John Oliver
politica

Pungente e impietoso: il monologo dell’inglese Oliver sulla politica italiana divide il pubblico

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Caustico, infarcito di stereotipi, impietoso, ma nonostante tutto realistico nel descrivere la politica italiana.  I venti minuti di John Oliver, andati in onda nei giorni scorsi su Hbo (in basso il video integrale rimbalzato sui social), hanno fatto discutere. “Tutto vero” gridano  alcuni; altri si indignano.

Il comedian britannico, noto per sferzare i politici americani tutte le settimane, non fa sconti. Partendo dai 65 esecutivi  in 70 anni del nostro paese – qualcuno si è scordato i  “governi balneari”? – prosegue con le apparizioni giovanili  di Renzi alla “Ruota della Fortuna” e di Salvini al “Pranzo è servito”.

E’ quindi  il turno di Grillo  e Di Maio (con il Vaffa day trasformato, ad uso del pubblico di lingua inglese, in “Fuckoff day”); infine, last but not least, il ritorno in campo di Silvio Berlusconi, cui è dedicato quasi metà del monologo.

Del resto, è un fatto che l’ex premier abbia offerto materiale alle cronache, e non solo: dal contratto con gli italiani alla bandana, dal lettone di Putin a Ruby Rubacuori nipote di Mubarak; dal bunga bunga con le olgettine vestite da infermiere  – qualcuna persino da Barack Obama  –  alle norme su legittimo sospetto, legittimo  impedimento e falso in bilancio  che hanno tenuto banco per anni. Gran finale con il “culona inchiavabile” affibbiato alla Merkel: impossibile resistere alla tentazione di un excursus che ne desse conto.

Certo, avremmo preferito che Oliver ricordasse i paralleli tra l’ex Cavaliere e Trump –  due fotocopie -, e in questo il comico cede al gusto dello sberleffo; ma non si può negare che abbia toccato un punto chiave.

Ripercorrendo assieme a lui gli ultimi 20 anni, sembra che i siparietti cui l’uomo di Arcore  ci aveva abituati siano diventati patrimonio comune della politica nostrana. Qualcuno deve essersi accorto che ha funzionato, e l’arena si è riempita di epigoni. Come scordare Renzi con il giubbotto da Fonzie? o la plateale traversata dello Stretto di Messina di Grillo?

Forse è da questo che dovremmo ripartire per comprendere il presente.

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Paul Massey
esteri

Mafia, la vita dei boss UK. “A Manchester come i Casamonica”

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia.

Nightclub, spaccio di droga, pizzo.  E poi rapporti con i politici, un gangster candidato a sindaco e un funerale con il quartiere schierato in strada a mostrare cordoglio. C’era persino un cocchio tirato da cavalli.  Non siamo nella Roma dei Casamonica o nella San Luca delle ‘ndrine, ma a Salford, Greater Manchester, UK.

C’era un tempo in cui si credeva che la mafia fosse un fenomeno culturale, legato all’italianità. Altre epoche. Anni di studi hanno mostrato che la storia è diversa. “La mafia si produce dove ricorrono le pre-condizioni – spiega Federico Varese, docente di Criminologia a Oxford e autore del volume “Vita di mafia” (Einaudi). Varese risponde dal suo ufficio; ha studiato sul campo la criminalità russa, giapponese e inglese, e la conclusione è chiara.  “Nessuno può dirsi immune. Nemmeno il Regno Unito della Brexit”, dove i nuovi boss sono autoctoni.

Salford, ad esempio. Una storia di depressione economica, un’aspettativa di vita che in alcuni quartieri è di 14 anni inferiore a quella di chi vive a pochi isolati di distanza. Poi il boom, con i locali notturni e la night economy. “C’è stato un momento in cui Manchester era al centro della scena rock mondiale, con band come i Joy Division, gli Oasis e non solo – ricorda il docente – . In quegli anni, i gruppi criminali hanno preso il controllo dei club piazzando i propri bouncer (buttafuori, ndr) alle porte delle discoteche”. Quando non ne hanno aperte di proprie. Tra i “bravi ragazzi” emerge Paul Massey, detto  “Mr. Big”,  che fonda una società – legale –  per fornire servizi di sicurezza. Nei registri appare come PMS, Private Management Security. “Ma tutti sanno che si tratta delle iniziali del proprietario”. E sanno anche che, tra le parole sicurezza e “protezione”, il passo è breve.

Il business si allarga a macchia d’olio, grazie all’assenza di normative di controllo sui bouncer, alla polizia che chiude un occhio e alla corruzione della politica. Fino alla consacrazione del 2012: Massey tenta la corsa e si candida a sindaco. Si piazza tra i primi, davanti a partiti dalla lunga tradizione. Il consenso nei “suoi” quartieri tocca percentuali bulgare. E, come da copione,  non mancano le intimidazioni.

COME UN PADRINO  – Dalle sue parti, Massey era adorato come un padrino: erano in molti a riporre fiducia in lui, che, come il personaggio di Mario Puzo, godeva del rispetto di tutta la comunità malavitosa dell’area.

Ma, tra appalti e racket, la torta è ricca e fa gola a molti. Si crea un clan di scissionisti che si inseguono per mezza Europa spingendosi, armi in pugno, fino a Dubai. In patria la violenza diventa rito: nella sola area della Greater Manchester, in dodici mesi tra il 2007 e il 2008, sono ben 146 le sparatorie per il controllo del territorio. Pare che Massey sia stato ucciso nel 2015 proprio mentre cercava di mediare per porre fine alle faide che da anni insanguinavano l’area. Evidentemente senza riuscirci.

Manchester non è un caso isolato “Fenomeni para-mafiosi sono presenti anche a Edimburgo e Glasgow”, rivela Varese, “fenomeni che sarebbe interessante studiare in una prospettiva comparata”.

MAFIA DA ESPORTAZIONE – Viene da chiedersi se nella capitale esista questo problema, magari sottotraccia, magari collegato ai nostri connazionali. “Pare di no. A Londra esiste una criminalità curda che ha un certo controllo del territorio in determinati quartieri; ma non esiste il substrato formato dalle gang giovanili di Manchester, sempre sottovalutate.  Probabilmente – aggiunge il professore – laddove  c’era terreno fertile, il boom economico ha permesso il salto di qualità e i gruppi si sono dotati di un’organizzazione via via più simile a quella delle mafie italiane”.

La domanda finale è obbligata. Negli Usa, ma anche a Duisburg, abbiamo esportato, per così dire, la nostra criminalità. Perché in UK non è accaduto? Varese è secco. ” La mafia non attecchisce se l’immigrazione è assorbita in maniera legale. Per dirla con una battuta, se uno lavora non fa il mafioso. Negli anni Cinquanta a Bedford ci fu una forte immigrazione italiana, proveniente tra l’altro da un’area ad alto rischio come il Napoletano. Tutti quelli che arrivarono trovarono un impiego nella locale fabbrica di mattoni, e il problema non si pose. Non è esatto dire che abbiano esportato la nostra criminalità:  in alcuni paesi nella UE ricorrevano le famose pre-condizioni che hanno concesso a gruppi criminali di espandersi con modalità diverse. In Germania il fenomeno è cominciato con il riciclaggio: ora, attraverso il radicamento territoriale,  sembra stia facendo il salto di qualità”. Una riflessione che, applicata all’Italia, pone  interrogativi sulla gestione dei flussi di questi anni.  Ma che – vista da Londra – riporta in primo piano la Brexit: con l’uscita dall’UE, in mancanza di accordi sul mandato di arresto europeo, il Regno Unito potrebbe diventare facile approdo per criminali in cerca di una nuova patria.

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internet

Twitter, ovvero come cambiare il mondo e non fare soldi

Erano due grandi scommesse: una è stata vinta, l’altra no. Entrambi hanno cambiato il mondo e il modo in cui lo intendiamo, ma uno fa soldi, l’altro li perde (fino ad ora). Parliamo, naturalmente, di Facebook e Twitter. Mentre Zuckerberg continua a macinare utili, trainato dalla crescita della pubblicità online e della base di utenti, la piattaforma d Jack Dorsey non decolla dal punto di vista economico.  Nei giorni scorsi la società  pare aver invertito la rotta: il fondatore ha presentato i ricavi del quarto trimestre 2017, che vedono un utile di 91 milioni di dollari. Tanto è bastato a far volare il titolo, che ha toccato in borsa il valore di 30 dollari per azione per la prima volta dal 2015: allora, però, le aspettative erano diverse.

Per arrivare a questo risultato,  è stata necessaria una cura da cavallo, con taglio dei costi per 150 milioni, e a farne le spese sono stati stipendi, marketing e una sforbiciata al reparto ricerca e sviluppo. Intanto la base degli utenti non aumenta. Gli analisti, in sostanza, temono si tratti di un fuoco di paglia.

Jack Dorsey, fondatore di Twittter

Jack Dorsey, fondatore di Twittter

E’ strano come una delle società che più ha improntato il nostro stile di vita – basti pensare al termine “hashtag” e all’uso del tasto cancelletto, che usavamo solo per ricaricare i cellulari  – non riesca a decollare. L’idea è stata geniale; ma monetizzare è un altro discorso. Twitter sfondò nel giugno 2009, quando fu ampiamente utilizzato da giornalisti e manifestanti per “coprire” la rivoluzione verde in Iran. Fu subito chiaro che si trattava di un formidabile strumento di comunicazione: senza fronzoli, costringeva alla sintesi. Con il tempo, è diventato il medium preferito dai personaggi in vista –  anche il Papa ha un account – e un termometro sensibile degli umori della gente. Ma il suo pubblico è più elitario, e quindi meno appetibile per le aziende che fabbricano prodotti di largo consumo, rispetto a quello di Facebook. Inoltre, il tempo passato sulla piattaforma è scarso.

La virata per cercare di portare per la prima volta in utile la compagnia comprende il passaggio da 140 a 280 caratteri e un incentivo all’uso dei video. L’esperienza di oggi è leggermente differente rispetto a quella degli esordi; sicuramente, più coinvolgente. Ma nel frattempo è arrivata la concorrenza, ed è difficile immaginare che gli utenti si dividano su più piattaforme di quante –  e sono molte – già ne usano. Più probabilmente, faranno una scelta. E la creatura di Jack Dorsey resterà quello che è sempre stata: uno strumento “posh”. I soldi, quelli veri, andranno da un’altra parte.

@apiemontese

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cultura, salute

Padiglione cancro, di Aleksander Solgenitzin

Aleksander Solgenitzin vinse il premio Nobel negli anni ’70, ma non, come molti credono, per “Arcipelago gulag”, la sua opera più famosa. Gli accademici di Svezia lo incoronarono per un’opera poco conosciuta,  il romanzo “Padiglione Cancro”.

Ne avevo sentito parlare e mi incuriosiva, così quando l’ho trovato sullo scaffale di un negozio di libri usati l’ho comprato subito. Di Solgenitzin non avevo mai letto nulla.

Mi aspettavo un autore pesante e un libro noioso, insomma ero rassegnato e pronto ad abbandonarlo.  Mi sbagliavo. Ho scoperto che il nostro è un grandissimo scrittore, capace di rendere con tratti rapidi ed efficaci uno spaccato della quotidianità in un ospedale sovietico, senza rinunciare, in più di una circostanza, a toni persino umoristici.

Siamo nell’Uzbekistan degli anni Cinquanta.  Nelle corsie del padiglione 13, quello riservato ai malati oncologici,  si intrecciano le storie dei protagonisti: paure, ansie, infatuazioni, piccole e grandi meschinità. Medici e pazienti vengono descritti con una profondità di sguardo e una conoscenza dell’animo umano che a tratti meraviglia.

L’autore, che negli anni Cinquanta aveva ricevuto una diagnosi di cancro ed era stato ricoverato proprio come i personaggi del libro, riversa nelle pagine parte della propria esperienza; del resto, la terminologia ricca di dettagli lascia pochi dubbi sulla sua padronanza della materia.

Ma Padiglione cancro è almeno altre due cose. In primis uno spaccato su una malattia, e relative terapie, per come era percepita quando ancora lasciava poche speranze. Allora si moriva molto più di oggi; ma è interessante vedere come gran parte delle tecniche di cura fossero già impiegate (chirurgia, radioterapia, chemio, ormonoterapia; per chi fosse interessato al tema, consiglio anche “L’imperatore del male – una biografia del cancro” di Siddharta Mukherjee).

L’altro profilo per cui si tratta di un romanzo da scoprire (o da rileggere) è che la vita di corsia e l’intrecciarsi dei destini offrono uno visione estremamente realistica e particolare della società sovietica. Lontano dall’inferno dei gulag, Solgenitzin racconta la quotidianità di un paese dove per fare la spesa serve la tessera e per spostarsi da una città all’altra bisogna chiedere il permesso alla polizia. Il comunismo ne esce per quello che fu, un gigantesco esperimento sociale capace, in nome dell’ideologia, di sacrificare milioni di esistenze; ma, al di là della valutazione storica, mi sembra che questo lungo romanzo possa essere considerato come l’antesignano di tutto il filone di “medical tv” che, da ER in poi, ha spopolato in Occidente. Scritto trent’anni prima. Insomma, leggetelo.

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economia

Se le startup dei giovani ci salveranno

Com’eravamo dieci anni fa? C’erano il posto fisso, il mutuo facile e mancava il web. Mettete tutto nello shaker, agitate bene con la crisi peggiore degli ultimi 80 anni, e guarnite con i voli low cost che hanno permesso ai giovani di girare il mondo:  avrete una generazione di ragazzi svegli in grado di trainare anche gli adulti. Se avranno voglia di rimettersi in gioco.

Ho partecipato al meeting di StartupItalia il 18 dicembre a Milano e trovato una situazione diversa rispetto a qualche tempo fa. Più consapevolezza delle potenzialità che derivano dal mettersi in proprio, maggiore conoscenza delle dinamiche di business, e una cognizione dei limiti – esistono anche quelli – di questa scelta.

Certo, ormai non si può prescindere da formazione costante, cambiamenti contrattuali (il jobs act, seppur migliorabile, va già in questa direzione) e da una rivoluzione nella mentalità: via foto e data di nascita dal curriculum, basiamoci sulle competenze, che sono quello che serve.  Un mondo al contrario, dove i giovani salvano gli adulti, è possibile. Chissà, magari a pensarlo forte accade davvero.

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internet

Nadia Toffa terzo personaggio più googlato del mondo?

Sulle prime ho pensato si trattasse di un sito satirico, di  una notizia postata per ridere. Poi scopro che è vero. Nadia Toffa, inviata delle Iene, è il terzo personaggio più cercato su Google nel 2017, riporta il motore di ricerca. Prima di lei, solo Matt Lauer (conduttore NBS licenziato dopo uno scandalo sessuale) e Meghan Markle, promessa sposa del Principe Harry.

Nelle ultime settimane la Toffa è stata al centro dell’attenzione  per via di un malore che l’ha colpita mentre si trovava a Trieste.  I media hanno dato la notizia immediatamente, e tra gli utenti social è partita la gara agli aggiornamenti.

Facciamo gli auguri di pronta guarigione a Nadia (che è ancora ricoverata a Milano, ma sta meglio). Ma certo fa riflettere l’attenzione che le è stata dedicata.  Le Iene sono un programma un tempo innovativo che da anni si è, purtroppo, specializzato nel rilanciare bufale. I suoi volti sono ormai noti al grande pubblico, e vengono associati al giornalismo-verità. Ma non di questo si tratta. Per capirci, non sono Report, ma intrattenimento con contenuti di inchiesta spesso inquinati dal sensazionalismo, e da un taglio che, per essere accattivante, sacrifica spesso la precisione.

Va osservato che la classifica di Google traccia un quadro interessante di come usiamo davvero il web. Date uno sguardo di persona (il link è questo), non solo a quella globale ma anche alla declinazione per paese. Un esercizio utile per conoscerci un po’ meglio.

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brexit, esteri, londra

Londra città-stato? Improbabili suggestioni

Londra città-stato? Improbabili suggestioni che dimostrano, una volta di più, quanto in riva al Tamigi si sa da sempre: la Brexit è stata un errore, e il paese sconta l’ambizione politica di David Cameron. Quella che gli fece promettere un referendum su una questione strategica per l’interesse nazionale. Convinto di vincere, perse.

Per entrare in Europa il Regno Unito impiegò 20 anni. Per uscirne, una notte: e ora che i termini previsti per separarsi dal Continente (entro marzo 2019) stanno stringendo, è arrivato il momento di prendere decisioni difficili, come evidenzia bene in chiusura il collega del Corriere. Qui il link al pezzo del quotidiano milanese.

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brexit, esteri, londra

Dal Prosecco al Times: il vizio del buon giornalismo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra,Italia. 

Più dei diplomatici potè il prosecco. Che le interminabili discussioni sulla Brexit nelle stanze del potere siano in stallo lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. In questo mare magnum di informazioni spesso inutili e dichiarazioni di facciata entra in gioco il buon giornalismo, quello che interpreta e non si limita a riportare i fatti. E qualche volta trova la chiave giusta. La guerra, ormai, è anche commerciale.

La lettura che Londra, Italia ha dato di una vicenda a dir poco singolare come quella del Prosecco nostrano (che secondo un Carneade dell’odontoiatria inglese rovinerebbe i denti) ha fatto scuola: molti nell’ambiente pensano si tratti di una campagna denigratoria, strumentale e giocata ai limiti – per non dire al di fuori – del regolamento, simile a quella contro l’olio di palma.

L’editoriale del nostro direttore a difesa di un prodotto che ha saputo conquistare il cuore tiepido degli inglesi è stato il classico sassolino scagliato dalla fionda di Davide contro Golia.  E invece, di blog in blog, di testata in testata, il passaparola ha coinvolto i più alti vertici istituzionali.

La prima pagina del Times di venerdì 1 settembre con l’articolo che cita Londra, Italia

Il nostro giornale è letto, ” fa opinione a Londra“, e viene spesso ripreso in patria. Però se a seguirci è addirittura il Times con un bel pezzo in taglio basso, lo prendiamo come motivo di soddisfazione (qui il link alla versione online).

Londra, Italia ha quasi tre anni. Un bambino a quell’età comincia ad articolare frasi. Dai primi vagiti, alle parole, giorno dopo giorno tenta di costruire il linguaggio e la propria identità attraverso l’interazione con il mondo. Un giornale funziona allo stesso modo.

Chi comincia un’avventura editoriale ha un’idea, ma deve confrontarsi con la realtà, con le risorse, con i vincoli di bilancio. Nel nostro caso, anche con la tendenza a rinchiudersi di chi vive all’estero. Noi non l’abbiamo fatto. Londra, Italia è fatto da persone che vogliono innanzitutto fornire un servizio: quello di interpretare la realtà che gli expat vivono, quotidianamente.

E’ nato da loro e per loro, e chi ci scrive sa bene che il nostro Paese è criticato, odiato talvolta, ma sempre rimpianto. Non ha commesso l’errore di costruire una torre d’avorio. Al contrario, è probabilmente l’unica realtà ad aver creato e sempre mantenuto un legame forte con la Penisola. Molti di noi viaggiano ogni mese tra Stansted e Bergamo, tra Heatrow e Fiumicino, vivono in UK ma ragionano come se avessero due patrie: Londra, Italia ne tiene conto.

Un giornale, due paesi. L’Europa si sta formando nella quotidianità prima che nei palazzi. Per molti esiste sul serio, e da tempo. Sono quelli che viaggiano, emigrati per  lavoro e non per piacere, quelli che non hanno paura di ammettere che tornerebbero, un giorno, se ve ne fossero le condizioni. E’ a loro che ci rivolgiamo. E sono molti. Sarà per questo che, a noi, la Brexit non piace. E se anche il Times è dalla nostra, allora, dopo tre anni, è il caso di brindare. Con una bottiglia di Valdobbiadene, ovvio.

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brexit, esteri

Un anno di Brexit. Da May a Cameron, la Gran Bretagna in cerca di leader

Questo articolo è stato pubblicato sul Londra, Italia il 23 giugno 2017. 

Era la fine del primo decennio Duemila. David Cameron veniva salutato come un leader giovane, ecologista, innovatore. Il paese che Tony Blair si trovò a governare nel 1997 era depresso, svogliato: aveva completato la transizione da economia industriale a economia di servizi, ma sul campo erano rimaste le teste dei tanti a cui il passaggio non era riuscito. Il miracolo riuscì, invece, almeno sulla carta, al leader laburista.

Cool Britannia la chiamavano. Ed attirava, in effetti. Non solo l’ora del tè e il Sunday roast: una comunità giovane, globale e aperta al futuro, che prende il meglio di quello che il mondo può offrire. Ma mentre a Londra si brindava a champagne nei salotti della finanza e si ascoltava il Britpop di Oasis e Blur, nelle regioni dimenticate del Nord le fabbriche di posate e le miniere chiudevano una dopo l’altra. Era la finanziarizzazione dell’economia. Calici al cielo, soldi che passano di mano in mano e creano altri soldi, e (in teoria) il benessere si sarebbe diffuso a pioggia. Col senno di poi, facile prevedere che la bolla sarebbe esplosa.

Nel 2007 arriva la crisi. Non solo. Nel pacchetto Blair era compresa una guerra, quella in Iraq, combattuta al seguito di Bush sulla base di premesse rivelatesi false; la gente era stufa di perdere soldi e soldati in un conflitto percepito come distante e inutile. E’ in questo clima da post sbornia che Cameron, il leader bambino, studente dei migliori college inglesi come da tradizione, vince le elezioni nel 2010 e porta a termine il primo mandato.

Era atteso con speranza, si dimostra un leader senza qualità. L’atto che pone termine alla sua carriera politica a nemmeno 50 anni è il referendum che trascina la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea esattamente dodici mesi fa. Indetto per guadagnare consensi e quasi per gioco, diventa un affare tremendamente serio quando la gente vota per lasciare Bruxelles. Che, oltre agli immigrati, portava anche soldi, tanti, ripartiti tra aiuti alle regioni depresse del paese e la possibilità di accedere a un mercato unico e ricco per i tanti servizi e le poche merci britanniche.

Brexit un anno dopo: successo o scelta avventata?

Brexit un anno dopo: successo o scelta avventata?

In quel frangente nasce la meteora di Theresa May. Ministro dell’Interno per sei anni, tiepida sostenitrice del Remain, la signora ha finalmente la grande occasione. Carriera cominciata negli anni Settanta, un marito attaccapanni, più che spalla, May accetta l’incarico come una missione e opera un’inversione a U, trasformandosi in paladina dell’uscita. “Getting the job done“, portare a termine l’incarico, quale che sia, senza farsi domande. Si sciolse in lacrime all’elezione della Thatcher, avrebbe voluto essere lei la prima inquilina al numero 10 di Downing Street. Ora ha l’opportunità di entrare nella Storia dalla porta principale.

Un aplomb altero, la consapevolezza malcelata che la Gran Bretagna post-imperiale non è mai stata un’isola ma un crocevia di relazioni, interessi e soft power, sin da principio non attira simpatie, in patria e all’estero.

Brexit means Brexit“: con questa salsa il primo ministro condiva i primi discorsi e rispondeva a chi chiedeva se, davvero, a Londra fossero sicuri di lasciare un’Unione che già garantiva ampie autonomie. E che, soprattutto, forniva sussidi, non solo costi. La replica era gelida. Gli eredi di quello che fu uno degli imperi più potenti della Storia non hanno paura di affrontare il futuro a viso aperto.

Preoccupata di passare alla Storia più che dell’ordinaria amministrazione, la premier, però, dimentica il fronte interno. La Brexit aveva perso a Londra, ma trionfato nelle periferie del Regno, dove i Leavers  avevano convinto la working class che la colpa di tutti i mali stava a Bruxelles. Immigrazione, attentati, abuso dei sussidi, ospedali al collasso: tutto nello stesso calderone. Quello del 2016 diventa un voto di protesta legato alle condizioni precarie dei molti stanchi di sentirsi raccontare che tutto va bene mentre guardano, col piatto vuoto, la dolce vita della capitale.

Nessuno tra i Conservatori pensa a come avrebbero reagito le masse all’aumento delle tasse universitarie e a manovre come la “dementia tax quando si decide di convocare nuove elezioni per “rafforzare il mandato” in vista di una hard Brexit che comincia a profilarsi problematica e piena di incognite.

E’ un errore. La premier incassa una vittoria monca: sei ministri non vengono rieletti, e, da una maggioranza sicura, i Conservatori si trovano nella necessità di cercare il sostegno del DUP (il Democratic Unionist Party nordirlandese)  per governare. Compagine locale, decisa a recitare fino in fondo il ruolo di veto player – quelle forze politiche il cui unico capitale è la possibilità di dire no – il loro sostegno costa caro.

Il resto è storia di questi giorni. Theresa May prova a formare un governo di scopo per la Brexit, le cui trattative hanno preso il via una settimana fa. L’Unione, dal canto suo, ringalluzzita dai recenti successi elettorali in Olanda e nella Francia di Macron, si mostra compatta. A Londra si comincia a pensare che la strategia massimalista (“No deal is better than a bad deal“, l’ennesimo slogan) non sia più perseguibile. Che qualcuno  a Downing Street abbia pensato a un’alternativa in questi dodici mesi è, però, tutto da dimostrare.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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brexit, londra, politica

May dalla Regina, probabile accordo con il DUP

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Londra,Italia il 9 giugno 2017.

“L’alternativa a Theresa May è intollerabile”. Con queste parole, il Partito Democratico Unionista (DUP), formazione nordirlandese, apre la porta alla possibilità di sostenere un esecutivo guidato dall’attuale primo ministro. Sospiro di sollievo per l’inquilina di Downing Street, che rischia di abbandonare la carica dopo aver consumato il mandato più breve dagli anni Venti. Roba comune alle nostre latitudini, ma che Oltremanica fa un certo effetto.

Ma non si tratta di una situazione facile. Con la maggioranza assoluta dei seggi, necessaria per governare, fissa a quota 326 seggi, i 318 collegi vinti dai Tories non bastano. L’alleanza con il DUP garantirebbe altri dieci seggi: appena due sopra la quota di stallo. Significa che qualsiasi provvedimento sarebbe esposto al fuoco amico dei franchi tiratori, che non mancano soprattutto sui temi legati alla Brexit, e le questioni sociali. Il rischio è la paralisi decisionale. Il contrario di quello per cui il modello parlamentare inglese, il “modello Westminster”, è progettato.

Del resto, il costo politico di un accordo con il DUP potrebbe essere molto alto. Il partito rappresenterebbe un veto player in grado di condizionare qualsiasi decisione, con appena dieci deputati eletti, per di più localizzati in Irlanda del Nord.  May rischia di trasformarsi in un manichino.

La premier si è recata a Buckingham Palace attorno a mezzogiorno per incontrare la Regina e confermarle la possibilità di restare in carica.

La leader ha deciso di provare a restare in sella nonostante la scelta di convocare elezioni politiche per “rafforzare il mandato sulla Brexit” e fornire al Paese “un governo forte e stabile”si sia rivelata fallimentare. La maggioranza assoluta dei seggi ottenuta da David Cameron nel 2015, che secondo i calcoli dei conservatori avrebbe dovuto aumentare, è evaporata sotto il sole di giugno. Sei ministri non sono stati rieletti e un altro ha mantenuto il proprio collegio con un distacco di appena 300 voti.

Non è stato il tema della Brexit  a smuovere il consenso, quanto, piuttosto, le questioni di politica interna come l’aumento delle tasse scolastiche e la cosiddetta “dementia tax”, che ha allarmato molti cittadini anziani.

La politica internazionale, considerata un tema prioritario dallo staff conservatore, si è rivelata meno interessante del previsto per gli elettori, preoccupati di tirare avanti. A conti fatti, la Brexit era stata votata proprio da chi temeva la concorrenza dei lavoratori stranieri e ulteriori ristrettezze.

Jeremy Corbyn esulta. Un passato (e forse anche un presente) socialista, il leader laburista ha saputo recuperare combattendo la propria battaglia punto su punto e spostando l’asse del partito a sinistra. Se il tentativo di May di formare un governo dovesse fallire, toccherebbe a lui provare a imbastire un esecutivo di minoranza capace di incassare il voto dei Lib Dem e dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon su singole questioni. Non certo un governo di prospettiva, ma un modo per superare un impasse che ricorda molto da vicino quello che si è verificato in Italia nel 2013.

Dal canto loro, i Lib Dem hanno già detto di non voler fare alleanze.

In UK manca una Costituzione scritta che preveda norme su come uscire dall’impasse. Ci si affida a consuetudini consolidate e al buonsenso. Non è esclusa la possibilità di nuove elezioni, ma non a breve termine.  Per gestire il momentum, si parlerebbe a questo punto di un esecutivo di scopo per gestire l’ordinaria amminisitrazione, che nel Regno Unito, ora, significa l’apertura delle trattative per la Brexit, fissata per  il 19 giugno. L’Unione Europea potrebbe, se richiesto, concedere una proroga.

Ciò che appare certo è che la May non mollerà facilmente. E che sembra sempre più innamorata di se stessa e del proprio sogno di essere ricordata come statista. Hubrys.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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