Theresa May annuncia nuove elezioni a luglio in Uk, “per avere un mandato più ampio sulla Brexit”. E se, questa volta, vincesse il Remain? Il popolo dà, il popolo toglie, volontà popolare rispettata e niente uscita dalla Ue, con un Parlamento in grado di assumersi la responsabilità di ratificare questa inversione di rotta . In pratica, sarebbe l’unico modo per uscirne puliti, rimediare all’errore di Cameron e restare nel mercato comune. Se i britannici ieri, poco informati e blanditi dai populisti, hanno scelto in maniera inconsapevole, questa volta lo faranno a ragion veduta, dopo un anno di dibattito sui media, senza la pressione della campagna elettorale e dopo aver intravisto le conseguenze. Senza contare che il Leave vinse di pochissimo, e se quel giorno su Londra e, dintorni non si fosse abbattuto uno dei peggiori nubifragi degli ultimi anni, probabilmente lo scarto sarebbe stato ancora minore, poche decine di migliaia di voti. Pochi, per una decisione che cambia la storia. Resta da vedere che posizione assumeranno i partiti, dato che gli schieramenti erano trasversali già nel 2016. Stiamo a vedere. A me sembra una buona notizia.
Informatori o venditori? Il lato oscuro del marketing farmaceutico
“Proibiamo rigorosamente tangenti, bustarelle, pagamenti illegali e qualsiasi altra offerta di oggetti di valore che possano influenzare o premiare in modo inappropriato un cliente per aver ordinato, acquistato o utilizzato i nostri prodotti e servizi, siano essi forniti direttamente o tramite una terza parte come un distributore, uno spedizioniere doganale o altro agente”. La dichiarazione di intenti è tratta dal Codice di comportamento di Jonhson&Johnson, multinazionale coinvolta nella vicenda che ha condotto all’arresto del primario di Ortopedia del Gaetano Pini di Milano Norberto Confalonieri.
Il noto chirurgo, spesso ospite di trasmissioni televisive, è accusato di aver ricevuto compensi per impiantare i prodotti di due aziende, la stessa Johnson e la B.Braun, in cambio di viaggi per sé e gli accompagnatori, ospitate in televisione e lucrose consulenze. Tutto pagato, secondo l’accusa, dalle aziende. Ma le intercettazioni condotte dai pm di Milano mostrano un Confalonieri spregiudicato, che si vantava al telefono di aver rotto un femore a un’anziana paziente “per allenarsi” e in qualche caso avrebbe cercato di rimediare in regime pubblico ai danni arrecati durante operazioni effettuate in regime privato. Allo studio dei magistrati ci sono 62 cartelle cliniche: la misura cautelare è stata irrogata per corruzione e turbativa d’asta, ma potrebbe configurarsi anche il reato di lesioni. Il primario, dal canto suo, rifiuta in toto le accuse.
Si ripropone il problema dei rapporti tra case farmaceutiche, produttrici di apparecchiature medicali e protesi e i medici che questi prodotti sono chiamati a impiegare o prescrivere. Il tema sale periodicamente alla ribalta in corrispondenza delle inchieste della magistratura o dell’intervento delle authority. Una questione complicata, perché a cavallo tra la ragion d’essere di ogni azienda – l’utile – e le implicazioni etiche derivanti dal particolare settore affrontato: quello della salute.
Ricostruiamo il rapporto tra queste entità così diverse.
L’attività professionale, condotta in studio o in ospedale non sempre consente di aggiornarsi costantemente sul complicato mondo delle molecole o delle protesi. Certo, esistono le riviste di settore, anche online: ma gli informatori scientifici (spesso laureati) conoscono meglio di chiunque le interazioni dei propri farmaci, gli studi effettuati e le nuove indicazioni terapeutiche. Riceverli è un modo per sopperire alla necessaria attività di aggiornamento. Ed è questo anche il fine che assegna loro il legislatore, diffondere l’aggiornamento sui farmaci o i presidi chirurgici. Ai medici il compito di valutare, facendo uso della propria competenza, e conformandosi ai principi della miglior cura per il paziente, le affermazioni.
Il legislatore interviene per la prima volta sulle “chiacchierate” tra informatori e medici nel 1934 con il Testo Unico delle leggi sanitarie, in cui si fa esplicito riferimento al “comparaggio” tra prodotti di aziende concorrenti e si vieta il commercio, sotto qualsiasi forma, dei campioni gratuiti dei medicinali. Nel 1972, quarant’anni dopo, un secondo intervento legislativo richiede, per l’assunzione della posizione di informatore scientifico, la laurea in discipline biomediche o chimico-farmaceutiche; i campioni omaggio possono ora essere consegnati solo su richiesta, e presso il Ministero si istituisce un elenco dei professionisti dell’informazione scientifica con l’indicazione del loro titolo. Non solo: il numero di informatori che è possibile impiegare in azienda dipende da popolazione medica, dal volume di produzione e della ricerca della compagnia e deve in ogni caso essere contenuto entro le 160 unità. Ma, come spesso accade, a Roma si fanno le leggi; per i controlli, rivolgersi altrove. Il testo nella prassi viene costantemente disapplicato.
Nel 1978 viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale, che si assume l’onere dell’informazione scientifica sui farmaci in concorso con le aziende. A Roma restano poteri di vigilanza sull’attività aziendale. Il decreto 23 giugno 1981 entra nello specifico. Il testo fa esplicito riferimento a un “contenimento dei consumi” di medicinali tra gli obiettivi. Lo Stato si avvale dell’informazione scientifica aziendale come strumento per raggiungere anche quei medici che, di loro spontanea volontà, sarebbero troppo pigri per aggiornarsi. In realtà, come fa notare Inforquadri, la Federazione nazionale dei Quadri di Informazione Scientifica e ricerca, le case farmaceutiche (e più in generale quelle che gravitano nel mercato della salute) interpretano l’informazione scientifica esattamente al contrario: essenzialmente, uno strumento per aumentare le vendite. Del resto, queste figure hanno un costo: e poco importa che, sul finire degli anni Ottanta, il costo degli IFS sia scaricato sul prezzo finale delle medicine (sostenuto, quindi, dal Sistema Sanitario Nazionale).
Nel 1992 interviene la comunità europea: la direttiva 92/28 della CEE delinea la figura dell’informatore scientifico, ponendolo come figura degerarchizzata alle dipendenze del Responsabile scientifico dell’azienda. Anche questa volta i controlli scarseggiano: in molte compagnie queste figure dipendono invece, esplicitamente o de facto, dall’ufficio marketing o vendite.
Dalla ricostruzione normativa emerge il fatto che, se l’idea è buona, l’applicazione diventa problematica. Del resto, un tempo non esisteva internet, e l’aggiornamento poteva essere molto lento. Anche oggi i professionisti (non solo i medici) sono spesso pigri dopo gli anni dell’Università, e spedire personale competente direttamente in studio appariva una soluzione pragmatica. In un certo senso, si è ceduto in appalto al privato una parte dell’onere ingombrante e difficile da gestire della formazione continua. In questo varco le aziende si sono infilate, dilatandone progressivamente le maglie. Gli informatori sono stati caricati di pressioni difficili da gestire e dotati di budget sempre più consistenti da spendere nell’esercizio dell’attività. I maghi delle note spese e gli artisti della consulenza hanno gioco facile, soprattutto quando si tratta di evitare guai e raggiungere gli obiettivi: c’è sempre qualcuno disposto a non fare troppe domande in cambio di vantaggi personali. Del resto, questo ci si aspetta dagli informatori: coefficienti di vendita (o, per meglio dire, di “penetrazione” del prodotto) in continuo aumento nelle aree di competenza. Numeri che significano quattrini.
Il codice di autodisciplina di Farmindustria datato 2014, è un corposo documento di 40 pagine che affronta nel dettaglio tutte le questioni che potrebbero gettare discredito su un’industria spesso al centro di polemiche infuocate come quella dei medicinali.
Il codice affronta tutti gli aspetti che il legislatore non aveva considerato, ma che ormai ricorono frequentemente nella prassi e nelle cronache giudiziarie, che ormai chiama Big Pharma le maggiori realtà di settore, percepite come un cartello. Consente, ad esempio, di offrire solamente omaggi di valore trascurabile (massimo 25 euro) come biro, agende, portapenne, a patto di indicare chiaramente sull’oggetto il nome dell’azienda e la specialità medicinale pubblicizzata. Sono permesse anche le confezioni di prova di medicinali, nel limite complessivo di 8 per ogni dosaggio, e comunque da distribuire non oltre i 18 mesi dalla data di prima commercializzazione.
Scorrendo le pagine, un capitolo ad hoc è dedicato ai congressi. È esplicitamente vietata – e questo la dice lunga – l’organizzazione di incontri di aggiornamento in località di richiamo. Recita testualmente l’articolo 3: “Sono tassativamente escluse località a carattere turistico nel periodo 1° giugno – 30 settembre per le località di mare e 1° dicembre – 31 marzo e 1° luglio – 31 agosto per le località di montagna“. Fanno eccezione le città, come Barcellona, sede di importanti istituzioni di rilievo scientifico, purché la sistemazione in albergo (non più di quattro stelle) offerta ai partecipanti non preveda accesso al mare. Anche gli spostamenti, se pagati dalle compagnie, devono avvenire in classe economica – tranne per i relatori dei convegni – mentre i pasti devono restare sotto la cifra di 60 euro. Insomma, niente vacanze organizzate in cambio di prescrizioni facili, almeno in linea di principio.
Nel caso di Milano, gli atti dell’inchiesta parlano diversamente. Partecipazione a congressi con volo scelto direttamente da Confalonieri, accusano i magistrati, soggiorno in hotel a cinque stelle dotato di piscina e spa a Barcellona e Tokio per lui e un’accompagnatrice: si arriva facilmente a superare i cinquemila euro a persona. E nessuna compagnia investirebbe una cifra simile se il ritorno atteso non fosse molto più alto.
La carta deontologica di Federfarma torna poi sull’attività in studio degli informatori, che per legge hanno diritto di essere ricevuti ogni tre pazienti, e solo se il medico gradisce. Vietato, durante la conversazione, fare ricorso a iperboli e affermazioni universali (“perfetta tollerabilità”, “assolutamente innocuo”, “farmaco di elezione”) per perorare la propria causa. Ottimo impegno. Controllare che questo comportamento venga rispettato è tutt’altro paio di maniche.
Il terzo livello a tutela dei consumatori è quello delle aziende. Tutte sono libere di dotarsi di strumenti propri, integrativi rispetto al documento dell’associazione di categoria. Si sa, serve a fare bella figura.
Spesso le multinazionali, soprattutto americane, rendono disponibili al pubblico questi strumenti, che fanno bella mostra di sé sul sito aziendale. È il caso di Johnson&Johnson: un corposo paper di una quarantina di pagine scaricabile da tutti che affronta le principali questioni etiche che si pongono davanti a chi fa business con la salute. Una guida per i dipendenti, con le modalità di comportamento da seguire in caso di, e un consiglio: far sempre riferimento ai dirigenti o all’ufficio legale. In altre aziende, come B.Braun, sul sito italiano non è possibile rintracciare una vera e propria policy: non si va oltre alle dichiarazioni generiche di rispetto del buonsenso.
Abbiamo contattato sia Johnson&Johnson che B.Braun per capire che cosa pensassero della vicenda di Milano. Entrambe le aziende hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. “Stiamo collaborando con i magistrati”, informano i portavoce praticamente all’unisono, mentre parlano di un’indagine interna per accertare le responsabilità. Risposte di prammatica.
Se le accuse fossero confermate, il problema, in entrambi i casi, è che qualcosa non ha funzionato nella catena di controllo di cui ogni corporation deve essere dotata. Ma resta da capire a che livello: se, cioè, sia stata la dirigenza a favorire l’utilizzo di determinate pratiche scorrette – e in questo caso si configurerebbe una colpa pesante per la compagnia – oppure l’iniziativa è stata presa spontaneamente da figure di basso profilo – ad esempio gli agenti di vendita – : una pratica, quindi, perpetrata all’insaputa dei superiori, per gonfiare i numeri e fare bella figura durante le presentazioni con i dirigenti. La differenza è sostanziale.
Le aziende farmaceutiche e del comparto sanitario vivono di obiettivi di vendita come qualunque altra realtà, dai concessionari di automobili ai produttori di salumi. Sono, però, coinvolte in un settore molto più delicato, il cui giro d’affari è ampio: il 70% circa dei bilanci delle Regioni è destinato alla sanità che, per come è configurata in Italia, è legata a doppio filo alla politica. Facile che solletichi appetiti poco limpidi. A tutti i livelli.
Del resto, lavorare per un’azienda impegnata nell’healthcare significa, tecnicamente, avere un impiego come un altro. Business is business, e le cosiddette prassi diffuse, a meno di inchieste clamorose, raramente vengono alla luce: sono difficili da provare in assenza di intercettazioni, richieste, però, solo in presenza di sospetti gravi come quella di Milano. Nessuno, come abbiamo visto, troverà mai documenti che giustificano il ricorso a bustarelle o benefit: troppo banale.
Piuttosto, ci si imbatterà in carte deontologiche titolate con intestazioni alla moda come “corporate responsibility”. In attesa che i magistrati compiano il proprio lavoro, abbiamo perciò provato a leggere tra le righe. “Noi crediamo che la nostra prima responsabilità sia verso i medici, gli infermieri e i pazienti, verso le madri, i padri e tutte le altre persone che usano i nostri prodotti e i nostri servizi” si legge nella carta di responsabilità di Johnson. I medici prima dei pazienti? Invertendo l’ordine degli addendi, la somma, a volte, cambia.
Antonio Piemontese
@apiemontese
May, una Brexit incerta per superare la Thatcher
Theresa May ha affermato che “Nessun accordo sulla Brexit è meglio che un cattivo accordo”. In realtà, come spiega molto bene Bloomberg, le cose non stanno così.
La sicumera del primo ministro inglese ha il sapore del bluff: un modo per presentarsi al tavolo delle trattative da una posizione forte, che incuta timore agli avversari, ma con la consapevolezza di avere in mano carte mediocri. A volte, si vince anche così. Dipende da chi sta dall’altra parte.
Prima di ricevere il mandato di traghettare il Regno Unito fuori dalla Unione Europea, May faceva campagna per il Remain: dopo l’incarico a Downing Street, la musica è cambiata. Qualcuno si chiede perché.
Per capire la strategia della Signora, bisogna, innanzitutto, comprendere il personaggio.
Chi la conosce bene, ricorda quando la giovane conservatrice Theresa seppe dell’incarico a Margareth Thatcher. Ci rimase male: avrebbe voluto essere lei la prima donna a varcare la soglia di Downing Street. Da premier.
Lo smacco la scoraggia solo temporaneamente. La carriera politica di May prende le mosse e la condurrà fino al ministero degli Interni. Ma la Thatcher resta un’ossessione. Del resto, le somiglianze con la Lady di ferro non finiscono qui: entrambe, ad esempio, non vengono da famiglie ricche, ed entrambe hanno a fianco un marito che è un pallido comprimario.
La svolta della vita avviene il 24 giugno scorso, quando, all’indomani del voto, l’allora premier David Cameron è costretto alle dimissioni. Per la successione, si fa il nome di Boris Johnson, ex sindaco di Londra e paladino anti UE. Ma qualcuno ritiene che il ciuffo biondo e le maniere a dir poco tranchant di Johnson mal si adattino a un negoziato che si annuncia lungo e complesso. Un negoziato, ai piani alti si sa, gravido di conseguenze per il futuro. Serve qualcuno non eccessivamente compromesso, in grado di discutere tutti i punti dell’accordo senza concedersi atteggiamenti sopra le righe che poco piacerebbero agli impacciati burocrati di Bruxelles. In altre parole, un servitore dello Stato, più che di se stesso, lontano dal personal branding e vicino, invece, agli interessi del Regno. I conservatori, che sulla Brexit erano divisi, pensavano di averlo trovato in Theresa May.
Chiamata a sbrogliare il pasticcio del referendum, la nostra ha finalmente l’occasione di passare alla storia, e legare il nome al momento perfetto della rinnovata democrazia britannica. Theresa sa che gli anni passano, e la carriera potrebbe presto giungere al capolinea: non ha intenzione di lasciarsela sfuggire. Ecco perché accetta di buon grado la missione, nonostante configuri un cambio di schieramento: da tiepida attivista pro-Remain ad alfiere del Leave. Con pragmatismo British, da quel momento in avanti, impersonerà il volto e la figura della Brexit.
Per prima cosa riorganizza le truppe allo sbando dopo il referendum. L’esito della consultazione è stato, infatti, talmente inaspettato che non esisteva un vero piano per il dopo.
Poi, comincia a girare l’Europa, alternando bastone e carota. Da una parte il Regno Unito vuole avere una “relazione speciale e privilegiata” con il continente, magari restando nel mercato unico. Dall’altra, il mantra è ”Brexit means Brexit”. Non manca qualche stilettata, per togliere l’impressione che in riva al Tamigi serpeggi una certa paura: ad esempio, la minaccia di trasformare Londra in paradiso fiscale per arrestare la temuta emorragia di compagnie finanziarie.
Si tratta di una tattica negoziale basilare, consolidare le proprie posizioni per presentarsi al tavolo mostrando fermezza. In realtà, a Downing Street sperano che l’Europa si suicidi con i voti cui, nei prossimi mesi, alcuni stati chiave saranno chiamati. In gergo calcistico si direbbe che a Downing Street stanno “gufando”, sperando che le forze nazionaliste fiacchino dall’interno l’Unione e magari ne allentino i vincoli. A quel punto, perché no, si potrebbe anche restare dentro.
Con l’Olanda è andata male: il populismo non ha sfondato. La prossima tappa è la Francia, e fra qualche mese sarà la volta della Germania. Se l’UE supererà queste prove, e troverà una propria compattezza, il bluff verrà scoperto. Personalmente, a quel punto, non sono convinto che la Gran Bretagna non ci ripensi.
Epatite C, esposto all’Antitrust per il caro farmaci
Questo articolo è stato pubblicato su TiSOStengo.
Abuso di posizione dominante. Questa l’accusa mossa dall’associazione Altroconsumo all’azienda americana Gilead, produttrice di Sovaldi e Harvoni, i nuovi farmaci per la cura dell’epatite C che promettono di eradicare la malattia.
Il trattamento, attualmente, è estremamente costoso in Italia: dopo una lunga contrattazione, l’AIFA (l’Agenzia per il Farmaco, che agisce per conto del governo), ha spuntato un prezzo di circa 74.260 euro per un ciclo da 12 settimane di Sovaldi e di 82.520 euro per Harvoni. Cifre monstre, che gravano sui bilanci delle Regioni e le costringono a pagare il trattamento solo ai malati terminali. Gli altri? Devono curarsi a proprie spese, corrispondendo il prezzo della terapia, o aspettare che la situazione si aggravi. Una situazione paradossale che ha portato alla crescita di un turismo sanitario ormai consolidato verso l’India e i paesi, come l’Egitto, dove il prezzo del medicinale è drasticamente inferiore: si parla di un massimo di duemila euro a trattamento.
Dal gennaio 2014 (data del nulla osta a Sovaldi da parte dell’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali) al gennaio 2015 (quando fu autorizzata l’immissione in commercio del Viekirax, il primo concorrente prodotto dalla AbbVie) la multinazionale americana si sarebbe trovata, secondo l’esposto presentato da Altroconsumo, in posizione dominante e avrebbe approfittato di questo vantaggio per imporre un prezzo estremamente più alto di quello giustificato da un recupero dei costi sostenuti. Gilead, secondo il documento, applicherebbe, inoltre, sconti solo a posteriori, a fronte, cioè, dell’acquisto di determinati scaglioni di quantità: AIFA, per ottenere un risparmio, avrebbe quindi fatto pressioni sulle Regioni perché “spingessero” i medici a cominciare il trattamento sui pazienti affetti da epatite C con i prodotti dell’azienda, distorcendo la normale concorrenza.
Non solo. Le Regioni, dovendo anticipare il costo salatissimo delle terapie prima di conoscere quale scaglione sarebbe stato raggiunto – e quindi che rimborso avrebbero ricevuto da Gilead – si sarebbero trovate, secondo l’associazione di consumatori, nell’impossibilità di programmare la spesa sanitaria per l’acquisto di altri farmaci. Una politica commerciale cinica, quella della compagnia statunitense, basata sul presupposto che, in Occidente, la disponibilità economica permette di sostenere spese enormi.
Niente a che fare con il recupero dei costi, o con un guadagno congruo: Gilead acquistò nel gennaio 2012 la Pharmasset, che aveva scoperto la molecola del Sofosbuvir alla base di Sovaldi e Harvoni, per una cifra record di 11,2 miliardi di dollari. Di fronte alle critiche, i vertici aziendali si difesero sostenendo che, a dispetto delle apparenze, si trattava di “un affare”. Non si sbagliavano: i ricavi, fin da subito, furono pari a circa 20 milioni di dollari al giorno. Con un incasso di 15 miliardi, l’operazione era in attivo già alla fine del primo anno, mentre nel primo trimestre 2016 i ricavi complessivi avevano superato di ben tre volte il capitale investito.
Lo sviluppo del farmaco, però, costò molto meno a Pharmasset: secondo un’inchiesta voluta dal Senato americano, l’investimento condotto fra il 2008 e il 2011 fu di poco superiore ai 64 milioni di dollari. A conti fatti, il Sovaldi è una gigantesca macchina da soldi. Sulle spalle dei malati.
TiSOStengo: nasce la testata editoriale
L’editoriale di presentazione del magazine tiSOStengo, un nuovo progetto editoriale legato ai temi di salute e sanità.
Il “sentito dire” è la prima fonte di informazioni per tutti: chi consultasse l’enciclopedia per dirimere ogni singolo dubbio rischierebbe di rendersi ridicolo. La vox populi è rapida, e, ammettiamolo, spesso non si discosta troppo dalla verità. L’importante è saper andare oltre le chiacchiere tra amici, e controllare quel che ci viene raccontato quando si tratta di argomenti rilevanti; e la salute ovviamente è tra questi.
Pochi giorni fa è nata la nostra testata editoriale. In realtà, come sapete, abbiamo cominciato le pubblicazioni da diversi mesi. Giorno dopo giorno, però, abbiamo visto questa pianta crescere, e, forti dell’apprezzamento che ci avete manifestato, ci siamo decisi a dare una veste istituzionale ai contenuti che produciamo.
Adesso la testata è registrata in tribunale. Ci siamo sentiti di compiere questo passo per due motivi. Il primo, semplicemente, è che la legge lo impone se, come nel nostro caso, le pubblicazioni da sporadiche diventano regolari. Il secondo è che ci teniamo a sottolineare che i nostri contenuti sono scritti con leggerezza per quanto riguarda lo stile, ma senza mai dimenticare la professionalità. Facciamo il nostro lavoro con scrupolo, precisione, cercando di evitare la banalità per fornire un’informazione utile e, perché no, stimolante.
Abbiamo deciso di creare una testata editoriale perché la Rete offre a chiunque la possibilità di amplificare notizie prive di fondamento, e non sempre un sito ben curato o un’applicazione ben fatta assicurano la qualità dei contenuti. Noi cerchiamo di mettere a disposizione la nostra esperienza per assicurarvi tutto questo.
Siamo una redazione giovane, ma ci siamo dati delle regole. Citare sempre le fonti, per esempio. Oppure comprare le foto: tutte le immagini che vedete sono regolarmente acquistate da professionisti, che ricevono una retribuzione per il proprio lavoro. Puntare sulla qualità e non sulla quantità: se non siamo sicuri di una cosa, semplicemente, non la scriviamo. E, ultimo ma non per importanza, ci siamo imposti di tutelare la lingua italiana, patrimonio nazionale che merita rispetto.
Esistono sicuramente redazioni più strutturate della nostra, giganti dell’editoria che hanno storia e tradizione da vendere. Noi, nel nostro piccolo, proviamo a difenderci. Proponiamo un modello di giornalismo alternativo e giovane, senza rinunciare alla serietà che la materia richiede.
Se facciamo bene il nostro lavoro sarete voi a giudicarlo. Di una cosa, però, siamo certi: preferiamo le critiche oneste alle lodi sperticate. Vogliamo creare un rapporto con chi ci legge, e saremo sempre pronti a rispondere e dare conto di quello che scriviamo. Continuate a seguirci, come avete fatto finora. L’avventura è appena cominciata.
Antonio Piermontese
@apiemontese
Verga, l’ospedale brianzolo che l’Europa ci invidia
Il pezzo qui sotto è stato pubblicato su tiSOStengo.
Quando Giovanni Verga, colpito al cuore dalla morte prematura della figlia, iniziò ad accarezzare il sogno di far vivere la piccola almeno in un’associazione, non avrebbe pensato di veder nascere il miglior ospedale per la cura delle leucemie pediatriche d’Italia, e forse d’Europa. Un centro dislocato su quattro piani, dove ogni dettaglio è curato pensando ai giovani ospiti e persino ai genitori, che assieme ai figli vivono l’esperienza della malattia e possono sentirsi a casa.
Ci sono voluti quattordici milioni di euro e l’aiuto di centinaia di familiari, volontari, associazioni e industrie del territorio per erigere quello che, più che un nosocomio, è un monumento all’Italia che sa darsi da fare. Un modello di collaborazione fra iniziativa privata (tanta) e sistema pubblico diventato caso di scuola. Per i risultati, non per le intenzioni.
Siamo a Monza, in Brianza, terra operosa, votata al lavoro e al sacrificio. Da sempre, il buen retiro della borghesia milanese. Qui i ricchi e i nobili venivano a trascorrere le vacanze lontano dal fracasso della città. Un lembo verde nella sconfinata pianura industrializzata che si distende fino a Varese, a Bergamo e a Brescia. Il comitato Maria Letizia Verga vede la luce a Milano nel 1979, ma bastano un paio d’anni perché la mancanza di spazio imponga di cercare una nuova sede; Monza ne ha.
La storia è quella di una ragazzina colpita da leucemia: le terapie non funzionano, e la piccola spira tra le braccia dei genitori. Il trauma smuove il padre. Per non lasciarsi annientare al dolore, Verga cominciò a raccogliere fondi per migliorare, un giorno, le condizioni dei bambini come la sua, che trascorrevano le giornate in reparti plumbei e anonime camerate da sei letti. Accanto a loro, genitori stremati che si addormentavano sulle sedie.
L’idea prende corpo. Parliamo di trentasette anni fa, ai tempi di leucemia si moriva quasi sempre. L’idea è buona, vale la pena di sostenerla. Il carisma di Verga, un “founder” molto diverso da quello tratteggiato nella recente pellicola, trova una valida sponda nella comunità locale. E così tra un evento di beneficenza e un banchetto in piazza, le donazioni cominciano ad arrivare.
Gli sforzi si moltiplicano, come fiori al principio di primavera. Sono passati undici anni dall’approdo in Brianza quando, nel 1993, nasce il day hospital, che consente di risparmiare ai piccoli pazienti lo stress dell’ospedalizzazione e ai genitori di dormire finalmente a casa propria. Una rivoluzione copernicana, che permette di mantenere abitudini e riferimenti in un’età delicata, e di tagliare i costi di gestione. Per chi viene da lontano, nel 1999 vede la luce il residence Maria Letizia Verga: una cascina completamente ristrutturata a spese del Comitato, dotata di 16 appartamenti, a cui le famiglie possono appoggiarsi per i lunghi periodi richiesti dalle cure. Nello stesso anno nasce anche il centro Trapianti Midollo Osseo, che oggi, da solo, effettua il 10% degli interventi eseguiti in Italia.
Il nuovo millennio si apre all’insegna della ricerca. Nel 2002 viene inaugurato un laboratorio all’avanguardia di Terapia Cellulare, che nel 2007 riceve l’autorizzazione dall’AIFA (l’Agenzia Italiana per il Farmaco) a produrre farmaci sperimentali.
Mancava ancora qualcosa, però. Bisogna attendere il 2013 perché prenda vita il progetto più ambizioso: la costruzione di un vero e proprio ospedale, autonomo rispetto al vicino San Gerardo, ma che potesse, al contempo, integrarsi con esso. Fino ad allora, i bambini leucemici erano curati all’undicesimo piano della struttura monzese. Spesso le grandi idee nascono da un imprevisto; in questo caso la scintilla scocca quando il personale medico scopre che i lavori di ristrutturazione del nosocomio sarebbero durati almeno sei anni: troppi per i piccoli pazienti, senza contare il rischio altissimo di contaminazione con le polveri.
Verga capisce che è l’occasione per provarci. In pochi mesi, mobilita le risorse economiche e il network relazionale costruiti in 30 anni di attività, e comincia a dare forma al progetto che vale una vita. Si avvale della consulenza “qualificata” dei piccoli pazienti – che hanno espresso le loro richieste: vogliono un ambiente colorato, accogliente, dove trascorrere una parte importante della loro vita in serenità e non essere semplicemente curati – e di quella dei genitori, ma tiene conto anche dell’esperienza del personale sanitario.
Gli architetti disegnano un complesso di quattro piani, ispirato ai criteri della cromoterapia, dotato di spazi per i bambini piccoli e di un angolo per i teenagers, di stanze singole e di un day hospital dove poter effettuare i trattamenti. Gli infermieri sono collocati al centro della stanza, con un bancone circolare che offre una panoramica completa di quanto accade. Una struttura di respiro europeo, più che italiano. Il San Gerardo cede il terreno, i soldi arrivano da associazioni, imprese, e anche da privati: comincia la corsa per mettere insieme il necessario ad accendere un mutuo e avviare i lavori.
Ogni stanza, ogni ambiente, è “preso in carico” da un soggetto, dal supermercato di zona alla grande realtà della distribuzione mondiale. Al pianterreno i corridoi colorati, i locali e le stanze per il relax, richiamano un immaginario asilo. Al piano interrato, invece, moderni laboratori di ricerca e diagnostica studiano nuove terapie. La malasanità è un ricordo lontano.
La ricetta, del resto, era collaudata. Passione contro svogliatezza. Precisione contro approssimazione. Trasparenza contro spreco. A garantire per tutti, la mano pesante di Verga, che motiva il personale e lo sprona con lo spirito di un guerriero. Bastano un sorriso e una pacca sulla spalla per ricominciare più forte di prima.
Ma libri economici e partite doppie non sono orchi malvagi, esistono davvero. E i conti vanno pagati, anche quelli di un ospedale pediatrico. Per mandare avanti il Centro (nato da iniziativa privata, ma pubblico e accessibile a tutti tramite il Sistema Sanitario Nazionale) è necessario mantenere costante il flusso di cassa. Non sempre facile, anche perché la raccolta di denaro si rivolge soprattutto al territorio monzese e milanese. “Le radici del nostro finanziamento – confermano i responsabili del fundraising – al momento sono più che altro locali”: e se è vero che la comunità ha sempre risposto all’appello, la ricerca e la cura, fatte a questi livelli, costano care. Ma sono le stesse che in tre decenni hanno consentito di elevare il tasso di sopravvivenza dei bambini dal 30% all’80% . Nasce una struttura dedicata alla raccolta fondi, che si occupa di tutto. Il tessuto economico risponde; ma chi vuole dare una mano, può farlo anche donando il proprio tempo: tra le attività che si svolgono nel centro, non è difficile trovare il modo di rendersi utili. Dall’intrattenimento all’aiuto nei compiti, c’è sempre qualcosa da fare.
Oggi il sogno si è realizzato. Un modello replicabile? Forse. Sicuramente, serve un territorio ricco e socialmente impegnato, condizione che in Brianza, senza dubbio, ricorre. Serve un leader carismatico capace di guidare il progetto e garantire sull’impiego dei fondi; e serve la cooperazione degli enti locali e delle aziende ospedaliere, che, se non finanziano, devono quantomeno spianare la strada dal punto di vista burocratico. In un periodo in cui la sanità pubblica sta cedendo il passo a quella privata (per chi può permettersela), il centro Maria Letizia Verga di Monza propone un modello misto, una terza via dal sapore nordico. L’impressione è che l’ingrediente fondamentale per oliare i meccanismi sia la fiducia. Fiducia nel futuro e nella possibilità di realizzarlo, fiducia che quanto donato non sarà sprecato, fiducia nei medici. Probabilmente, più dei soldi, è questo l’ingrediente raro.
Referendum 4 dicembre, le ragioni per dire sì
Non c’è certo bisogno di un’altra voce nel frastuono di opinioni sul referendum costituzionale del 4 dicembre. E poi, prendere posizione su una questione del genere espone a un rischio: quello di trovarsi, fra qualche anno, a dover difendere le conseguenze della propria scelta.
Ciò premesso, nascondersi è, probabilmente, peggio. Tanto più che il dibattito ha assunto toni da stadio e sono in pochi ad aver letto la riforma. Per la cronaca, bastano un paio d’ore.
Un documento molto utile si può trovare a questo link. L’autore ha messo a confronto il (vecchio?) testo della Costituzione con il nuovo. Preciso che non conosco la fonte, ma mi sembra un lavoro scarno e ben fatto. L’essenziale per farsi un’idea. Se non altro, serve a mettersi la coscienza a posto.
I PUNTI CRITICI – Le questioni poste dal fronte del NO mi sembrano essenzialmente tre: l’accoppiata riforma costituzionale – Italicum, che determinerebbe uno scadimento della democrazia; la maniera in cui il Senato verrebbe riformato; i rapporti Stato-Regioni.
Tralascerei il primo argomento: Renzi si è detto disposto a modificare l’Italicum, procedura per cui basta la legge ordinaria. Ovviamente la legge elettorale è importante per un paese sano: la scelta fra maggioritario e proporzionale è quella tra un sistema volto a garantire la governabilità e uno che predilige la rappresentatività. Una questione complessa, che merita ben più ampia trattazione. Ponendoci nella condizione che lo faccia, facciamo un passo avanti e spostiamoci al resto.
Dopo la riforma, il Senato passerà a 100 membri. Si poteva abolirlo, si è scelto di mantenerlo. Non mi dispiace, a dire il vero. Rappresenterà le Regioni (ma era già eletto su base regionale, e l’intento dei costituenti era proprio quello di garantire rappresentanza ai territori). Sicuramente il fatto di mandare a Roma sindaci e consiglieri regionali poteva essere evitato perché attendere bene a un compito solo è già molto, soprattutto a certe, mediterranee, latitudini. Ma tant’è.
Si fornisce sicuramente potere ai partiti, nell’ottica di una democrazia rappresentativa che medi le istanze del corpo elettorale. Ma con una legge elettorale valida a livello locale – e quella che elegge i sindaci lo è – si potrebbe, in via teorica, selezionare una classe di politici competenti a portare nella Capitale i bisogni dei territori.
Preciso, per dovere di cronaca, che preferirei l’elezione diretta dei senatori, sul modello americano. Ma si tratta di un dettaglio che potrebbe essere oggetto di ulteriore riforma fra una decina d’anni, il tempo di verificare la validità della proposta attualmente in discussione: queste valutazioni, l’esperienza insegna, si possono fare solo “sul campo”.
A garantire una base di democraticità, il fatto che, in fondo, i nuovi senatori saranno uomini e donne già eletti una volta; toccherà, poi, alle segreterie scegliere che spedire a Roma facendo convergere i voti su questo o quel candidato.
Il nuovo Senato non avrà il potere di votare la fiducia al Governo, né di approvare leggi ordinarie. Queste prerogative spetteranno solo alla Camera dei Deputati (che resterà eletta dai cittadini), tranne alcune eccezioni (ad esempio le leggi costituzionali). I senatori potranno, dal canto loro, proporre a Montecitorio disegni di legge, gravati dall’obbligo di esaminarli nel giro di qualche settimana.
Sulle leggi votate alla Camera, invece, il nuovo Senato potrà esprimere un parere non vincolante, senza però bloccarle.
Nel complesso, mi sembra che questa riforma raggiunga l’obiettivo di delineare un processo decisionale più snello: la “navetta” parlamentare, per cui ogni modifica da parte di una delle Camere provocava con effetto immediato la ripartenza dell’iter, è evitata.
Camera e Senato hanno spesso visto maggioranze differenti, e con il “vecchio testo”, i compromessi non potevano che essere al ribasso, producendo leggicchie spesso inutili e difficili da superare, anche perché, nel loro cerchiobottismo, non scontentavano mai completamente nessuno.
Il tema della accountability (la responsabilità) è affrontato: si sa di “chi è la colpa” di questa o quella politica, e dopo cinque anni si può decidere di votare diversamente. Che poi questo accada davvero, in un paese legato alle appartenenze ideologiche più che ai programmi, è un altro discorso. Ma è giunta l’ora, anche per gli elettori, di farsi un esame di coscienza: Berlusconi non si è eletto da solo, i corrotti della Prima e Seconda Repubblica tantomeno.
Nel nuovo testo, è tutelato il ruolo del presidente della Repubblica, e anche la figura del presidente del Consiglio risulta invariata, a differenza di quanto accadeva nella riforma del 2006 (centrodestra), poi bocciata alle urne.
IMMUNITA’ – Altro tema, sollevato da Marco Travaglio e dal suo Fatto Quotidiano: i senatori continueranno a godere dell’immunità parlamentare, esattamente come accade ora. Il timore del giornalista è che un Palazzo Madama svuotato di competenze si riduca ad ad essere, semplicemente, ricettacolo di figure impresentabili da proteggere dalla giustizia. Gli anni del Porcellum hanno mostrato come si possa sfruttare il Parlamento per far eleggere, tramite liste bloccate, ogni sorta di impresentabile alle prese con i tribunali. L’Italicum, che quelle liste ripropone, non aiuta; ma è un fatto che anche le preferenze abbiano prodotto clientelismo e corruzione. Ripeto, si tratta di un tema diverso, che va affrontato separatamente tramite legge ordinaria, e non pregiudica la validità della riforma nel suo complesso. Il dibattito dovrà essere ampio, questo è certo.
Renzi osserverà che l’immunità era stata prevista già dai padri costituenti: ma allora si voleva garantire che i membri del Parlamento esercitassero liberamente le proprie funzioni. Mancando queste, ne decadono i presupposti. Più probabilmente, si è trattato di una concessione alla vecchia politica, sempre ansiosa di salvacondotti da usare alla bisogna. Si perde, certo, un’occasione, ma si tratta di una questione secondaria che potrà essere risolta in seguito.
COMPETENZE – Quelle del nuovo Senato, come già detto, saranno ridotte all’osso: in parole povere, rappresentare le istanze locali davanti alla Camera e al Governo e poco altro, ai fini pratici. E allora perché non privarsene del tutto? La prima ragione è squisitamente politica: un organo di raccordo serve, ed è previsto in quasi tutti gli ordinamenti parlamentari. La seconda è umana: credere che i parlamentari avrebbero votato facilmente un’auto-distruzione di Palazzo Madama suona molto ingenuo.
Sintetizzando: la riforma del Senato ci può stare, posto che si avverta la necessità di semplificare il processo decisionale.
Se invece, per qualsivoglia motivo, si preferisce mantenere in piedi un’architettura costituzionale ridondante creata dopo il ventennio fascista e con il pericolo comunista alle porte, un bicameralismo ipergarantista e pachidermico, il problema è questo, non come la riforma è stata fatta. Ricordiamo che molti parlamentari hanno cambiato idea dal 2014, quando il testo fu licenziato. Mi sembra che il referendum sia diventato terreno di scontro politico, una sorta di regolamento dei conti (anche interni al PD) che esula dal merito.
RAPPORTI STATO – REGIONI – Il testo di Renzi sembra fornire una chiarificazione nei rapporti Stato – Regioni, riscrivendo l’elenco delle competenze. Il baricentro, che nel 2001 era stato spostato a livello locale, tornerà a Roma.
La riforma di allora, voluta dal governo Amato, era figlia della rincorsa alla Lega. Si riteneva che il problema dell’Italia risiedesse nella eccessiva centralizzazione di certe decisioni, che meglio sarebbero state assunte a livello locale.
Gli effetti non sono stati quelli sperati. A fronte di una gestione migliore delle risorse in certi contesti, sono aumentati gli sprechi: la sanità, che nel 2001 costava 75 miliardi, oggi ne costa 110, come riporta Linkiesta.
Non solo. Le normative regionali sono spesso ampiamente discordanti, e non di rado si verificano conflitti di competenza con lo Stato, che devono essere risolti in sede amministrativa.
Il punto più importante, però, è un altro. Le decisioni strategiche per l’interesse nazionale vanno prese nell’interesse di tutti, non solo dei governi locali. Questo accade oggi? Non sempre.
L’Italia ha un deficit di senso della comunità; è stata unificata relativamente di recente; la celebre frase di Massimo D’Azeglio (“L’Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani”, che potrebbe applicarsi bene anche all’Europa) rende perfettamente la situazione. Anche 150 anni dopo.
Esigenze diverse, storie diverse, un solo governo. A inizio secolo, la Lega sembrava fornire le risposte a chi chiedeva a gran voce autonomia. Soprattutto, la chiedeva il Nord, che viaggiava e viaggia a un altro passo rispetto al Meridione e al Centro. Ma mani libere potevano fare comodo agli intrallazzi di molti anche nelle regioni del Sud. Gli allora DS si assunsero l’onere di provvedere, anche in vista delle elezioni.
Com’è andata lo sappiamo: vinse ugualmente Berlusconi, assieme a Bossi. I due cercarono di portare a casa una riforma costituzionale di taglio marcatamente federalista, con un premierato forte. Fu percepita – a mio parere giustamente – come una rivoluzione copernicana che snaturava la Repubblica, e venne bocciata alle urne nel referendum del 2006.
SUPERARE IL 2001 – La riforma del 2001 è superata. Non c’è più spazio per gli eccessi di particolarismo nel mondo contemporaneo. La Lega ha mostrato i propri limiti una volta passata da partito antisistema a forza di governo, ed è finita al centro di inchieste dal sapore più romano che lumbard, perdendo la credibilità che aveva garantito sulla bontà delle proprie istanze. Ma non solo.
Il fatto è che quello di allora era davvero un altro mondo, con certezze che oggi appaiono lontane. Non c’erano ancora stati l’11 settembre, le guerre in Iraq e Afghanistan. Dell’esistenza di Al Qaida sapevano in pochi, molti soldati dell’ISIS facevano le elementari – alcuni frequentavano l’asilo -; la pax americana garantiva una certa serenità a un mondo che nel ‘91 si era scoperto unipolare. Noi eravamo nella parte giusta del mondo, quella ricca, senza concorrenti. La Cina cresceva a tassi record ma era lontana, l’India molto più indietro, la Russia rimasta orfana di Eltsin e in mano agli oligarchi sembrava incapace di trovare una stabilità. Di Brexit non si parlava, si era anzi nel pieno della Cool Britannia di Tony Blair e della Terza via. In usa presidente era Clinton, quello vero.
La globalizzazione era agli albori, e se qualcuno avvertiva che gli effetti potevano essere devastanti – il G8 di Genova risale proprio al 2001 – erano in molti a credere che avrebbe portato benessere, facilitando gli spostamenti di capitali, la delocalizzazione, gli investimenti slegati dal territorio. Non c’era ancora stata la crisi.
Oggi, la Cina è alle porte, e assieme all’India assomma 3 miliardi di persone; la Russia ha trovato in Putin l’uomo forte in grado di rinnovarne la politica di potenza; ci sono l’ISIS, il terrorismo e le polveriere africana e mediorientale: tutti schierati “contro” l’Occidente. Impensabile restare da soli, impensabile ragionare in senso locale.
C’è, invece, bisogno di prendere decisioni strategiche che ci inseriscano in un ecosistema più ampio, e questo può essere fatto solo da un governo forte, in grado di dirigere il paese. Servono risposte rapide, adeguate alla rapidità dei cambiamenti. E se la velocità non può essere un valore in sé, tanto meno lo sono la lentezza e l’immobilismo.
Ecco perché riportare l’asse a Roma, dal mio punto di vista, ha senso. La TAV, le grandi opere, le infrastrutture vanno decise a livello nazionale. L’Italia non è così grande da avere bisogno delle ampie autonomie concesse a stati come l’India, dotate di quello che in ambito accademico si definisce “federalismo con tendenze centripete” o gli USA (un “federalismo con tendenze centrifughe”). Mancano una storia imperiale e una grande narrazione nazionale, ed è – non dimentichiamolo – la terra del campanilismo. Tradotto: da noi ognuno fa quello che vuole. Passi l’autonomia su materie secondarie, ma siamo sicuri che la politica energetica possa essere decisa dalle Regioni a colpi di ricorsi? O che una ferrovia che va da Lisbona a Istanbul possa essere bloccata dalle proteste di un gruppo di cittadini agguerrito, ma ridotto? Le istanze locali vanno rispettate: ma non si può sacrificare l’interesse di tutti nel nome del particolarismo. Di una visione chiara dell’interesse del Paese, e della possibilità di applicarla, godremo tutti.
LE ALTRE QUESTIONI: QUORUM E CNEL – Le altre questioni poste dalla riforma Boschi sono, a mio avviso, di minor rilevanza.
C’è l’innalzamento del quorum per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare, portato da 50.000 a 150.000 firme. La ragione? Negli anni ‘40 per raccogliere 50.000 firme ci volevano settimane, per non dire mesi: oggi potrebbero bastare tre ore, con il know how giusto e la tecnologia informatica. Si rischia un paese ostaggio del movimentismo, dei contrari a tutto, di chi vuole discutere ogni proposta all’infinito. E’ davvero sbagliato intervenire?
L’abolizione del CNEL, organo di rilievo costituzionale, invece, mi sembra, invece, solo una mossa propagandistica nel clima anti-casta di questi anni. Meno poltrone, meno spese, ragionamento buono da dare in pasto ai giornali. Probabilmente, il CNEL ha fatto meno danni di chiunque altro, ma sarà sacrificato sull’altare della retorica. Non penso ne sentiremo la mancanza, come non ci siamo mai accorti che esistesse. I dati statistici raccolti in un settantennio, però, almeno quelli, vale la pena di conservarli. Che se ne trovi la maniera: allo Stato non manca certo il personale.
LE RAGIONI DEL SI – Smetto per stanchezza. Un parere schietto. Credo che la riforma di Renzi non sia cattiva, e voterò un “sì” convinto. Ovviamente, non è neanche la migliore possibile. Ma la perfezione non esiste. Si può sempre fare meglio: ma cominciamo a rimboccarci le maniche, e a fare la nostra parte informandoci e dimostrando, nel quotidiano, quel senso civico che renderebbe inutile molta della burocrazia che ben conosciamo.
James Stanfield, Varsavia, 1987
L’intervento è finito. Ventitré ore sotto i ferri. Non si sa se ce la farà, ma per il momento è vivo. Uno scatto, solo uno, per rendere la fatica, la concentrazione, i nervi tesi di Zbigniew Religa, cardiochirurgo polacco che operava in condizioni da terzo mondo durante gli anni bui del comunismo. La luce artificiale, gli schizzi di sangue, i tubi, il camice sporco e la maschera ancora sulla bocca. E quell’assistente distrutta in fondo alla sala, che si butta contro il muro per dormire esausta il sonno dei giusti. Ci sono immagini che vanno al di là dei luoghi, fotografano un’epoca. La foto dell’americano James Stanfield è una di queste. La precarietà, lo sforzo fisico e mentale, la scarsità di mezzi. Era il 1987. Il paziente, per la cronaca, sopravvisse al chirurgo, morto nel 2009.
American Pastoral
America, anni ’60. La storia dello Svedese, il prototipo del vincente a stelle e strisce, prima dell’era di Wall Street. Kalos kai agathos, come dicevano in Grecia, quando alla bellezza del fisico si accompagna quella dell’animo. Una personalità semplice, ingenua, baciata dalla vita, colpita dall’invidia degli dei. Mentre il ’68 scuote il mondo dalle fondamenta, lui si ritira in campagna per non sentire, tornando in città solo per lavorare nella sua fabbrica di guanti. Si costruisce una vita perfetta, sposa una reginetta di bellezza, si rifugia nella quiete bucolica assieme alla moglie, che aveva altre ambizioni. Ma la campana di vetro non regge all’urto. Finirà solo in mezzo a tanti, consumato da un dolore sordo. Alla fine sarà il più forte di tutti a rivelarsi il più debole e fragile. Il campione che eccelleva nello sport, dove le regole rendono la pugna prevedibile, crolla nella lotta da strada, quando i colpi arrivano da tutte le parti, senza un ordine. E senza regole a premiare i buoni.
Passione e bontà d’animo non bastano, al di là della retorica: questo il messaggio di Roth. La realtà è molto diversa. E intanto l’America va avanti, come sempre, col pragmatismo che le impone di lasciare indietro chi non ce la fa.
Ewan Mac Gregor è stato bravo a rendere un romanzo complesso, semplificandolo (lo scrittore è prolisso, può piacere o meno, ma è il suo stile). Niente male come prima prova di regia, fotografia ottima, scenografia e costumi più che all’altezza. Musiche adeguate. Il film tocca, senza eccedere nell’introspezione come sarebbe stato sin troppo facile.
La storia della figlia dello Svedese e di Dawn mi ha ricordato Lilly di Venditti, una delle canzoni più belle del repertorio italiano. Per strade diverse, i due autori declinano lo stesso concetto: i tormenti di un’anima debole e inadatta a reggere la pressione sociale, il conformismo. Facile passare dalla parte del torto.
Pastorale americana è un film che rivedremo sicuramente a notte fonda su Retequattro, un piccolo cult destinato a sopravvivere alla stagione cinematografica. Merita.
Brexit, cosa vuole davvero Theresa May?
Non l’avesse May detto. Il gioco di parole rende il clima attorno a Downing Street dopo le rivelazioni del Guardian di stamane. Il quotidiano ha riportato un discorso della premier britannica tenuto a maggio di fronte alla platea di Goldman Sachs. L’allora ministro dell’Interno, oggi dura nei confronti dell’Europa, si schierava decisamente a favore del Remain.
Nel corso dell’intervento, May avvertì sulle possibili conseguenze della Brexit per le imprese britanniche, sottolineando che molte aziende avrebbero potuto spostarsi sul continente in caso di uscita dal mercato unico. Il settore finanziario era, ovviamente, in prima fila. Non è la prima volta che la banca d’affari americana invita politici in carica per incontri a porte chiuse destinati a creare imbarazzo: nel 2013, Hillary Clinton tenne un discorso riservato nel quale si mostrò parecchio morbida nei confronti di Wall Street. Una contraddizione con la politica attuale che Wikileaks ha riferito nei giorni scorsi nel tentativo di screditarla.
La coerenza, si sa, in politica può diventare un peso, e alla bionda inquilina di Downing Street è toccato lo stesso destino. In un altro intervento, risalente ad aprile, May rivelava che il controllo dell’immigrazione non le sembrava una priorità rispetto alla permanenza nel mercato unico. Strumenti comunitari come il mandato d’arresto europeo – sosteneva – erano, anzi, armi adeguate a fronteggiare il problema degli irregolari.
Che cosa sia cambiato è difficile dirlo. Al suono dello slogan “Brexit means Brexit”, May ha sostenuto, in proprio o per interposta persona, posizioni molto dure sul tema, probabilmente con l’intento di alzare la posta per trattative che si annunciano difficili.
Nel gioco di specchi delle statistiche, serve una certa conoscenza dell’economia politica per capire cosa stia realmente accadendo in UK dopo il 23 giugno. Il crollo della sterlina, l’indicatore più citato, dice poco. Inizialmente, anzi, favorisce le esportazioni, drogando l’economia come facevano le svalutazioni della lira.
Un esempio può servire a spiegare le variabili in gioco. Settore aeronautico. I profitti della compagnia low cost Easyjet sono scesi per la prima volta dal 2009 nell’anno fiscale chiuso il 30 settembre: un calo del 28% rispetto al 2015, dovuto all’impatto del terrorismo sui voli turistici a corto raggio e ai costi fissi come, ad esempio, quello del carburante (pagato in dollari) o dei servizi aeroportuali (pagati in euro). Il rischio di cambio ha giocato, in questo caso, a sfavore del vettore basato a Luton. Una tragedia, se non fosse che, parallelamente, i passeggeri hanno registrato un aumento record grazie ai biglietti meno cari. Il risultato è un calo contenuto, che però nasconde insidie: 495 milioni di sterline di profitti contro i 516 attesi sono una differenza trascurabile, ma i numeri vanno interpretati e dietro alle dichiarazioni di facciata, i dirigenti di Easyjet sanno che il momento non è favorevole.
Lo stesso effetto si verifica grossomodo nell’economia reale. Londra, una delle città più care al mondo, sta tornando ad essere una meta conveniente per i turisti europei e americani, e non manca chi rifà la fornitura di computer aziendali comprando quelli dismessi dagli uffici dalla City: mai stati così convenienti. Ma se turismo ed esportazioni contribuiranno a far girare l’economia, le importazioni peseranno parecchio. I primi effetti potrebbero mostrarsi nel settore dell’energia, dove i prezzi sono espressi in dollari. E con il petrolio così basso, un aumento improvviso del prezzo del barile potrebbe costare molto caro, in tutti i sensi, a partire dall’inverno.
Il diavolo sta nei dettagli, e il castello di retorica comincia a scricchiolare. Nei giorni scorsi Microsoft ha annunciato un adeguamento delle tariffe nel Regno Unito. Il colosso di Redmond aumenterà il costo dei propri servizi business e cloud sul modello di quanto già avvenuto in Svizzera e Norvegia (dove circolano, rispettivamente, il franco e la corona). I prezzi sono destinati a salire fino al 22% a partire dal primo gennaio 2017: pressappoco quanto è calata la sterlina rispetto all’euro.
Nei piani strategici delle aziende, la Gran Bretagna è legata a doppio filo all’Europa, e Microsoft è solo la prima di una serie di compagnie che saranno costrette a cambiare. Gli effetti non sono calcolabili.
Nessuno, al momento, sa cosa accadrà. La Brexit come ce l’eravamo immaginata non è ancora avvenuta. L’articolo 50 del Trattato europeo non è stato attivato da Downing Street, e la data continua a slittare. Le stoccate nei confronti dei cittadini Ue residenti sul suolo inglese lasciano intendere che il governo voglia usare i loro diritti come merce di scambio al tavolo delle trattative. Ed esiste l’ipotesi che, calmati gli animi, si stia lavorando a una exit strategy che dia l’impressione di salvaguardare l’esito del referendum. Ma che, al contempo, ne eviti gli effetti disastrosi. (foto: The Independent)
Antonio Piemontese
@apiemontese
(L’articolo originale è uscito su Londra, Italia del 26 ottobre 2016)