media, pubblicità

Greenwashing: quando la pubblicità verde è un trucco

Riporto questo mio pezzo apparso su TiSostengo.it. L’argomento è il “greenwashing”, la pratica di tante aziende altamente inquinanti di investire in progetti green di basso impatto (ma da pubblicizzare ampiamente) per ripulirsi la reputazione con una mano di vernice verde. Il termine, manco a dirlo, è mutuato dalla politica. Buona lettura.

Ci sono banche “verdi” perché puntano tutto sulla Rete senza bisogno di sportelli fisici, ma gestiscono fondi che sventrano intere regioni alla ricerca di minerali preziosi. O aziende che dichiarano quanti alberi hanno salvato grazie al risparmio energetico, ma truccano i dati delle emissioni inquinanti. E poi il tonno pescato senza nuocere ai delfini, magari nelle acque attorno a Fukushima. Si chiama greenwashing, ed è la nuova (ma non troppo) frontiera del marketing.

UNA MANO DI VERNICE – L’espressione deriva dall’inglese “whitewashing“, che indica la pratica politica di insabbiare gli scandali spostando l’attenzione verso aspetti più edificanti, dando – cioè –  una mano di vernice bianca (white) a strategie con pochi scrupoli.  Per traslato, il neologismo è andato a indicare le campagne di alcune aziende che presentano le proprie attività come “eco-friendly” cercando di colpire l’immaginario di un pubblico dalla sensibilità ambientale sempre più evoluta; peccato che, alla prova dei fatti, continuino a inquinare come prima.

QUESTIONE DI BUSINESS – Si cominciò a parlare di greenwashing all’inizio degli anni ’90, quando alcune delle industrie più inquinanti degli Stati Uniti (tra cui DuPont, Chevron, Bechtel) si presentarono a una fiera di Washington sventolando le proprie iniziative a favore dell’ambiente. Peccato che, come notarono in molti, il core-business non fosse cambiato, e a pochi passi di distanza i lobbisti fossero al lavoro nei saloni del Congresso  per influenzarne l’attività legislativa, soprattutto quando si trattava di decidere vincoli di carattere ambientale.

La dirigenza cercava, però, di spostare l’attenzione sugli aspetti meno pruriginosi, cercando di far dimenticare quelli problematici e preponderanti.Di solito ci riusciva così bene che gli USA sono tra i pochi paesi a non aver aderito al protocollo di Kyoto del 2001, nonostante siano responsabili di più del 30% delle emissioni di diossido di carbonio nel mondo. Un’abitudine dura a morire: lo stand a stelle e strisce ad Expo 2015 raccontava come lo zio Sam sia oggi impegnato nel rimboschimento del Vietnam, lo stesso Stato bruciato a suon di bombe al napalm negli anni Sessanta e Settanta.

QUATTRO CRITERI –  Il greenwashing  ha attecchito ovunque, spingendo le imprese a inventare strategie comunicative e iniziative di facciata che consentissero di fregiarsi legalmente dell’ambita patente verde. Costi quel che costi, e pazienza se non è vero.

L’inganno è stato smascherato presto dalle organizzazioni non governative e dalle associazioni di consumatori che si battono per portare a conoscenza del pubblico le pratiche scorrette delle aziende. “Ogni giorno gli americani sono bombardati con pubblicità su prodotti e servizi sostenibili – scrive Greenpeace sul sito stopgreenwashing.org –  Ma quanti sono davvero verdi, e quanti fanno finta di esserlo?”

La ONG ha stabilito quattro criteri per riconoscere le compagnie che ingannano il pubblico: Dirty Business (“affari sporchi”, cioè spacciare come verde un programma o un prodotto mentre il core business dell’impresa è inquinante), Ad bluster (“spacconate ambientali”, cioè esagerare gli obiettivi green raggiunti, o spendere un budget più alto in comunicazione su questi temi di quello destinato alle azioni concrete), Political spin (“manipolazione politica”, cioè fare lobbying nelle sedi istituzionali contro i temi ambientali mentre si firmano campagne pubblicitarie a favore) e It’s the Law, stupid!  (“è la legge, stupido!”, quando si cerca di far passare come spontanee iniziative previste da norme vincolanti).

UN INDICE VERDE – Chi vuole farsi un’idea della questione non ha che l’imbarazzo della scelta: in Rete si trova moltissimo materiale per documentarsi sul tema. Sul sito della Regione Emilia Romagna un ottimo articolo riassume la questione; un’altra pagina utile per fare una ricerca è Greenwashingindex, che sottopone le pubblicità a una valutazione diffusa da parte del web per stabilirne il grado di manipolazione della verità.

La parola d’ordine, per tutti, è non fidarsi. Soprattutto in ambito alimentare. Leggere le etichette, non lasciarsi ingannare dalle parti composte in caratteri più grandi. Una vecchia regola della pubblicità vuole che il budget destinato alla comunicazione aumenti in maniera inversamente proporzionale alla qualità del prodotto promosso. Chi appare troppo in televisione o sui giornali, spesso ha qualcosa da nascondere.

Standard
economia, media

L’Economist parla italiano: Agnelli sale al 43,4%

Sembrava impossibile. E invece è vero. La notizia più interessante di questi mesi è stata la scalata di Exor fino al 43,4% di The Economist. La holding della famiglia Agnelli, guidata da John Elkann, ha annunciato l’acquisto il 12 agosto. Il settimanale londinese è un punto di riferimento per l’informazione economica mondiale. Noto per lo stile chiaro e omogeneo, dovuto in buona parte all’assenza di firme alla fine degli articoli, si trova oggi a confrontarsi con la svolta digitale. Exor ha il controllo di una quota doppia rispetto a quella di una delle grandi famiglia del capitalismo mondiale, i Rotschild, fermi al 21%. E anche se non potrà esprimere la maggioranza del cda (ma un massimo di 6 consiglieri su 13), avrà un peso decisivo nelle scelte strategiche. economist berlusconi

La testata deve confrontarsi con un calo di vendite e la necessità della transizione al digitale. Una sfida che a Torino hanno già brillantemente raccolto con La Stampa, sempre in prima linea sul fronte delle nuove tecnologie.

A questo punto, non è vietato sognare. Anche, ad esempio, che alla testa del celebre magazine inglese possa esserci un direttore italiano. Personalmente, vedrei bene Mario Calabresi. Giovane, con esperienza internazionale, ha diretto uno dei quotidiani più prestigiosi d’Italia rendendolo un modello e restando sempre un passo avanti agli altri. Personalmente, amo le personalità che sanno spaziare, e sono abbastanza diffidente dei tecnici. Calabresi non ha un background economico, ma è senza dubbio in possesso delle qualità per costruirselo nel giro di un decennio.  E, soprattutto, sa fare i giornali. Speriamo sia lui il primo italiano a dirigere uno dei principali organi di informazione a livello mondiale.

Standard
media

Salvare il giornalismo o i giornali?

“Salvare il giornalismo o i giornali?”. La domanda arriva da Mario Tedeschini Lalli e segna la linea di confine tra il passato e un futuro che, ormai, è qui. Un eccellente approfondimento di Magzine affronta il tema del futuro della professione giornalistica nelle parole di sei esperti. Le risposte sono sfaccettate, ma convergono tutte su un punto: tecnologia. Continua a leggere

Standard
media

Corriere della Sera, restyling ben fatto

Corriere della Sera, un restyling ben fatto.  Un interessante articolo comparso su Formiche.net spiega meglio le ragioni del cambio di rotta del quotidiano milanese. A quanto scritto e spiegato da Giancarlo Salemi, aggiungo che il nuovo formato si dimostrerà più adatto alla raccolta pubblicitaria, con più pagine e quindi migliori possibilità di vendere posizioni “di pregio” (mezze pagine, soprattutto, e pagine intere).

Continua a leggere

Standard
internet, media

#myNYPD: l’hashtag che imbarazza la polizia

Quando un hashtag si trasforma in un disastro. Alla polizia di New York hanno pensato bene di invitare i cittadini a condividere su Twitter le immagini più significative del proprio rapporto con gli agenti. L’intento era evidenziare il legame tra il corpo e la città: non è andata così. Come racconta questo articolo di VICE, l’hashtag #myNYPD ha catalizzato una gran quantità di scatti. Moltissimi però riguardavano comportamenti discutibili delle forze dell’ordine in occasione di manifestazioni. E l’operazione è diventata un clamoroso autogol.

Immagine

Standard
internet, media

Tre mesi senza news online? Fatto

Quanto è affidabile ciò che si legge su Internet?  Poco, ormai è quasi un luogo comune.

Vi dico subito che lo spunto per questo post è nato da un piccolo esperimento che ho fatto nei mesi scorsi, per la verità abbastanza casualmente. In preda a una vera e propria crisi di rigetto da web, ho abbandonato le news online. All’inizio non è stato un fatto voluto, ma strada facendo ci ho preso gusto e ho cercato di allontanarmi quel tanto che mi consentisse di avere un punto di vista un po’ più distaccato. L’esperimento è durato tre mesi in tutto, e la conclusione si può riassumere così: la qualità, su Internet, non paga. Letteralmente. Vediamo perché.

Continua a leggere

Standard
media

Se la prima pagina che scotta “sparisce” dal giornale

Vi segnalo questa brutta storia riportata da Giulio Cavalli.

Un’inchiesta lambisce il figlio di un senatore calabrese in predicato di entrare al Governo in quota Ncd, “L’ora della Calabria” vuole pubblicare tutto nel silenzio generale degli organi di stampa. Nella notte scattano le telefonate che “promettono” conseguenze.  Le solite conseguenze.

Di fronte al rifiuto di un coraggioso direttore, Antonio Regolo, di rinchiudere l’inchiesta in un cassetto, sono le rotative a fermarsi. “Guasto tecnico”, dicono. Il giornale non esce. Ma la storia filtra lo stesso.

Ogni commento è superfluo. Accade ancora nel 2014. Accade ancora  che in Calabria per fare i giornalisti sia necessario rischiare la vita. Dopo lo sfogo di Roberto Saviano, che ha rivelato al Paìs che “Gomorra gli ha rovinato l’esistenza, tutta la mia personale solidarietà anche a questo collega meno noto, e forse, proprio per questo, più fortunato.

Ecco il pezzo di Giulio Cavalli  sulla “prima pagina sparita” (cliccare qui). 

Standard
media

Anna Masera (La Stampa): “Le 5 W? Oggi ci sono le 5 C”

Tra gli ospiti di  un interessante convegno sui media digitali organizzato da Millecanali, rivista storica del settore broadcast, c’era Anna Masera, social media editor de La Stampa e prima figura di questo tipo in un grande quotidiano.
Siamo riusciti a intercettarla: disponibile e cordiale, ci ha offerto il suo punto di vista sul giornalismo di oggi.

Due a mio avviso le considerazioni più interessanti: la prima è che  «i giornali non hanno più il monopolio dell’informazione:  la nuova regola  è “the reader is king”».

La seconda… beh, è rivolta ai giovani e ai colleghi che questo lavoro lo fanno già da qualche tempo. Buona visione, e perdonate la qualità del video ma è stato realizzato – come si dice in questi casi –  “al volo”.

Standard
media, pubblicità

Barilla, ovvero buoni giornalisti e cattivi giornali

Partiti come semplici emanazioni del cartaceo (proponevano, cioè, gli stessi pezzi del quotidiano di carta), i siti dei maggiori quotidiani stanno sempre più assumendo vita propria, con la creazione di redazioni esclusivamente dedicate alla Rete che producono contenuti pensati esclusivamente per il web.  Fotogallery, attenzione smodata alla cronaca, video virali sono i nuovi mantra, oltre alle solite tre S (sesso sangue soldi) e agli incidenti stradali. Una selezione di notizie che a volte più che interpretare la realtà sembra ricalcarla, con uno stile di scrittura veloce e adatto per i motori di ricerca, che spesso però diventa approssimativo.

Continua a leggere

Standard