esteri, unione europea

Su Israele “l’UE rischia di perdere ogni credibilità”: lettera dei dipendenti a von der Leyen

Ottocentocinquanta dipendenti delle istituzioni europee (su circa trentaduemila) hanno firmato una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen che ne critica il “sostegno incondizionato” a Israele. La notizia è stata riportata da Euractiv. Si tratta di un atto insolito, perché a Bruxelles il personale è abituato a girare tra dipartimenti e uffici nel corso di una carriera che resta ambita, ed è, pertanti, attento a costruirsi un percorso in grado di adattarsi agli inevitabili cambi di vento. Non questa volta.

“In particolare, siamo preoccupati dal supporto incoindizionato della Commissione europea che lei rappresenta per una delle due parti” si legge. “Noi, un gruppo di dipendenti della Commissione e altre istituzioni Ue, condanniamo solennemente su base personale l’attacco terroristico perpetrato da Hamas contro civili inermi […] Ma condanniamo ugualmente e con forza la reazione sproporzionata del governo israeliano contro i 2,3 milioni di civili  palestinesi intrappolati nella striscia di Gaza”. “Proprio per via di queste atrocità, siamo sorpresi dalla posizione presa dalla Commissione europea – e anche da altre istituzioni – che hanno promosso quella che sulla stampa è stata descritta come ‘cacofonia europea’ “. I firmatari si dichiarano preoccupati per “l’apparente indifferenza dimostrata nei giorni scorsi dall’istituzione nei confronti del massacro di civili a Gaza, in violazione dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali”.

Nei giorni scorsi era arrivato il dietrofront della Commissione dopo che il commissario ungherese all’allargamento Oliver Varhely aveva annunciato che l’esecutivo di Bruxelles avrebbe tagliato “tutti gli aiuti” ai Palestinesi, generando la reazione delle altre entità politiche comuni – la posizione dell’Unione viene espressa dal Consiglio, cioè dagli Stati membri, e le sfumature sono parecchie. “Vi invitiamo con urgenza a invocare, assieme coi leader di tutti gli Stati [membri], un cessate il fuoco e la protezione della vita dei civili. Questo è il cuore dell’esistenza europea” hanno aggiunto i firmatari. “L’Europa rischia di perdere ogni credibilità”.

Sabato 22 ottobre un summit per la pace organizzato al Cairo si è concluso senza una dichiarazione finale: il blocco occidentale chiedeva di inserire nel testo solo un riferimento all’attacco di Hamas, senza menzionare i raid israeliani su Gaza. L’opposizione degli altri partecipanti ha portato il vertice a chiudersi con un nulla di fatto.

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ambiente, clima

Sotto i nostri occhi

Partecipo volentieri alla campagna degli amici di Italian Climate Network, che con una bella idea di comunicazione cercano di accendere un faro sul neonato fondo per il loss&damage in attesa che Cop 28, la Conferenza delle Parti in programma a Dubai a dicembre (e che seguirò da lì come tutti gli anni) prenda avvio. Cosa sia questo fondo ve lo avevo raccontato qui, qui e qui.
A mio modo di vedere, la situazione del clima è seria ma disperarsi aiuta poco. Meglio cercare di raccogliere il buono che c’è e guardare avanti con tranquillo impegno. Gli evangelisti moderni non sono solo quelli di Apple, ma anche le persone comuni, che possono spiegare senza fanatismi che cosa sta accadendo. Senza dimenticare il fatto che spostare l’attenzione sui consumi individuali è una strategia delle grandi aziende inquinatrici per continuare il business as usual.

Infine, una riflessione sul massimalismo, a poca distanza dalle elezioni parlamentari europee (in primavera) e presidenziali americane (a novembre), due appuntamenti che segneranno il futuro: puntare a stravincere serve solo a inimicarsi gli scettici, gli indecisi e i moderati, che in democrazia sono la maggior parte. I programmi dei partiti purtroppo non saranno quelli che ci saremmo aspettati nel 2019, prima di pandemia, guerre e inflazione. Cambiare abitudini non è facile, soprattutto quando manca un adeguato sostrato di conoscenze, ancora poco comuni, e il mondo come lo conoscevamo fino a due anni fa va a rotoli. L’importante è continuare a marciare. Come si trovò a dire Annibale che si accingeva a scendere in Italia da Cartagine, “aut inveniam viam aut faciam“. Troveremo una strada, o la costruiremo.

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esteri

Il Dio della vendetta

Sembrano ultras di una nazionale di calcio dopo la vittoria inaspettata di un mondiale. Sfilano per le strade su pickup Toyota con i corpi dei nemici a bordo, vivi o morti fa poca differenza. Esultano, fucile in braccio, tra la folla urlante, che li riprende col telefonino, uomini, donne, ragazzini in maglietta col cappellino Nike girato. Perché, come spesso capita, non hai l’acqua, ma il gadegt firmato sì, quello che ti illude di essere un po’ come loro, e in realtà scava goccia a goccia il fossato della consapevolezza: come loro, quelli dall’altra parte del muro, coi bei vestiti, le belle scuole, il lavoro alla moda, non lo sarai mai. Invece degli slogan legati al pallone, sbraitano Allahu Akbar; e dalla frequenza ossessiva, completamente avulsa dal contesto, dal tono rabbioso, dalla pronuncia sguaiata, capisci che in chi urla non è presente alcuna di elaborazione; è sfogo primordiale, è isteria collettiva, è nevrosi, forse transitoria psicosi. Distacco dalla realtà, quando è la personalità della massa a prendere il posto dell’individuo; un animale che si nutre degli istinti più bassi, istintivamente consapevole che la folla protegge, la folla esalta, la folla innalza e dà forza. La folla vendica il sangue col sangue.

La vendetta di Israele calerà come una scure biblica. Senza pietà. Senza distinguo. Il Dio – ma dov’è Dio, oggi? – rabbioso del Vecchio Testamento arma la mano dei figli di Davide, e vendicherà i morti.

Nessuno può giustificare la violenza brutale di Hamas, di cui sono piene le immagini dei notiziari di questi giorni. Ma chiediamoci se ha senso reagire allo stesso modo, fino a che punto ci si può spingere per vendicare i propri morti quando si è uno Stato civile e non un’organizzazione paramilitare. Qual è la differenza? Se una differenza c’è.

I falchi dicono che gli arabi, quegli arabi, non capiscono altro linguaggio che quello brutale della forza. Senz’altro i terroristi che hanno invaso Israele uccidendo e gettando granate persino in fondo ai bunker dove la gente si era rifugiata in cerca di riparo erano bestie senza legge: come quelli dell’11 settembre, come quelli del Bataclan, raccontati da Emmanuel Carrere nelll’ultimo libro mentre erano alla sbarra in un tribunale parigino.

Il punto è forse proprio questo. Uno Stato civile fa processi. Reagire con violenza pari o superiore all’affronto per ripristinare la deterrenza ha senso? Si può realmente sperare che una popolazione disperata, affamata, senza acqua, costretta a vivere schiacciata in pochi chilometri quadrati, possa cambiare idea?

Senza voler scomodare la filosofia morale, un mero e cinico calcolo politico dovrebbe suggerire il contrario.

Il terrore è mancanza di elaborazione, è paura, assenza di appigli, di speranza in un futuro; si stanno allevando due milioni di persone pronte a tutto, a ridere sul cadavere di un uomo martoriato, a farsi saltare in aria, ad attraversare il confine in deltaplano a motore per non perdersi l’assalto, scena tra le più comiche tra quelle viste nei conflitti di ogni tempo.

Io penso che la gente di Israele e Palestina abbia governanti peggiori di quelli che si merita. Governanti che non sono in grado di proteggerla se non facendo abbaiare le armi. Ma Israele è uno Stato compiuto, dove esiste un dibattito pubblico, è una democrazia in grado di tollerare anche le – e non mancano – voci dissenzienti. A Gaza tutto questo non c’è. Parliamo di una società regredita a connotazioni tribali. E spinta sempre un passo più indietro. Reagire in questo modo è un suicidio, un veleno distillato a gocce. Ogni giorno che passa è un anno in più di guerra futura, un anno in più di insicurezza. Il diritto ha superato la legge del taglione dei tempi di Hammurabi. I crimini di guerra sono tali anche se commessi per reazione. Che la comunità internazionale intervenga, una buona volta, se l’Onu, che di questo scempio è responsabile, serve a qualcosa.

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economia

Amnesty: “Abusi sui lavoratori migranti nei magazzini di Amazon in Arabia Saudita”

Li cercavano in Nepal  con la promessa di lavorare per Amazon in Arabia Saudita. Ma, invece di firmare per il colosso di Seattle, erano ingaggiati da caporali senza scrupoli che chiedevano una recruiting fee  (una commissione per il reclutamento) di 1.500 dollari. Ad aspettarli, condizioni di lavoro massacranti e alloggi dalle condizioni igieniche precarie, sovraffollati e infestati dalle micidiali bed bugs.

La denuncia arriva da Amnesty International, che ha raccolto le storie di ventidue lavoratori che hanno accettato di parlare. I nomi sono stati cambiati per paura di ritorsioni.

Gli operai – scrive la ong – erano attirati con l’illusione di lavorare per un colosso multinazionale che avrebbe garantito diritti, stipendio e condizioni di lavoro dignitose. Ma poco prima di mettere piede sull’aereo scoprivano la verità.  Arrivati in Medio oriente, si ritrovavano in camerate sovraffollate e sporche.  La paga non era quella promessa. Gli standard produttivi richiesti erano estremamente elevati, il monitoraggio costante. Chi protestava era punito, anche fisicamente. Una volta concluso il lavoro con Amazon, raccontano i migranti, rimanevano legati alla società di fornitura di lavoro, impossibilitati a cambiare lavoro o a lasciare il Paese.

I lavoratori credevano di aver trovato un’occasione d’oro con Amazon, ma finivano per essere vittima di abusi che hanno lasciato molti traumatizzati. Sospettiamo che siano in molti ad aver subito questo trattamento spaventoso. Molti di quelli che abbiamo intervistato sono stati sottoposti ad abusi così pesanti che si possono avvicinare al traffico di esseri umani con finalità di sfruttamento” dice Steve Clockburn, capo del dipartimento Economia e giustizia di Amnesty. “Amazon avrebbe potuto prevenire questi abusi e porvi termine, ma le procedure hanno fallito nel proteggere i lavoratori da questi comportamenti scioccanti. L’azienda dovrebbe urgentemente compensare tutti quelli che sono stati danneggiati, e assicurarsi che fatti del genere non si ripetano mai più” ha aggiunto l’attivista. Ma, prosegue, “anche il governo saudita ha pesanti responsabilità. Deve aprire un’indagine urgente e riformare il proprio sistema del lavoro per garantire il rispetto dei diritti fondamentali, compresa la possibilità di cambiare impiego e lasciare il Paese senza condizioni”.

Gli uomini intervistati hanno lavorato nei magazzini Amazon di Riyadh tra il 2021 e il 2023, ed erano assunti da due contractor che fornivano personale: Abdullah Fahad Al-Mutairi Support Services Co. (Al-Mutairi), or Basmah Al-Musanada Co. for Technical Support Services (Basmah). 

Gli sfruttatori a volte trattenevano parte del salario; a chi resisteva, era richiesto di sollevare carichi pesantissimi, soddisfare requisiti di produttività troppo elevati e operare sotto constante sorveglianza.

In case sporche e sovraffollate e senza aria condizionata si superavano i cinquanta gradi. Non c’era connessione internet per contattare i propri cari e la legge saudita, che lega il lavoratore al datore, impediva loro di cercare altro o tornare a casa.

A chi non resisteva e voleva andarsene non veniva comprato il biglietto, e anzi: veniva multato. Dev, uno di loro, racconta di aver cercato di buttarsi dalla finestra per la disperazione. Altri hanno contratto prestiti pensando di poterli ripagare con il salario, e si sono ritrovati con debiti che si sono accumulati.

Le condizioni di lavoro in Arabia Saudita, rileva Amnesty, erano ben note anche prima del 2020, anno in cui Amazon è sbarcata nel Paese. L’azienda aveva effattuato una procedura di valutazione dei rischi dalla quale la ong desume che sapeva della possibilità di abusi. Secondo Kiran, un altro magazziniere, “Amazon conosceva ogni singolo problema”.

Il gigante americano ha replicato alle accuse dell’organizzazione non governativa. Nel 2023, riferisce, ha condotto un’inchiesta sui contractor trovando evidenze che confermavano quanto scritto nel rapporto. La multinazionale ha dichiarato di aver assunto dei consulenti per rivedere le policy dei fornitori e rimediare in qualche modo agli abusi, rimborsando per esempio le “recruiting fees” di chi era stato intervistato nel documento. Al momento, però, i soldi non sono ancora arrivati.

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cinema

Oppenheimer, o l’epica americana dell’atomica

Un vero filmone all’americana, lungo tre ore, con tutta l’epica a stelle e strisce, musiche incalzanti comprese. Oppenheimer ha preso il testimone di Barbie e sbanca al botteghino. La pellicola racconta la storia dello scienziato newyorkese padre del progetto Manhattan, il programma che condusse alla bomba atomica. Il regista Christopher Nolan mette assieme due piani: la ricostruzione storica (della vita dello scienziato, degli anni a Los Alamos, e del processo postbellico) e i dubbi etici di Oppenheimer. Sono praticamente due film separati, entrambi girati bene, ma che sommati  appesantiscono l’insieme. Nolan avrebbe potuto concentrarsi su uno solo dei due aspetti , ma avrebbe perso la patente epica a cui probabilmente teneva.

Cillian Murphy nei panni di Oppenheimer è credibile, riuscendo a immedesimarsi in tutte le stagioni della vita del fisico con naturalezza, e a renderne evidente chiarezza di pensiero, capacità organizzative e abilità di piazzista , come gli rinfaccerà un collega (“Sei un piazzista della scienza”).

Chi non conosceva la vicenda di Oppenheimer nei dettagli (come il sottoscritto) esce dalla sala arricchito, e con più di una domanda. Se è certo che un ordigno nucleare sarebbe prima o poi stato costruito da qualcuno, il film si chiede giustamente se fosse necessario sganciarlo su Hiroshima e Nagasaki, al prezzo di una carneficina di civili innocenti, quando peraltro il Giappone stava già segretamente trattando una resa. La posizione di Nolan sfuma verso il no, e tratteggia in pochi istanti la realtà di un Paese dotato di enorme potenza bellica ma guidato da una figura priva di cultura (Truman). Corsi e ricorsi della storia.

Nel complesso, a mio parere, il film dura mezz’ora di troppo ma è godibile. Un lavoro accurato, non la pellicola del decennio, ma questo potremo dirlo con cognizione di causa solo a posteriori. Francamente mi ha sorpreso vedere la sala strapiena (ed era la versione in lingua originale, con sottotitoli: tutte esaurite le altre proiezioni). Potere del marketing, del caldo o il segnale di un rinnovato interesse per la scienza in tempi dilaniati dal conflitt tra ricerca ed etica? Il tema era già stato sfiorato da Don’t look up l’anno scorso, e probabilmente segna la nostra epoca più di molti altri.

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cinema

Il Principe, di Beatrice Borromeo

Il principe è la nuova serie di Netflix diretta da Beatrice Borromeo e dedicata a Vittorio Emanuele di Savoia. La donna torna sulle scene dopo il matrimonio con il monegasco Pierre Casiraghi. L’ho guardata ieri sera. Cosa ne penso? Ben confezionata dal punto di vista tecnico e del montaggio, lascia molto a desiderare da quello giornalistico. A partire dall’errore principale: la regista omette di specificare il proprio profondo coinvolgimento familiare nella storia. La madre Paola Marzotto è intervistata più volte, ed era presente all’omicidio di Dirk Hamer, attorno a cui ruota la vicenda. Gli amici ( anche loro intervistati) sono tutti suoi, il gruppo con cui trascorreva le vacanze. Birgit, coraggiosa sorella di Dirk che si è ostinata a cercare la verità, è stata, e forse è ancora, tra le migliori amiche di Paola. 

Vittorio Emanuele non sarà mai simpatico (al contrario del figlio, che a me personalmente piace). Probabilmente ha ucciso per sbaglio ed eccesso d’impeto una persona innocente, e non ha pagato il debito con la giustizia. Ma il girato lascia l’impressione che sia stato attirato in trappola. Insomma, non parlerei nemmeno di docuserie; piuttosto, di invettiva. Quello di Borromeo è un prodotto se vogliamo promettente, ma acerbo, che sarebbe accettabile da una giornalista ventenne (quale lei è stata) ma non da una professionista di quaranta. Su un argomento semplice, per chi gode di certe entrature, che non ha richiesto grossi sforzi: probabilmente è bastato alzare il telefono, e l’entourage ( principe compreso) ha risposto.

Peccato, perché c’erano margine e le premesse per fare un lavoro diverso. Mi resta l’idea che alla regista sia mancata una guida. Che questo sia, insomma, il vezzo di una quarantenne desiderosa di rimettersi in gioco, ma senza troppa convinzione. E che per farlo, la via più semplice sia stata la ricerca del colpo a effetto. Piccolo spoiler: forse la cosa più interessante arriva alla fine, con la battuta su Juan Carlos.

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cronaca

Vent’anni senza Antonio Currà, vent’anni senza Toto

Vent’anni fa, in una sera d’estate come tante, un ragazzo italiano che si stava affacciando alla vita veniva accoltellato a morte a Copenaghen. La sua storia rimbalzò immediatamente sui telegiornali nazionali. Mentre il figlio ancora agonizzava, il padre, con forza d’animo ammirevole, chiese in lacrime di non colpevolizzare indiscriminatamente gli immigrati: gli assassini, infatti, erano d’origine turca, cresciuti nel ghetto di Norrebro.

Erano gli anni a ridosso dell’ 11 settembre, della rabbia e dell’orgoglio, dello scontro di civiltà. Quello del padre di Currà fu un messaggio di pace nel momento più difficile.

Quel ragazzo, Antonio Currà, lo conoscevo bene. Dopo la sua storia, il governo danese emanò una legge che ancora oggi vieta di girare per strada con addosso coltelli e armi da taglio. Non solo: la vicenda ruppe la narrazione di un nord Europa perfetto e immune dalle problematiche dell’integrazione che cominciavano ad affacciarsi sul resto del continente, almeno la parte che non aveva avuto esperienze coloniali.

C’è stato un processo, delle condanne. Gli assassini (minorenni) sono poi tornati in Turchia, dove pare uno abbia ucciso a propria volta l’altro.

Quella notte a Copenhagen mi ha sempre portato alla mente i versi di De André, nel Testamento di Tito: “[…] con un coltello piantato nel fianco/gridai la mia pena e il suo nome/ma forse era stanco, forse troppo occupato/e non ascoltò il mio dolore/ ma forse era stanco forse troppo lontano, davvero lo nominai invano“.

Ieri la sorella Rossana ha scelto di condividere il ricordo di Antonio in pubblico e di celebrarlo con un concorso di poesia per adolescenti, con l’aiuto dei comuni di Monza e Villasanta. Rivolto agli studenti delle scuole superiori, si tratterà di scrivere testi rap, musica amata dal giovane brianzolo. Tema, il viaggio; in palio, un biglietto interrail, come quello che aveva in tasca lui. E così una storia come quella di Toto, seppur tragica, vent’anni dopo potrà finalmente diventare l’occasione per fare germogliare un seme nuovo.

[nella foto, un testo rap scritto da Antonio e uno degli ultimi ritratti]

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esteri

A tre ore da Mosca

Un dettaglio. Prighozin è arrivato a duecento chilometri da Mosca in meno di 24 ore. Può succedere perché non ci sono barriere fisiche a difendere la capitale, solo una sterminata pianura. Questo spiega l’ossessione, sempiterna, di Mosca per il confine occidentale. Inutile ribadire quanto l’invasione di Putin sia stata criminale. Ma , se c’è un portato su cui si può concordare nella girandola di supposizioni di queste ore, quasi nessuna corroborata da fatti, è che l’Ucraina nella Nato resta una pessima idea, così come pure l’ingresso di Svezia e Finlandia. Il Paese, se vorrà (e se ne avrà i requisiti), potrà entrare nell’Unione Europea, accedere al mercato unico, ai fondi per la ricostruzione e lo sviluppo; ma per la Nato, il discorso è molto differente. Kiev, per la posizione geografica che la colloca a fianco di una potenza nucleare, ha il destino, tragico, di restare neutrale. Deve essere tutelata dalla comunità internazionale, che fa bene ad aiutare la resistenza; ma senza cedere alla richiesta di un ingresso in una alleanza per propria natura militare, che significherebbe piazzare i carri armati occidentali a poche ore da Mosca. Non è giusto, da un punto di vista filosofico, ma è pragmatico, e le relazioni internazionali, piaccia o meno, funzionano così. Da sempre.

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cronaca, politica

La fine del sogno

Adesso che se ne sono andati i cronisti, attorno a mezzanotte c’è solo silenzio ad Arcore, piccolo borgo brianzolo divenuto noto negli anni per essere residenza del defunto. Di fronte alla villa che fu di Berlusconi, e che ne è diventata la tomba, le corone di fiori, le maglie da calcio, le foto. Una villa maledetta per la storia della povera erede Casati Stampa; una dimora divenuta, poi, simbolo di potere e riservatezza e poi ancora gaudenza, con quelle siepi impenetrabili oltre cui, per chi come chi scrive viveva lì vicino, l’immaginazione disegnava scenari fantastici, leopardiani.

Mi sono sempre chiesto come potesse la gente votarlo, quando, razionalmente, era assurdo, soprattutto per i poveri. L’ho capito, forse, meglio ieri sera.

Raccolgo un blocco, la grafia leggera, giace in mezzo ai fiori. “Caro presidente, ho 25 anni, e sono felice di aver fatto in tempo a votarla due volte” scrive un giovane. “Non ci siamo mai conosciuti se non attraverso la televisione: ma, dopo la sua morte, mi sento orfana per la seconda volta” piange una signora in stampatello rosso.

Le parole che ricorrono nelle dediche sono sempre le stesse: sogno, entusiasmo, speranza. Nei pensieri dei poveri che votavano Berlusconi – invece che a sinistra, come si converrebbe – di razionale c’era poco. Era piuttosto la ricerca di un’Italia da anni Cinquanta a muoverli, quella del boom economico, dove tutto pareva possibile e un Paese di analfabeti diventava la settima potenza del mondo.

Sul ruolo di Berlusconi si pronunceranno gli storici. Il cronista deve limitarsi a registrare che si è trattato di un’illusione. Ma una tale professione di affetto non può lasciare indifferenti. Saranno almeno trenta metri densi di storie calcistiche e politiche, che a leggerle tutte ci si impiega un’ora, con qualche occhiataccia delle pattuglie dei carabinieri di posta di fronte al cancello. Con qualche esagerazione ( “Nobel per la pace postumo”), ma non è il caso di sottilizzare.

Ogni tanto si ferma una macchina. Qualcuno scende per portare un saluto. Guarda un istante, si lascia colpire dall’impatto visivo di questo accrocchio. Rumore di sportelli, rimette in moto, parte. Su Arcore cala di nuovo il silenzio , come una coltre spessa che avvolge le siepi e l’erba umide.

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cronaca, politica

Berlusconi, ritratto di un leader controverso

Ha segnato cinquant’anni di storia italiana. Se ne va in silenzio in un letto d’ospedale, tutto il contrario di una vita trascorsa sotto le luci dei palcoscenici che, di volta in volta, si era scelto. E dove aveva trionfato. Prima l’imprenditoria, poi il calcio, infine la politica. Controverso, ma vincente. Spregiudicato, ma simpatico. Circondato da una pletora di cortigiani, ma solo, come raccontato nel Loro di Paolo Sorrentino, forse il miglior ritratto dell’uomo nato all’Isola, quartiere milanese ai tempi non ancora gentrificato, e vissuto ad Arcore, in quella Villa San Martino che del suo potere divenne il simbolo. Non compì mai la rivoluzione liberale che aveva promesso, troppo occupato a difendersi nei processi che lo videro imputato, e da cui riuscì quasi sempre a salvarsi. Silvio Berlusconi appartiene a un’epoca della storia nazionale in cui complicità inconfessabili erano tollerate nel nome della stabilità dello Stato. Chissà se a ragione. Chi è venuto dopo è suo figlio, e spesso lo ha fatto rimpiangere. Come figlia sua è l’Italia di oggi, plasmata dalle televisioni, dal suo ottimismo illogico, dal suo populismo da bandana. Si spegne solo, in quel San Raffaele che, anch’esso, era una sua creatura. I vecchi lo sentono vicino, i giovani non lo odiano più. Resta, in quelli di mezzo , l’acredine, spesso stemperata dall’oblio. Lo disse lui di Gheddafi: sic transit gloria mundi.

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