibile.

Dopo molti anni passati in Italia, nei mesi scorsi è finalmente tornata in Ucraina dalla figlia, vicino alla frontiera con la Romania.

Così, quando ha avuto bisogno di aiuto, ha provato a ricontattare la famiglia con cui (e sottolineo il “con”) aveva lavorato.

C’era la possibilità di far operare il bambino in Italia, ma prima bisognava tirarlo fuori dall’Ucraina.

Credete fosse difficile solo per la guerra? No. Provate a lasciare il vostro paese dove fino a due settimane fa andavate a prendere il caffè senza pensieri, a piantare in asso la vostra vita per andare in un altrove indefinito, incontro a un destino che non conoscete.

La faccio breve. La notizia l’abbiamo avuto venerdì; mia moglie – una che lavora 14 ore al giorno – ha passato il weekend al telefono. Ha raccontato la lunga storia scrivendo un testo in inglese in cui spiegava la gravità della situazione, che quel bambino doveva uscire ma non poteva sopportare i quindici chilometri di coda al gelo alla frontiera.

Il passaparola è servito. Tanti si sono offerti di dare una mano. La collega Paola Nurnberg, che si trova a Cernivtsi per la Radio Svizzera, si è spesa molto più di quanto ci saremmo aspettati.

Morale della favola, siamo riusciti a tirar fuori il bambino: nel pomeriggio di ieri Vasil è transitato a Siret, in Romania, dove è stato preso in consegna da un medico del Policlinico di Milano, lì come volontario, che ha organizzato il trasporto in Lombardia. All’ombra del Duomo il piccolo sarà operato.

In questa vicenda si sono intrecciati l’orgoglio, tenacia, la disperazione, la paura di lasciare i propri cari, la tentazione di accettare il destino come viene, lasciandosi vivere. Giulia non ha mai mollato, provando a convincere, e alla fine riuscendoci, madre e figlio a tentare. La nonna no: è rimasta a casa con l’anziana madre.

Ora comincia un capitolo nuovo, non facile; ma il piccolo, che ha conosciuto solo dolore, ha una speranza.

Viene da chiedersi con che criterio siano distribuite le fatiche in questa esistenza. La fede aiuta, forse, ad accettare. Ma le storie, più brutte di quello che possiamo immaginare, sono di fianco a noi. Così come la possibilità di fare qualcosa per cambiarne il corso.

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Il confine tra Polonia e Ucraina a Dolhobyczow
esteri, guerra

Di là la guerra, di qua la calma

Di là la guerra, di qua la calma. Confine tra Polonia e Ucraina. Ci si arriva dopo decine di chilometri di pianure che devono essere coltivate a grano, terreno arato e nero. Si guida nel nulla, villaggi di poche case, nei giardini attrezzi da lavoro, materiale agricolo. Neanche un ristorante per ore, un caffè. L’unico luogo attorno a cui si vede gente sono le chiese, sparse.

La frontiera a Dolhobyczow è una bolgia. Donne, anziani e bambini. Gli uomini sono precettati, e devono restare di là. Valigie, peluche, buste di plastica. I volontari allestiscono banchetti, qualcuno accende un fuoco per scaldarsi. La polizia polacca osserva senza interferire. C’è un appendiabiti da negozio con i vestiti offerti dalla popolazione. E stanchezza, a cinquanta metri dalla frontiera, e dopo quindici chilometri di coda prima di passare il valico.

Ma, e forse è strano dirlo, le scene peggiori le abbiamo viste a Varsavia. In città. Quando l’adrenalina è scesa, e nell’immensa stazione i corpi di questi migranti biondi e dagli occhi chiari si gettano a terra e realizzano di essersi appena lasciati alle spalle, forse per sempre, la vita che conoscevano. E non sapere cosa fare nell’altra.

Vicino alla frontiera, l’abbraccio dei soccorritori è un rapido conforto, ricorda quello dei calciatori sostituiti, quando vengono ricoperti da giacconi termici prima di infilarsi nello spogliatoio. A chi arriva viene offerta una tazza di tè, dolciumi, pane, quello che c’è. Poco, forse, ma basta per prolungare la trance.

Ma è nell’ampio salone della stazione della capitale, sdraiati per terra, che capiscono di essere soli. Che il sostegno finirà, forse è già finito, nonostante le ong operino anche qui.

Il mare di cemento che si spalanca davanti, treni che hanno destinazioni sconosciute, personale che parla una lingua incomprensibile. Cellulari che non funzionano.

Non tutti hanno parenti, non tutti hanno le competenze che servono a trovarsi un lavoro. Molti parlano a malapena l’ucraino, figuriamoci l’inglese. E hanno solo le braccia, bestie da fatica alla mercè di chi potrà sfruttarli.

Basta poco a immaginare cosa accadrà. Si offriranno sul mercato per il venti, il trenta, a volte il cinquanta per cento in meno dei locali, e troveranno chi accetta di farli lavorare in nero. Sono già due milioni gli ucraini in Polonia: se ognuno porta due persone diventeranno sei, in un paese, la Polonia, che di abitanti ne conta quaranta milioni. E non ama gli stranieri. È una bomba ad orologeria. Chi fa assistenza si attende il peggio nei prossimi mesi. E il futuro lo sintetizza così: l’aiuto ai rifugiati sarà una maratona, non uno sprint.

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cronaca, esteri, guerra

Una notte a Lodz, Polonia, tra paura della guerra e voglia di vivere

Una bandiera ucraina, come un lungo serpente da oltre cento metri, sfila per Piotrkovska, la strada pedonale più lunga d’Europa. Siamo a Lodz, terza città della Polonia. I quattro chilometri dell’ampia arteria tagliano in due l’abitato; ai tempi del comunismo, segnavano lo spartiacque tra il Vecchio Mondo, con la mesta sede del partito, e il Nuovo, con le prime luci al neon. Oggi sono il cuore di una città postindustriale che si sta lasciando alle spalle il passato e non ha niente da invidiare a quelle europee. Stessi negozi, stessi bar alla moda, stesse pettinature.

Il corteo si allunga sotto la neve. Sfilano polacchi e tanti ucraini (nel Paese sono due milioni). Per le strade chiedono pace, e una no fly zone. Qualcuno chiede cibo e indumenti; qualcuno, senza troppi giri di parole, raccoglie fondi per l’esercito del presidente Zelensky.

Poco più in là, i giovani locali escono agghindati per il weekend. Capelli impomatati, trucchi, scollature, gli approcci impacciati dei ventenni. Sorprende il contrasto. A quattrocento chilometri fischiano le bombe, c’è la guerra, quella vera; qui si prova a vivere. Basta una frontiera, per segnare, ancora una volta, il confine tra il Vecchio e il Nuovo Mondo: di là la morte, di qui la vita. Ma anche questa è normalità. C’è bisogno di non pensare.

Siamo andati a letto con il miraggio di un cessate il fuoco, ci svegliamo con la notizia dell’attacco russo a una centrale nucleare, finita in fiamme. Pericolo radiazioni. Le farmacie hanno già esaurito le pastiglie di iodio. “Sono tutte nell’est, anche i fornitori hanno terminato le scorte. Provi a ordinarle online” risponde, costernato, il dottore al bancone. Segno che la paura si è fatta largo da giorni, per non dire settimane. Da queste parti, Chernobyl è ancora un ricordo vivido. E dei russi non si fidano. “Sono matti”, dice una volontaria.

Camere sospese

A Varsavia, l’ottanta per cento delle camere d’albergo è occupato: a turisti e uomini d’affari si è sommata la frazione di rifugiati che può permettersi queste sistemazioni. La città accoglie i profughi con un abbraccio caldo, per il momento; si organizzano servizi di telemedicina gratuiti in lingua, i cinema proiettano film per bambini in ucraino, si distribuiscono schede sim e caricatori per cellulari, per consentire a chi arriva di tenersi in contatto con i propri cari.

Negli hotel della capitale, al caldo, non è raro vedere macchine di grossa cilindrata con la targa gialla e blu, borsette griffate, valigie curate.

Sono i ricchi in fuga dal conflitto.

Ma, ammassati alla stazione centrale e in quella ovest, ci sono gli altri, i disperati, materassi estemporanei gettati a terra e buste della spesa. Senza una mascherina, con il rischio che uno starnuto si trasformi nell’ennesima emergenza sanitaria.

Si dice che, soprattutto alla frontiera, siano parecchie le camere pagate da clienti che poi non si sono presentati, “sospese”, come i caffè a Napoli.

E mentre in Polonia è atteso un milione di migranti, Matteo Salvini, il leader sovranista amico di Putin, noto alle cronache internazionali per i respingimenti in mare, annuncia che lunedì verrà al confine. Magari a favore di telecamere, per postare un selfie con una felpa ad hoc, come quelle con la scritta “Berghem”. Qualcuno, per favore, gli dica che non è un videogioco.

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esteri, politica

Non si può evitare di scegliere sul populismo

Washington è sotto assedio. L’America, ancora una volta, è davanti a tutti. In questo caso, mostrando al mondo il peggio di sé.

Sono anni che politica e opinione pubblica si interrogano se le tesi dei sovranisti – termine che nobilita idee per molti versi troglodite – nonostante tutto vadano rispettate.

Brexit è stato il primo esempio, ora l’America mostra cosa significa lasciare crescere indisturbato il populismo, per giunta in un paese dove anche la circolazione delle armi è pressoché libera.

La tenuta di un sistema democratico evoluto si basa su pesi e contrappesi, che muovono, però, da un assunto di base: la buona fede di chi sta al governo, il suo senso del limite, il rispetto delle istituzioni che si trova a rappresentare. Trump ha ignorato tutto questo, fomentando la rivolta dopo aver perso le elezioni.

Schiere di sostenitori privi di una cultura che non fosse quella costruita sui social media, ma legittimati nella propria ignoranza dalla prima carica dello Stato, hanno invaso la capitale prendendo d’assalto il Congresso. Pistole sono spuntate tra i banchi, si è sentito anche almeno uno sparo. Ci sono state delle vittime. Mentre l’inquilino uscente della Casa Bianca, eletto nel 2016 – ormai è praticamente certo, con l’intervento della Russia –  si dissociava blandamente.

Restano ancora due settimane prima del passaggio di consegne, abbastanza per fare danni gravi. Il miliardario newyorkese, abbandonato anche dai principali sostenitori in parlamento, si rivolge direttamente al popolo frustrato dal Covid, da capo delle forze armate e in un paese stanco e ben dotato di pistole e fucili.

La tenuta del sistema è a rischio: l’esercito risponde a lui, e, come minimo, lo Stato maggiore non sa che pesci prendere, scisso tra l’ubbidienza alle regole, e la necessità di intervenire per preservare le istituzioni. I ritardi nella reazione ai disordini ne sono la prova.

No, populismo e sovranismo non possono crescere indisturbati. Si dice: se non si dà loro rappresentanza, se non si consente loro di entrare nell’agone politico, si mantengono queste energie al di fuori della dialettica parlamentare, con il rischio di rivolte. Ma Trump ha mostrato, molto più di personaggi come Boris Johnson, cosa può accadere se in una grande democrazia, dotata di arsenali atomici, influenza e tecnologie in grado di distruggere il mondo, al comando si ritrova un uomo pervaso da un narcisismo oltre il patologico, incurante delle conseguenze delle proprie azioni e attento solo al proprio interesse.

Le nazioni si danno un governo sulla base di un contratto sociale: i cittadini cedono allo Stato il monopolio della forza, convenendo che un soggetto terzo e imparziale meglio garantisca le condizioni minime del vivere civile. Altrimenti, l’unica legge resterebbe quella del più forte. Uno Stato, oltre che un insieme di norme e burocrazie, di tasse e imposizioni, come spesso viene percepito oggi, è innanzitutto un accordo basato sulla fiducia reciproca, un patto per temperare gli istinti di prevaricazione in nome di un bene più grande.

Personaggi come Trump una volta ersi muovevano al di fuori del sistema. Tra i filtri, c’era anche la stampa democratica, che selezionava le notizie prima di divulgarle, amplificandole. Ma cosa accade nell’era dei social media e delle fake news, dove non c’è intermediazione e, al contrario, il dibattito pubblico ha perso ogni credibilità?

Trump mostra i limiti del sistema democratico. Peraltro noti. Già Churchill affermava che la democrazia è il sistema di governo peggiore, eccetto tutti gli altri. Cina e Russia, intanto, sogghignano e stanno alla finestra: da loro non sarebbe mai potuto accadere.

In situazioni del genere cresce il fascino di soluzioni autoritarie, in cui si cedono quote maggiori di libertà in nome di stabilità e sicurezza. E’ la nemesi della democrazia, ma questi due termini sono non a caso gli stessi evocati dai capipopolo a tutte le latitudini: sono loro a creare il problema, aizzando folle ignoranti e frustrate, sono loro a offrire la soluzione.

Non è più possibile evitare una scelta. Per difendere la democrazia come la conosciamo è necessario che chi si riconosce in questi valori, al di là delle appartenenze politiche, lo affermi con forza, e isoli personaggi del genere dal principio delle carriere politiche.

Si prepara un’era di instabilità. La pax americana seguita al crollo del Muro di Berlino si è risolta in un mondo multipolare, dove il balance of threaths, l’equilibrio del terrore fondato sulla paura di un olocausto nucleare, è l’unica garanzia per il mondo. Come nella Guerra Fredda, ma qui gli attori sono cinque o sei, allora erano solo due.  Politici dotati di arsenali atomici e lontani dall’equilibrio possono scatenare conflitti di proporzioni inenarrabili. Einstein diceva “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. L’ideale democratico non può commettere suicidio concedendo a forze antisistema di crescere fino a questo punto. Ora, forse, è più chiaro che ne va del futuro di tutti.

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brexit, coronavirus, economia, esteri, salute

Vaccino Covid, cosa significa per Londra arrivare primi

L’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte dell’ente di vigilanza britannico, primo al mondo, ha un impatto pratico (ovviamente, quello legato alla protezione della popolazione) ma anche un significato politico molto più ampio. Il vaccino sarà disponibile dalla prossima settimana. Da Europa e USA, invece, non ci sono notizie sui tempi.

Il Regno Unito è tra i paesi più colpiti dal coronavirus dal punto di vista economico, in parte anche per le scellerate decisioni del premier Boris Johnson nelle fasi iniziali. Johnson sottovalutò i rischi puntando a un’immunità di gregge molto costosa in termini di vite umane per garantirsi una ripresa precoce, salvo poi, ammalarsi egli stesso, e correggersi nel giro di qualche settimana. La pandemia ha toccato Londra nel momento peggiore: pochi mesi prima, il paese aveva sbattuto per l’ennesima volta la porta in faccia all’Unione Europea e chiuso la telenovela Brexit, che durava da oltre tre anni.

Un problema serio, perché l’economia non beneficerà del generoso Recovery Fund messo in piedi da Bruxelles.

Oggi il Regno Unito è un paese solo, con le mani libere, ma che viaggia in mare aperto senza scialuppe. Avere approvato per primi il vaccino significa cominciare a distribuirlo subito e poter, quindi, sperare in un recupero più rapido. Ma non solo: significa anche guadagnare le copertine dei notiziari, e soprattutto: siamo qui, non siamo morti. Siamo sempre uno dei paesi più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. Venite da noi, ce la possiamo fare.
Oltre che di impatto per gli investitori esteri, l’annuncio rinvigorisce il morale sul fronte interno.

Che basti, non è detto. I prossimi anni saranno duri, e a Downing Street lo sanno bene. Inoltre, l’attendismo delle agenzie del farmaco europea e americana sull’approvazione è un segnale chiaro: meglio andare sul sicuro che rischiare un nuovo disastro, in termini di vite umane e di immagine internazionale. Ma la tentazione, per Londra, è stata troppo forte: dopo una serie di sconfitte a cui il paese non era abituato, quello di oggi è il primo colpo messo a segno da tempo. O l’ennesimo flop di un leader nato per stupire, forse non per governare.

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coronavirus, economia, esteri, politica

Dalla Brexit alla pandemia, così nasce la nuova Europa

C’è un filo rosso che accomuna il voto britannico del 2016 con il risultato ottenuto ieri notte dal Giuseppe Conte, oltre 200 miliardi di euro ripartiti tra prestiti a lunghissima scadenza e aiuti a fondo perduto.

Nel giugno di quattro anni fa, l’Unione era sul ciglio di un baratro. La pressione dei migranti ai confini, i postumi della recessione mai completamente smaltiti se non nelle grandi città, la proposta di soluzioni che un tempo – dieci anni fa – si sarebbero dette xenofobe e oggi sono state nobilitate con il nome di sovranismo la tenevano alle corde. Personalità interessate alla propria carriera politica più che al bene comune (Farage, Salvini, Le Pen, tra gli altri) avevano guadagnato consensi crescenti. Pensando di poter gestire il problema affrontandolo di petto, David Cameron concesse il referendum su Brexit, convinto di vincerlo.

Ma, dopo una campagna elettorale giocate sulle menzogne, a prevalere fu il Leave.


Sin da subito Londra fece la voce grossa. “Brexit means Brexit” andava ripetendo Theresa May, convinta che un consesso, come era quello di Bruxelles, sempre incapace di trovare l’accordo su poche, ma nodali, questioni relative all’integrazione continentale (politica estera e fiscale, su tutte) non sarebbe stato in grado di raggiungere una visione comune sull’uscita del Regno Unito. Divide et impera, dicevano i Romani. Che era la cifra della presenza britannica nelle istituzioni continentali.

May si sbagliava. Fu nel no alle smargiassate di Londra che cominciò a prendere forma l’embrione di una nuova di Europa. Un’entità in cui le differenze nazionali continuano a esistere, ma sono bilanciate da una volontà altrettanto forte di cooperare che finalmente ha trovato modo di manifestarsi.

I semi gettati negli anni precedenti stavano giungendo a maturazione.  Oggi, negli uffici che ospitano la classe dirigente continentale, sempre più spesso le scrivanie che contano sono occupate da membri a pieno titolo dalla “generazione Erasmus”, quella che ha potuto approfittare dell’Unione per viaggiare, studiare e arricchirsi; il tutto mentre un’altra coorte di giovani, quella dei nati a cavallo del millennio, sta arrivando al voto. E si tratta di ragazzi che la lira (o il franco, il marco, il peso) non l’hanno mai conosciuto. Così come non hanno mai conosciuto la frontiera con la Francia o con l’Austria: per loro è naturale muoversi e oltrepassare distrattamente valichi che hanno significato sangue e terrore per secoli.


Londra, la terra promessa


Nel momento più duro della crisi 2008-2012, Londra esercitò un fascino eccezionale su chi cercava una seconda chance. Furono moltissimi i connazionali che si trasferirono in riva al Tamigi in cerca di fortuna, a volte trovandola, a volte no. Molti furono i delusi. La comunità tricolore rese la capitale britannica la terza città italiana, con oltre mezzo milione di abitanti.

Per questo il maldestro tentativo di distacco dall’Unione portato avanti da Downing Street ci coinvolse tanto: tutti avevano un parente o un amico che aveva attraversato la Manica. E fu così che, per la prima volta, il dibattito europeo entrò quotidianamente in un palinsesto televisivo che lo relegava ai margini.
A forza di sentir parlare di Brexit, la popolazione cominciò a conoscere pregi e difetti dell’Unione e a farsi un’idea propria. Grazie agli oppositori alla Salvini, ma anche alle difese appassionate.

Pur non volendo, Londra offrì un contributo fondamentale alla causa europea: tra ripensamenti, elezioni, leader da fumetto, manifestazioni di protesta, ci mise ben tre anni per lasciarsi alle spalle il Continente. La fuga dall’Europa venne percepita dai più per quello che era: un’operazione politica orchestrata da leader piccoli, che avevano sfruttato il malcontento popolare per diventare grandi. Ma certi treni passano una volta sola.


Il recovery fund


Per questo, al dibattito sul Recovery fund le opinioni pubbliche sono arrivate molto più preparate rispetto a qualche anno fa. E l’esempio della Gran Bretagna, ancora una volta, è servito: fuori dalla Ue, e con una crisi da coronavirus devastante (peggiorata dalle incertezze del premier Boris Johnson) Londra non potrà avvalersi del mutuo supporto cui avrebbe avuto diritto.

Raramente la sorte ha giocato contro un paese in maniera così sfacciata. L’Europa, che si era mostrata compatta parlando con la voce del capo negoziatore Michelle Barnier e stava per approvare il bilancio 2021-2027, aveva margine di manovra grazie alla vastità di un territorio colpito in maniera molto disomogenea dalla pandemia, e che per questo poteva redistribuire risorse laddove necessario. Perché fu subito chiaro che il recupero sarebbe stato lungo e che da questa prova i Ventisette sarebbero usciti assieme. L’alternativa era che il banco saltasse definitivamente.

Questo spauracchio ha pesato sicuramente nelle trattative. Si è discusso allo sfinimento, ma, una volta verificato che la frattura non è solo tra paesi “cicale” e paesi “formiche”, ma tra realtà colpite in maniera più o meno forte dal virus, la conclusione è stata più o meno questa: chi vuole andarsene, da oggi è libero di farlo. Le conseguenze, il Regno Unito insegna, sono sotto gli occhi di tutti. Per questo era inevitabile che si arrivasse a un compromesso, fatta la tara al posizionamento elettorale di leader come l’olandese Rutte, pronto a incassare la cedola dell’opposizione alle elezioni del 2021.


Il futuro e il piano di riforme


Ora si tratta di fare buon uso dei denari ottenuti. Conte, che si è dimostrato un abile politico nei cinque mesi (e non nei cinque giorni) di trattative con gli altri paesi, dovrà dimostrare di avere un piano serio di investimenti strutturali, di riforme (tra cui quella del lavoro e l’abolizione della sciagurata quota 100), misure per la riqualificazione della popolazione e la diffusione di competenze informatiche e inglese. È anche il momento per parlare di Europa, finalmente, in una chiave positiva.

L’Italia ha incassato il capitale di fiducia guadagnato piegandosi nel 2012. E, checché se ne dica, la riforma in un sistema pensionistico come il nostro era indifferibile. Ma a prendersene la responsabilità e gli oneri fu la sola Elsa Fornero, cui, invece, andrebbe tributato un grazie.
In sintesi: quella di oggi è un’occasione irripetibile per trasformare il piombo della pandemia in oro, un’occasione che l’Italia – e non solo – non può permettersi di perdere.

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