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…perché Milano non è la Cina


Perché a Wuhan hanno “chiuso” la città da subito e qui in Italia no? Risposta semplice, per chi non ha tempo: perché l’Italia non è la Cina, e gli italiani non sono cinesi. Neanche quelli di Milano, come insegnano Beppe Sala e i suoi #milanononsiferma. Non ci crede il sindaco, figuriamoci i cittadini.

I metodi autoritari di Pechino funzionano bene quando si tratta di mobilitare enormi quantità di persone e risorse in poco tempo. Coordinamento impeccabile, disciplina serrata, sanzioni dure. Ma dubito che molti di voi scambierebbero le libertà di una democrazia occidentale con quelle concesse nel paese che fu di Mao.

E poi ci siamo noi. Indisciplinati. Vigliacchi. Meschini. Un grande popolo…quando proprio non possiamo fare a meno di esserlo, cioè in piena emergenza.

Vengo al punto. Un governo che impone misure senza essere in grado di farle rispettare perde credibilità. Se ci riprova, è destinato ad essere deriso, e non è un lusso che, in questo momento, ci si può permettere.

Conte lo sapeva, e (mia opinione) ha scelto un atteggiamento graduale per evitare di perdere il controllo della situazione. Prima la Lombardia, il giorno dopo tutta Italia. Alle prime, seguiranno altre misure, più restrittive, e partiranno i controlli.

In Cina il sacrificio sarebbe stato imposto: ma, dicevamo prima, è un altro popolo.

Il governo ha fatto quello che ha potuto. Se non vi piace prendetevela con voi stessi. L’uomo forte, l’uomo solo al comando, avrebbe creato un disastro. Meglio mordere il freno, e portare a casa il risultato.

Ps. Milano ha risposto bene alle nuove norme (video). Per le strade pochissime persone, metropolitana deserta, tram vuoti. Mi dicono sia così anche a Cosenza. Buon segno, se dura. A Nord come a Sud. Sarà lunga, ma proviamoci.

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Milano, cronache dal fronte /2

(Premessa. Se non credete ai media, credete a uno che conoscete)


Il suono delle ambulanze spezza il silenzio ogni quarto d’ora. Milano è vuota, strade deserte, parcheggi liberi. Si potrebbe giocare a pallone in circonvallazione, unico pensiero schivare uno dei pochi rider che ogni tanto passano senza carico. I semafori segnano lunghi, interminabili istanti in attesa che nessuno attraversi. Gli infermieri che scendono quando le sirene si fermano non raccolgono superstiti di incidenti, ma pazienti da ricoverare per polmoniti da Covid. Uno dopo l’altro, casa per casa, in una processione senza sosta diretta ai tanti nosocomi della città. Tutti allo stremo.

Chi scrive ha creduto, come tanti, di poter abbassare la guardia per qualche giorno. Si sbagliava.
La zona rossa è a Codogno, si pensava, basta uscire un po’ meno. Giorno per giorno siamo tornati a condurre più o meno la solita vita. Le ordinanze e lo smart working avevano limitato il flusso di pendolari, gli studenti erano a casa; per il resto, la città aveva ripreso a vivere, a un ritmo più umano, senza la frenesia immotivata che caratterizza il capoluogo.
Intanto le cifre del contagio crescevano.

Oggi i malati in Lombardia sono più di 5mila, mille più di ieri, il 33% degli intubati ha tra i 50 e i 65 anni. Sospesi tra la vita e la morte ci sono ventenni e trentenni in buona salute. Chiunque potrebbe essere infetto. Ma mezza Italia non lo sa, e non crede ai resoconti. Il virus lavora nell’ombra, e la piena, al Sud, è attesa tra due settimane. A Palermo stanno preparando i letti. Ma quello che è chiaro ai dottori non lo è alla popolazione.

A Bergamo, Lecco, Como, medici e infermieri con 20 anni di esperienza piangono per quello a cui assistono in corsia, piangono perché sono costretti a scegliere a chi fornire l’ossigeno. Il criterio è l’aspettativa di vita, a pagare sono i più anziani. Che può voler dire sacrificare un 50 enne, se in attesa c’è un universitario che magari è andato a correre con la maglia dell’ateneo, come è accaduto stasera, porta Venezia, ore 19 e 30.

Metà delle insegne sono chiuse, l’altra è accesa. E viene da ringraziare chi, pur sapendo che non venderà un bottone, sceglie di scendere in strada e tenere aperto. La luce delle vetrine scalda il gelo di una notte che ricorda l’oscuramento bellico. Una chiesa di mattoni rossi, illuminata, le scritte in latino che si stagliano verso il cielo, e torno al Medioevo, quando l’uomo non si illudeva di aver imparato a dominare le forze della natura, e il giorno era giorno, la notte notte. Quando si guardava a questi altari urbani non come a belle suppellettili da studiare in mezzo ai grattacieli, ma come estrema invocazione verso la divinità: che fosse clemente, consapevoli che niente avrebbe potuto salvare l’umanità in caso d’ira.
Sabato sera la fiumana ha preso le vie del Sud, ma molti lombardi hanno lasciato il territorio e si sono rifugiati in Liguria, dove i piazzali della Riviera sono pieno di camper di finti turisti in fuga dal lazzaretto.
E mentre nelle carceri del paese infuria la rivolta, a Foggia un’evasione di massa rende le strade della città simili alla Baghdad dei tempi di guerra. Gruppuscoli di delinquenti fermano le auto, rapinano persone alla ricerca dei primi quattrini e di cellulari, in attesa di riallacciare i contatti con la malavita. La gente si chiude in casa. Per strada ci sono, letterlmente, i carri armati.

Si narra che circolino già soggetti che offrono passaggi in uscita verso il Meridione per qualche centinaio di euro. “Offerte speciali” rivolte a chi non possiede un’auto e non può prendere i treni a causa delle misure del governo. Magari per tornare a far festa, e far finta che basti non pensarci. Un modo di far soldi si trova sempre. E anche qualche stupido che ci casca.

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Effetti collaterali

Virale. Nell’oceano (rosso) del marketing, oltre le colonne d’Ercole che separano vita offline e online, non si registra aggettivo più usato da almeno un paio di lustri. Virale è il contenuto, virali sono il video, lo sketch, la gaffe. Sono bastati dieci giorni e, invece, di virale è rimasto solo il Covid. Persino sui giornali. Sulle testate non si vedono più mici che giocano teneramente, koala che si abbracciano, bimbi che imitano Frank Sinatra stonando. E, soprattutto, nessuno osa più accompagnarli con l’infausta parolina, pena il pubblico ludibrio. Beh, se può esserci un effetto collaterale positivo del coronavirus, direi che è proprio questo.

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Milano, cronache dal fronte / 1

(Premessa. Se non credete ai media, fidatevi almeno di una persona che conoscete).

Dopo l’ottimismo di facciata e, mi viene da dire, sfacciato, dei giorni scorsi, anche il Comune di Milano e il sindaco Giuseppe Sala cedono al buonsenso e invitano alla prudenza. Altro che #milanononsiferma, magliette e cazzate varie. La situazione è seria, perché in Lombardia gli ospedali sono al collasso, le terapie intensive non hanno più posti e dottori e infermieri sono distrutti da turni massacranti. Anche, orribile dirlo, a causa di chi non si è presentato al lavoro con la più classica delle scuse, un certificato medico.

Bergamo rischia di diventare un’altra zona rossa, anche se ancora non viene detto. E il capoluogo? Pure, purtroppo. I numeri del virus che vediamo oggi non rispecchiano i contagi odierni, ma quelli di 15 giorni fa, dato che l’incubazione dura due settimane, e, ai tempi, probabilmente la città era molto più sicura di quanto non lo sia ora.

E adesso, la parte più complicata di questo pezzo.

Ho girato a piedi, ho preso la metro. Non molto, ma l’ho fatto. Da cronista, per documentare cosa accadeva; ma anche da cittadino, per non impazzire in casa. Perché le uscite si possono ridurre, ma non ci si può rinchiudere tra quattro mura fino a che non sono le autorità a imporlo. Non ci si riesce proprio.
Non sono l’unico. La città non è il deserto dei giorni scorsi. Vedo studenti nei caffè. Anche la metropolitana sta lentamente tornando a essere rumorosa. Paura? Si, certo. Non tanto per il virus in sé, quanto per la quarantena di 15 giorni che ti aspetta se lo prendi. Il punto è che prima o poi rischiamo di beccarcelo tutti, l’abbiamo capito. Bisogna rallentare il contagio. Ma si può impazzire tra le pareti domestiche? Qual è il confine tra buonsenso e follia? C’è qualcun altro che si fa questa domanda?

Mi sembra che qui siano rimasti solo i residenti: una sorta di fotografia di chi, a Milano, ci abita. Deserti, soprattutto i giorni scorsi, i quartieri per turisti, a partire dal Duomo e dai Navigli; molto più tranquilli del solito, ma non certo vuoti, quelli residenziali, almeno Porta Romana, dove vivo ora. Sabato sera abbiamo sfidato la sorte in pizzeria, e c’era un pienone d’altri tempi. Non eravamo gli unici che cercavano sfogo dopo una settimana da reclusi.

Cosa c’è di complicato, allora? Il fatto di predicare prudenza e fare il contrario, probabilmente.
Sì, è vero, probabilmente abbiamo abbassato la guardia; ma, credetemi, è dura tenerla sempre alta. Non uscire, e, se esci, tieniti a due metri di distanza, non dare la mano, non toccarti il naso, e mille altre raccomandazioni. Chi va al lavoro è quasi guardato con invidia: ha la scusa per ammalarsi.

Invito a prendere sul serio l’epidemia sin dall’inizio. Ma inutile fare il manicheo, a ciascuno il suo: i giovani cerchino il compromesso tra esuberanza e precauzione, gli adulti chiedano lo smart working, e gli anziani se ne stiano a casa. Pare che il Comune stia attivando le reti di supporto, ed era ora: probabilmente anche a chi è solo i servizi sociali riusciranno ad assicurare un pasto.

Non si può rinchiudere i cittadini se non come extrema ratio, sarebbe inumano, per tutti, farlo prima. Certo, se accadrà, ci adegueremo. Ma sbarrare le porte ai city users – i pendolari per intenderci – ed evitare gli assembramenti nelle aule, nei cinema e nelle palestre è necessario. È dura, lo sarà ancor più nelle prossime ore: ma se non ci fossero state queste misure precauzionali l’impatto avrebbe potuto essere devastante.

Ancora una volta, e come sempre, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Leggo editoriali di giornalisti navigati che rimpiangono l’allegria degli aperitivi, e mi ricordano quelli di certi studenti di liceo, bravi a fantasticare ma poco avvezzi al mondo reale: come si fa ad essere allegri se quando ci si alza al mattino e si guarda fuori dalla finestra alla ricerca di un segnale non lo si trova da nessuna parte? Chi sa dirci quanto manca alla fine di questo strazio lento, che si trascina una serie di incognite economiche che a scriverle tutte non basterebbe un libro?

Non ero lì, ma credo che dopo l’11 settembre New York abbiano vissuto più o meno la stessa cosa. Devi ricominciare a vivere in qualche modo, ma non sai bene come. Cerchi di sorridere, ma ti senti quasi in colpa. Alla fine, passerà, questo è sicuro. Ma sarà lunga, questa volta.

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Assieme al virus, ci toccano i soloni da social

Scrivo da Milano, pochi minuti dopo essere stato in Duomo. Poca gente, pochi turisti, ma non il deserto. C’è persino una musicista che suona, e il Bob Dylan di “the asnwer, my friend, is blowin’ in the wind” ci starebbe proprio bene, sotto al cielo grigio di oggi. Detta onestamente, mi sembra che in città la paura stia lentamente cedendo il passo alla consapevolezza che questo virus c’è, e ce lo dobbiamo “sciroppare” fino alla fine. Punto. Fortunatamente, pare, non è grave nella maggior parte delle situazioni.

Ristoranti e bar chiusi, palestre, cinema e musei anche, la Scala!, alcuni per ordinanza, altri per scelta. E’ vero: al capoluogo lombardo e a Lodi è toccato il poco gradevole compito di rallentare la diffusione del contagio, in maniera che non si propagasse troppo velocemente perché il sistema sanitario potesse reggerlo. Il nostro sistema sanitario, e quello di molte altre regioni in cui il virus può fare danni seri, dato che si trovano in emergenza perenne anche in tempi normali. Un compito che stiamo assolvendo bene, con qualche sacrificio, certo; ma forse, soprattutto, una lezione che ci ricorda come, tutto sommato, restiamo umani. E, anche nel 2020, basta un’influenza a mettere fuori gioco i nostri algoritmi.

Poi ci sono i soloni. Quelli che irridono chi ha paura (ma probabilmente non hanno genitori anziani o amici immunodepressi). O i cretini che dileggiano chi ha svuotato i supermarket, trattandoli da cafoni. Li tranquillizziamo: la situazione tornerà presto alla normalità. Ma molti di quelli che hanno fatto la spesa monstre temevano la quarantena, che è ancora (ripeto: ancora) la misura di elezione se si è entrati in contatto con persone infette e si sviluppano sintomi da contagio. Viene da pensare che, a differenza di questi idioti, intendessero rispettarla, se ammalati.

E ancora, quelli che sciorinano statistiche, per cui ne muoiono di più per l’influenza, l’alcol, gli incidenti che per il virus.

Anziani, malati di cancro, pazienti con patologie croniche. Il timore, i timori, sono per loro. Ma a certi eterni Peter Pan basta poco per divertirsi. Quindi rassegniamoci: assieme al virus, siamo costretti a “sciropparci” anche loro.

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Mascherine coronavirus, occhio al prezzo. Anche in farmacia

Rastrellano mascherine e amuchina, nel migliore dei casi per amici e conoscenti. Nel peggiore, per rivenderle a prezzi esorbitanti sul web. La paura del coronavirus non ha scoraggiato gli sciacalli. Anzi, li ha stanati, come sempre accade in casi del genere.

Ma se la Rete è un far west, c’è anche chi, in barba a ogni deontologia, propone gli articoli del momento a prezzi incredibilmente alti nelle farmacie.

Fino a qualche giorno fa, i disinfettanti campeggiavano in bella vista tra le corsie dei supermercati. Pochi acquisti, la paura sembrava lontana.  Nella notte tra giovedì e venerdì cambia tutto. I primi casi in Italia, le prime vittime, soprattutto, hanno dato il via alla corsa al negozio. Nel giro di poche ore diventa impossibile trovare un flacone di disinfettante in tutta Milano, Lodi e provincia.

Le bottigliette sparite dagli scaffali riappaiono sul web, su siti di tutti i tipi, non esclusi eBay e Amazon. Quattro flaconi a 109 euro, quando di solito si pagherebbe attorno ai 20, tre a 150. Prezzi folli, che però qualcuno, in preda al panico, è disposto a pagare. La Procura di Milano ha aperto un’indagine.

Discorso analogo per le mascherine. Il passaparola (fondato) spiega che ne esiste una tipologia che offre un minimo di protezione: quelle con la sigla Ffp3, modello da lavoro che si utilizza in ambienti contaminati da polveri sottili. Non per niente sono vendute in ferramenta e colorifici. Meno utili le Ffp2.

I prezzi per una scatola da dieci variano tra i 40 ai 70 euro in ferramenta (4 o 7 euro l’una). Sabato era praticamente impossibile trovarle a Milano, dal centro alla periferia. Abbiamo percorso la città in lungo e in largo senza esito.

Il giorno dopo sono riapparse online. Dove, vendute singolarmente con la dicitura “ultimo esemplare”, erano (o meglio, sono) distribuite anche a 49 euro al pezzo, più 19 euro di spese di spedizione, persino da utenti con tanti feedback, e quindi ritenuti affidabili.

Nella nostra breve inchiesta abbiamo scoperto un altro fenomeno. Qualcuno racconta di come ai primi di gennaio ne abbia fatto incetta per spedirle in Cina. “Sì, ne ho prese circa 300 da spedire a Shanghai a mio fratello, dove sono introvabili” racconta una signora che incrociamo in una delle tante utensilerie milanesi prese d’assalto , alla ricerca (vana) di qualche altro pezzo per sé ora che il virus è arrivato in Italia.

Qualche commerciante spiega proprio con l’invio in Asia la scarsità di questi giorni. Così funziona il mercato, del resto.

Discorso diverso quando a cambiare i prezzi – al rialzo – sono le farmacie, dove chi serve dietro il bancone deve per legge essere iscritto a un ordine professionale, ed è vincolato a precisi obblighi deontologici. Come quella a Milano, città in preda all’ansia da giorni. Zona Wagner, uno dei salotti della città: sabato pomeriggio, prodotto già esaurito. Chiediamo quando arriveranno. “Lunedì”, la risposta. Il costo? La dottoressa, spilla ben appuntata sul camice bianco, abbassa lo sguardo per un attimo. “Quattordici euro”.

Qualcuno, sottovoce, dà la colpa ai grossisti per il rincaro. La  nostra verifica parrebbe dare esito differente.

Contattiamo un imprenditore che lavora nel settore. “Non mi risultano aumenti da parte loro”.  Proseguiamo il giro di chiamate. “Non posso certo confermare i rincari – spiega una farmacista brianzola che preferisce non essere citata – . Dal mio punto di vista, e per quello che ne so lavorando quotidianamente con grossisti e aziende, si tratta semplicemente di speculazione. Nessuno di questi soggetti aumenterebbe mai i prezzi delle mascherine in un momento come questo: troppo grande il danno di immagine, e poi ci sono i controlli. Ad aumentare sono i singoli esercenti”.

Idem dicasi per il gel disinfettante. “Abbiamo venduto 400 pezzi da venerdì a oggi, un record. Finite le scorte, abbiamo ordinato le materie prime per cominciare a prepararlo noi, in negozio, cosa che di solito non facciamo, dopo aver visto l’escalation dei prezzi. Per una farmacia dotata di laboratorio è piuttosto semplice” assicura.  Sicura che i prezzi non siano cambiati? “Si, le mascherine con filtro Ffp2 costano 6 euro al pezzo, le altre qualcosa in più. Non sono più disponibili, ma credo che dalla prossima consegna le venderemo a prezzo ridotto”. Addirittura? “A dirla tutta, oltre, alla deontologia, anche da un punto di vista commerciale  non modificare i prezzi è la cosa più intelligente. Si guasterebbe il rapporto di fiducia con i nostri clienti”.

Discorso che, probabilmente, non vale per le zone di passaggio, dove non c’è fidelizzazione.  Stazioni, piazze di grandi città, luoghi di transito dove le persone temono di poter essere contagiate, ma anche centri commerciali. In caso di dubbio, la nevrosi spinge ad apire il portafogli senza fiatare contando sulla serietà di chi c’è dietro il bancone.  Non sempre la fiducia è ben riposta.

Le notizie deprimenti si rincorrono. E non sono, purtroppo, solo quelle relative al contagio. Non bastassero la paura e il dolore per le vittime, gli sciacialli del coronavirus hanno cominciato a citofonare agli anziani, presentandosi a nome delle Asl per effettuare test diagnostici. Tutto finto,  avvertono le autorità: i sanitari arrivano solo se chiamati. Bisognerebbe rivolgersi al 112, se le linee del numero unico – utilizzato per segnalare i casi di sospetto contagio – non fossero già intasate.

I malviventi, bontà loro, sono arrivati persino in ospedale. Pare che in un nosocomio del comasco siano sparite intere confezioni di mascherine. Un fenomeno, quello dei furti, non nuovo, raccontano i medici. Coinvolgerebbe anche attrezzature ben più costose, come le testine degli ecografi, valore svariate migliaia di euro. Destinazione? Questa volta preziosi device non riapparirebbero sul web. E dove, allora? Sorpresa: nelle stanze di insospettabili studi privati.

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Come “prestare” il tuo computer alla ricerca contro i tumori

Questo articolo è stato pubblicato su Wired Italia

Marissa Mayer era una matricola al primo anno di Medicina a Stanford. Dopo qualche mese passato sui libri senza troppa voglia, si accorse che l’anatomia non la appassionava abbastanza. “Fino a quel momento studiavo cose che avrei potuto approfondire anche nel Wisconsin, dove sono nata”, avrebbe ricordato poi in un’intervista. Ma lei si trovava in California, e non c’era motivo di pagare la retta di una delle università più prestigiose d’America senza imparare qualcosa di veramente nuovo.

La scelta si rivelò vincente. Mayer si iscrisse al corso  di laurea in Sistemi simbolici, percorso trasversale che comprende informatica, linguistica, psicologia, comunicazione e statistica e interseca materie eterogenee, alla ricerca di quel quid che agli specialisti, semplicemente, sfugge. Pochi anni dopo nacque Google, e Mayer fu tra i primi 20 dipendenti. Nel 2012, divenne ad di Yahoo.

Una storia americana

La città di Palo Alto fu fondata da Leland Stanford, arrivato nel territorio con l’intenzione di creare un’università in memoria del figlio, morto di tifo a soli 15 anni. Pare che il magnate avesse posto una condizione per dare inizio ai lavori: quella di mettere al bando l’alcol nel nuovo abitato. I 13 saloon erano ben noti agli ubriaconi della zona e causavano non pochi problemi di salute e ordine pubblico.

Stanford ottenne le garanzie che voleva e aprì i cordoni della borsa. La città nacque vicino a un albero millenario (“el Palo Alto“) e l’ateneo in poco tempo divenne uno dei migliori d’America, attirando professori e studenti di talento. Molti anni dopo, con il boom dei microprocessori, la Silicon Valley divenne il centro del mondo dell’elettronica.  E quando il centro di gravità si spostò dall’hardware al software, è facile comprendere come nell’area si siano insediate alcune delle società più innovative del pianeta. Ma non c’è solo l’informatica: tra gli edifici trovarono casa anche realtà come l’American Institute of Mathematics e il Mental Research Institute, che diede i natali a una famosa scuola di psicoterapia.

Un legame profondo con la medicina

Il legame tra l’ateneo e la medicina cominciò presto e si fece via via più solido. E dall’humus che ha dato vita a uno dei più straordinari agglomerati tecnologici della storia, non poteva non nascere innovazione anche in questo campo.

Stanford si colloca al terzo posto negli Stati Uniti per la ricerca. È stato in questo contesto straordinario che nel 2000, sotto la guida del professor Vijay Pande, ha visto la luce il progetto Folding@Home. L’idea? Chiunque può dare un contributo alla scienza semplicemente mettendo a disposizione la potenza inutilizzata del proprio personal computer. I potenti elaboratori dei centri di ricerca non erano sufficienti per le nuove sfide della biologia computazionale, così Pande ha pensato di far ricorso agli utenti della rete e sfruttare il loro contributo volontario.

Non si tratta, per la verità, di un assunto nuovo. Il calcolo distribuito nacque più di 50 anni orsono in ambiente accademico e ha trovato applicazione in diversi ambiti. Ripartendo i compiti sulla base delle singole esigenze di ricerca, si ottiene un risparmio che consente di riservare le potenze maggiori per le operazioni di particolare complessità, riducendo gli sprechi.

A cosa serve la potenza di calcolo 

Ma cerchiamo di capire a cosa serve questa potenza di calcolo. Per farlo è necessario partire dalla biologia. Le proteine sono alla base della vita. Per svolgere il proprio compito, la lunga catena di amminoacidi da cui sono composte deve ripiegarsi su se stessa infinite volte in strutture tridimensionali, interagendo con l’ambiente circostante fino ad assumere una conformazione che coniughi funzionalità ed economia di spazio. Questo processo prende il nome di folding e avviene milioni di volte al giorno in tempi ridottissimi: analizzarlo, si ritiene, può essere la base per trattare patologie fino a oggi incurabili.

Se i meccanismi di correzione non funzionano e il processo non va a buon fine (come accade raramente, per la verità) la proteina deforme che si viene a creare può innescare processi patologici, tra cui molti tipi di cancro, ma anche l’Alzheimer e il Parkinson.

Strutture 3D

Ma lo studio delle strutture tridimensionali è complesso. In assenza di un modello teorico capace di spiegare il ripiegamento in maniera esaurientegli scienziati di Stanford hanno scelto di provare a simulare la realtà con l’utilizzo di un calcolatore: vengono tentate tutte le ipotesi possibili, scartando le meno verosimili. Questo, in sintesi, quello che fa Folding@home. Il compito di ogni pc connesso alla rete diventa così quello di risolvere una parte dei calcoli (work units) in cui è stato diviso il problema oggetto di studio. C’è un tempo massimo per completare le work units: i risultati confluiscono poi nella centrale operativa, posta sotto il controllo diretto dei ricercatori, che dirige il traffico e aggrega i dati.

Per modellare un millisecondo di folding, anche di una proteina di medie dimensioni su un MacBook Pro top di gamma, ci vorrebbe qualcosa come 500 anni”, ha spiegato Greg Bowman, che oggi dirige il team di Folding@home: “Ma con il calcolo distribuito possiamo dividere i problemi in tanti piccoli spezzoni indipendenti, da inviare a mille persone alla volta. Così, svolgendo i calcoli in parallelo, possiamo risolvere in sei mesi problemi che avrebbero richiesto 500 anni”. Per dare un’idea, si calcola che la rete messa in piedi da Pande possa contare su una potenza di 15,0 PetaFlops con una base hardware che include Playstation 3 e schede video.

Rosetta@home, disegnare proteine in 3D

Rosetta ha un approccio diverso. “Il calcolo distribuito ci consente di disegnare decine di migliaia di nuove proteine, che poi vengono inserite in geni sintetici – illustra David Baker, a capo del progetto -. Questi, a propria volta, saranno inoculati nei batteri per “programmarli” a produrre le nuove proteine in autonomia. Poi estraiamo le proteine, e stabiliamo se funzionano come ci aspettavamo quando le abbiamo disegnate. E se sono sicure”. Rosetta ha una potenza circa 55 volte minore di Folding@home: in media di 270 TeraFlops, e si affida unicamente alle Cpu.

Prestare il computer alla scienza: come fare

Partecipare al progetto richiede soprattutto la pazienza di ascoltare  la ventola del pc girare più spesso del solito: un problema risolvibile con l’aiuto di un leggero sottofondo musicale. Il software si può scaricare facilmente da internet ed è pronto per essere installato.

Nel giro di cinque minuti il computer diventa operativo, con una maschera che indica i progressi ottenuti. I programmi sono impostati di default per lavorare con priorità bassa, e sfruttando solo la potenza inutilizzata dal processore. In pieno spirito americano, un sistema di punteggio tiene il conto del contributo fornito da ciascun utente, stilando una classifica di quelli più attivi. Chi vuole può stampare un certificato.

Il ruolo dell’informatica nella cura della salute sta diventando fondamentale. “La conoscenza aumentata del protein folding, il costo sempre minore dei geni sintetici e la legge di Moore sulla potenza dei microprocessori”, sostiene Baker, permetteranno passo da gigante nei prossimi anni, compreso lo sfruttamento della mappatura del genoma umano. E le applicazioni della computer science in campo sono solo agli albori.

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economia, reportage, startup

Medellín, l’ex capitale dei narcos è diventata la casa delle startup

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

Sei piani, porte a vetri, arredamento moderno. Dista un paio di chilometri dal centro, si chiama Ruta N e da dieci anni è l’acceleratore di startup di Medellín. Tra gli ampi corridoi si aggirano giovani che per sogni, speranze e preparazione sono simili a quelli delle città europee e nordamericane. Spesso hanno studiato all’estero, in molti casi sono tornati. Per restare. Sono loro l’avanguardia della rivoluzione digitale che sta portando la Colombia verso una modernità, per larghi versi, ancora lontana.

Medellín-Milano e ritorno

Era il regno dei narcos, con un tasso di omicidi da zona di guerra. La vita valeva poco a Medellín, quando Pablo Escobar dettava legge e, per sfidare le istituzioni, si faceva persino eleggere in Parlamento. Freddato dalla polizia nel 1991 nel corso di un rocambolesco inseguimento, quella che oggi è la capitale industriale della Colombia si è ritrovata a gestirne il lascito: un’eredità terrificante fatta di cocaina e violenza, un brand globale della paura che non temeva rivali.

Da allora sono trascorsi trent’anni, e le tracce di quel passato servono a spillare quattrini ai turisti sulle bancarelle che vendono souvenir. Medellìn oggi vive tutte le contraddizioni delle metropoli dell’America Latina. La droga non è sparita: si vedono spesso tossicodipendenti malridotti per le strade, ragazzi che sniffano colla.  Ma non è più solo questo. Gemellata con Milano e Bilbao, in tre decenni ha cambiato volto, grazie a un attento lavoro di ricostruzione.

L’ingresso di Ruta N a Medellin (foto dell’autore)

Felipe Vanegas ha una laurea in architettura, un passato a Milano e un presente ben saldo nella città colombiana. Dopo gli studi nell’ateneo locale, ha trascorso un anno alla Domus Academy per frequentare un corso di Business design prima di staccare il biglietto di ritorno. L’incontro avviene mentre discute con alcuni colleghi in uno dei tanti angoli dedicati al networking di Ruta N. Si offre di fare da guida all’interno del complesso. Insiste per parlare italiano. “Dopo l’esperienza da voi – racconta – sono tornato qui per aprire la mia azienda. Ci occupiamo di consulenza nel settore gastronomico e realizziamo anche workshop”. Perché a Medellín? “È il vero centro dell’innovazione del paese, ancora più della capitale Bogotà: in tanti vengono qui a cercare fortuna da tutto il Sudamerica”.

La “città dell’eterna primavera” strappata ai narcos con un’opera di riqualificazione ambiziosa, nel 2013 ha vinto il premo di Most Innovative City in the World, davanti a competitor molto più blasonati come New York e a Tel Aviv. E non ci sta a restare dietro alla capitale. “E perché dovremmo? Siamo probabilmente più avanti rispetto al resto del paese” rilancia Sergio Naranjo, responsabile della comunicazione di Ruta N. “La Colombia investe lo 0,69% del bilancio in innovazione: a Medellín ci attestiamo all’1,24%. Quasi il doppioBogotà è la capitale, il posto dove si prendono le decisioni politiche ed economiche: ma qui c’è integrazione tra l’ecosistema delle startup e il territorio, che si tratti di pubblica amministrazione o del tessuto universitario. Il futuro? Ci candidiamo a essere il prossimo hub dell’innovazione in Sudamerica”. D’altronde il Cile, per anni Mecca locale della tecnologia, è oggi attraversato da tensioni politiche. E il Brasile, con i suoi contrasti tra lusso e povertà estrema, resta un posto troppo pericoloso per gli affari.

La voce ha cominciato a spargersi. Diverse multinazionali hanno deciso di investire in Ruta N, attirate dal cambio estremamente favorevole e dagli stipendi bassi (il salario minimo in Colombia si aggira attorno all’equivalente di poco più di 200 euro). Le imprese occidentali “fanno la spesa” e cominciano a cercare qui le professionalità di cui hanno sempre più bisogno. Quelle che, oggi, in Europa, costano troppo: esperti di intelligenza artificiale, data analysts, ingegneri. La delocalizzazione ha trovato un’altra meta.

I numeri raccontano una storia che ha già diversi capitoli. Da quando è nato, l’acceleratore ha attratto oltre 400 milioni di dollari in private equity, e le oltre 200 aziende presenti nell’edificio provengono da 31 paesi differenti, Stati Uniti e UE in testa. Tra i big, nomi come UPS, Black&Decker, Accenture. Una scrivania o un ufficio nel palazzo, ha verificato Wired, costano poco meno che a Milano. Cifre che, da queste parti, possono permettersi in pochi. Ma le relazioni, si sa, contano: e, per fare affari con la modernità in Colombia, è questo il posto dove essere. A tutti i costi.

Viaggio nel passato

Lasciamo Ruta N, il suo acciaio e i suoi vetri.  Camminando verso il centro della città, la Colombia torna a essere un paese in cerca di futuro. Officine meccaniche, negozi di frutta, vestiti usati, elettronica di consumo si affastellano uno sopra l’altro. Bancarelle di mercato, giornalai coloratissimi. Vecchi col cappello che giocano a carte. Qualcuno che con una chitarra canta canzoni popolari, e subito si forma un capannello di gente. Bambini giocano per strada, venditori ambulanti offrono minutos, chiamate telefoniche acquistate in blocco e rivendute al dettaglio ai passanti. Scordatevi gli abbonamenti flat.

La presenza di un europeo si nota ancora, eccome, e conviene ricordarsi di non dare troppo nell’occhio. Nonostante questo, nella città simbolo del dramma colombiano ci si sente decisamente più sicuri che a Bogotà: nella capitale, ogni bar, albergo, persino ogni università si presenta agli occhi di chi arriva con un corredo nero di guardie torve armate fino ai denti.

Parcheggiati di fronte ai muri fanno bella mostra di sé i monopattini elettrici usati dai giovani per scorrazzare sui marciapiedi come accade Milano, Parigi, Varsavia. Ma non solo: Medellìn è l’unica città in Colombia ad avere una rete di metropolitana. E una delle due linee è completamente automatizzata e senza conducente.

Chitarre e canti popolari nel centro del Medellin (foto dell’autore)

Rappi, dal food delivery alla salute

Poblado è il quartiere alla moda, dove si concentra la vita notturna cittadina. Qua si trova ogni tipo di cucina, e quando si avvicina ora di cena anche qui sfrecciano veloci i ragazzi del food delivery.

Macchine occidentali al Poblado, quartiere della movida di Medellìn (foto dell’autore)

Il principale player colombiano (e di tutto il Sudamerica) si chiama Rappi: un unicorno da oltre 3 miliardi di dollari di valore. L’ultimo round (series E) chiuso dall’azienda di Felipe Villamarin, Sebastian Mejia e Simon Borrero risale al 30 aprile scorso, e ha portato circa un miliardo di dollari di liquidità nelle casse della compagnia fondata a Bogotà nel 2015, e oggi attiva in 35 città. Questa volta i soldi li ha messi (tra gli altri) il gigante SoftBank, che ha recentemente aperto un proprio Innovation Fund ed è decisa a investire in America Latina. I rumours raccontano di parecchi licenziamenti nelle ultime settimane, ma stiamo parlando di un player, Rappi, capace di diversificare, e che guarda già avanti.

Un rider di Rappi a Bogotà (ph: Antonio Piemontese)

Attualmente, infatti,  l’azienda fondata a Bogotà si occupa solo di food: ma l’idea è quella di aprire presto, prestissimo ad altri settori. Come l’healthcare.

Sarà per questo che anche la francese Sanofi ha messo nel mirino la scale-up colombiana: lo scorso marzo le due realtà hanno siglato un accordo per portare le medicine direttamente a casa dei pazienti. Per Juan Sebastian Ruales, direttore commerciale di Rappi, “non conta quello che le persone dicono di fare ma quello che mettono nel carrello. Se dici di essere in forma ma poi acquisti un mucchio di hamburger su Rappi, sappiamo che non lo sei poi tanto”. Non fa una piega. Il business è, ovviamente, quello dei dati. Per il momento, Sanofi avrebbe intenzione di utilizzare Rappi solo come veicolo pubblicitario. Ma nei piani della scale-up per il prossimo futuro ci sarebbero la consegna di farmaci da banco, prescrizioni, e persino la prenotazione di visite mediche domiciliari. Le sinergie sono tutte da creare.

Sudamerica 4.0

Il Sudamerica è un mercato da centinaia di milioni di persone in cerca di benessere. La gig economy è arrivata anche qui. Molti dei ragazzi che effettuano le consegne per Rappi fanno parte di quel milione e mezzo di venezuelani scappati dalla crisi del paese centro-americano. Il salario minimo in Colombia ammonta a poco più di 200 euro: loro lavorano per la metà. Facile immaginare che non siano ben visti dalla gente del posto.

Anche Uber ha piantato la propria bandiera. Nelle grandi città, a fianco dei taxi ufficiali – tantissimi e a buon mercato, almeno per il turista – c’è sempre l’opzione di prenotare una corsa con il gigante californiano della mobilità. “Non è del tutto legale” – confida Armando, nome di fantasia di un autista che preferisce non rivelare la propria identità – “Quando la vettura che hai prenotato arriva, ad esempio, non puoi fermarla e chiedere se si tratta di un Uber. Facile che chi è alla guida non ti risponda, perché, altrimenti, per la legge farebbe concorrenza ai taxi. Direi che, più che illegale, è a-legale. Una zona grigia in cui, comunque, si riesce a lavorare bene”.

Comuna 13: una scala verso il cielo

La mattina dopo con Armando si arriva alla Comuna 13, il barrio di Pablo Escobar. Qui il super boss regnava incontrastato, da qui governava il paese. Oggi all’interno di case dai muri poveri e tetti in lamiera ci sono computer e parabole. Tanti ragazzi hanno studiato l’inglese e si offrono come guide per i turisti alla ricerca di uno scorcio diverso di Medellín.

Medellin, vista dall’alto del barrio Comuna 13 (ph.: Antonio Piemontese)

Su tutto, domina un’enorme scala mobile che dalla base – il barrio si trova in collina – conduce fino in cima. Non è raro trovare persone che hanno visto morire parenti colpiti da sventagliate di mitra. Ma l’ascensore sociale rappresentato dalla scala è il simbolo della volontà di molti degli abitanti (e dell’amministrazione) di scrollarsi di dosso l’infamia del passato.

Nel quartiere le brutte compagnie sono ancora facili da trovare: tredicenni che hanno marinato la scuola sniffano a cielo aperto senza curarsi di noi. La salvezza è rappresentata da un computer. Anni fa, racconta Josè, venticinquenne che si è inventato un lavoro da guida, il laboratorio di informatica inaugurato nell’istituto locale ha permesso agli studenti di connettersi con il mondo e immaginarsi un futuro all’occidentale. Così, di video in video, si ritrova un inglese perfetto, con cui guadagna in pregiati dollari americani.

Adesso vuole aprire un ostello internazionale per ospitare coetanei nel quartiere dove è cresciuto, non prima di aver girato il mondo nelle case dei turisti che accompagna. Il networking, segno dei tempi. In realtà, Josè sa che senza lavoro la tentazione dei narcos è più allettante: e forse il turismo, come il digitale e le startup, possono davvero aiutare la Colombia a svoltare. Non sarà facile. L’anno scorso è stato un anno record per le esportazioni di cocaina, larghe zone del paese sono insicure e la violenza delle bande è reale. Ma qualcosa è cambiato dai tempi di Pablo. C’è voglia di riscrivere un futuro che pareva già segnato. E, anche questo, si respira nell’aria.

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ambiente, sostenibilità

Perché i porti del Nord Europa investono sulle energie verdi

Questo articolo è stato pubblicato su Wired.

È nata da poco. Si chiama Getting to Zero 2030 coalition, partecipano paesi come Danimarca, Regno Unito, Olanda, Finlandia, Corea, e decine di aziende tra cui Maersk (il più grande player di logistica integrata al mondo) e Shell, i porti di Anversa, Rotterdam e Vancouver, e, tra gli altri giganti, China Navigation Company. Per l’Italia c’è Snam.

Obiettivo: ridurre del 50% le emissioni del trasporto marittimo entro il 2050 rispetto a quelle del 2008, per arrivare, progressivamente, a una totale eliminazione. E considerato che una nave ha una vita media di 20 anni, la flotta che entrerà in servizio nel 2030 dovrà essere già a emissioni ridotte, per riuscirci. Ma come si può raggiungere un traguardo tanto ambizioso? Quali sono le tecnologie in gioco? Si possono modificare le rotte (ad esempio, percorrendo la “rotta artica” oppure integrando la logistica marittima con quella ferroviaria)?

Shipping: quanto inquina spedire via mare

Qualche dato. Il trasporto merci marittimo incide per circa l’80% sul commercio globale e sul 2-3% sul totale delle emissioni di gas serra. In caso di inazione, queste ultime sono destinate a crescere tra il 50% e il 250% entro il 2050. È la globalizzazione, bellezza: funziona per creare sviluppo economico, ma il contrappasso può essere molto alto in termini ambientali.

Per comprendere quanto inquini complessivamente il settore delle spedizioni marittime bisogna analizzare l’intero tragitto compiuto da un singolo carico. Appena uscita dalla fabbrica, la merce viene trasferita (normalmente via gomma o ferro) fino a un centro di smistamento, dove viene caricata su container e quindi imbarcata. Una volta giunto a destinazione, il bastimento deve essere, quindi, scaricato;  la merce, a questo punto, è pronta per essere smistata ed eventualmente stoccata, in attesa di giungere sugli scaffali della distribuzione.

I porti sono evidentemente l’infrastruttura centrale del processo; e, se si vuole abbattere i costi ambientali dello shipping, non è possibile trascurarne il ruolo di formidabili generatori di inquinamento. Un esempio?  Molti racchiudono all’interno del perimetro impianti di raffinazione e stoccaggio, dove greggio e gas appena arrivati subiscono le prime lavorazioni.

Il caso di Rotterdam

Il porto di Rotterdam, il principale scalo in Europa, produce da solo un quinto di tutta la CO2 olandese. Il gigante, oggi alimentato principalmente con fonti non rinnovabili, ha avviato da tempo un processo di riconversione che dovrebbe portarlo progressivamente a produrre tutta l’energia di cui ha bisogno a partire dall’idrogeno. Il gas oggi si ricava tramite processi chimici alimentati utilizzando energia “fossile”: ma l’intenzione è passare a una filiera il più possibile green grazie a un sistema di pale eoliche installate offshore in grado di produrre l’elettricità necessaria. Il piano dei vertici è completare la transizione entro il 2030.

Ma la via per la sostenibilità comprende una serie di altri fattori chiave. Per esempio, il riutilizzo del calore residuo prodotto durante le lavorazioni, che domani potrà essere sfruttato dalle abitazioni civili. Il valore di quello sprecato è stimato in 6 miliardi di euro: recuperandolo mediante tubazioni,  oltre a Rotterdam, si potranno riscaldare anche altre città, come L’Aja. Non solo. L’Olanda è tra i primi produttori mondiali di fiori.  “La CO2 prodotta sarà trasportata tramite condotte fino alle serre nell’ovest del paese. Gli agricoltori non aspettano altro, perché è in grado di far crescere più in fretta le loro piante”, afferma Nico van Dooren, direttore energia e processi industriali dello scalo. “Quanto all’anidride carbonica avanzata, sarà stoccata in depositi sotterranei, in attesa di nuove tecnologie che consentano di impiegarla per ottenere gas naturale tramite l’idrogeno”, aggiunge Eric van der Schans, direttore gestione ambientale.

Non è tutto. La dirigenza sta studiando la fattibilità di un impianto geotermico che sfrutti il calore degli strati profondi della terra per produrre una ulteriore quota di energia pulita. Politiche di moral suasion coinvolgono nella transizione le aziende presenti all’interno del complesso, invitate a installare pannelli solari; ma il porto offre anche sconti sulle tasse a chi presenta un green award certificate, e 5 milioni di euro in incentivi per le navi che usano combustibili puliti come il gnl (gas naturale liquido).

Navi a energia pulita

L’alimentazione dei mototi delle navi cargo è, ovviamente, un tema fondamentale per combattere l’inquinamento di mari e oceani. Per spingere gli armatori verso tecnologie meno inquinanti è necessario ammordernare i porti costruendo serbatoi adatti a stocccare il nuovo combustibile.

Ma le ragioni di ambientalismo ed economia si trovano, come spesso accade, a confliggere. È improbabile che gli attuali impianti, che hanno una vita media di 50 anni e i cui costi rientrano in strategie ultradecennali di ammortizzazione, siano dichiarati di colpo obsoleti. L’incentivo della Getting to Zero Coalition sarà sufficiente a invertire la rotta prima?

Le soluzioni alternative al trasporto marittimo

La nuova via della Seta potrebbe offrire un’alternativa credibile alle spedizioni via mare. Inviare un container dalla Cina alla Polonia, paese che punta a diventare un hub logistico di rilevanza europea, richiede solo dodici giorni di viaggio se il trasporto avviene via terra.

Il treno sta progressivamente rosicchiando quote di mercato alle grandi compagnie di navigazione, e lo stato dell’Europa orientale ha intenzione di ritagliarsi il ruolo di porta dell’UE sfruttando la posizione al confine.

Città come Varsavia e Lodz si stanno già attrezzando con infrastutture adeguate, e grandi compagnie come Amazon stanno investendo nel paese, grazie a politiche governative favorevoli e a un costo del lavoro che resta competitivo nonostante la crescita degli ultimi anni.

Italia ancora ferma

E l’Italia? C’è ancora parecchio da fare. Il Belpaese può contare su una serie di scali di piccole e medie dimensioni che movimentano il 38% dell’import-export nazionale, dieci punti sotto il trasporto su gomma (che si attesta al 49%).

Ma se il “gigante” Rotterdam ha un piano dettagliato per la sostenibilità che prevede interventi mirati e addirittura un management dedicato, e quelli di Anversa e Vancouver riservano intere sezioni del sito ufficiale alla questione, sulla pagina del  principale porto italiano, quello di Trieste, la parola viene a malapena menzionata. A Genova si va poco oltre a una vaga “Dichiarazione politica ambientale” risalente all’agosto 2018.  Tra gli interventi previsti per lo scalo ligure, “perseguire il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali”, “realizzare iniziative atte a perseguire l’efficienza energetica”, “promuovere la conoscenza e la sensibilizzazione di tutte le parti interessate sulle tematiche ambientali”. Impegni vaghi e privi di riferimenti e di date. Cioè impossibili da verificare.

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brexit, esteri

UK, è il giorno di Boris: Brexit adesso è più vicina

Questo  pezzo è stato pubblicato su StartupItalia

Il trionfo di Boris Johnson dimostra che il rapporto con la verità non è una componente fondamentale per vincere elezioni. C’era una volta un mondo in cui le bugie si raccontavano tentando di nasconderle. Johnson, eccessivo in tutto, non ci ha mai provato, e ha dimostrato – ma ce n’è ancora bisogno? – che la stagione è cambiata. Da Trump a Salvini al platinato neopremier britannico, vince il personaggio più furbo, quello più capace di creare tensione, per poi scioglierla ad arte. “Al governo consevatore è stato dato un nuovo, potente mandato – ha detto  -: portare a termine la Brexit, e non solo questo, ma unire il paese e concentrarsi sulle prorità del nostro popolo”. Il premier di tutti.

Nel segreto dell’urna i britannici hanno scelto con la pancia. L’Europa era il sogno dei londinesi e delle élite, non delle campagne, e nemmeno dei metalmeccanici. Paradossale che a votare per staccarsi dal continente siano stati proprio i territori che, tramite i fondi comunitari, hanno potuto attutire l’impatto della modernizzazione. La crisi, in certe aree a nord del paese, dura dagli anni Ottanta. E si sa, a giocare alla lotteria spesso sono i disperati.

Brexit, vince Johnson: i perché del no all’Unione

E qui torniamo alla verità. Johnson diede una spallata decisiva al referendum del 2016 spedendo in giro per il Regno un esercito di camion. Sulla fiancata, giganteschi poster raccontavano come, lontana da Bruxelles, Londra avrebbe risparmiato 320 milioni di sterline a settimana. Denari che  sarebbero finiti nelle casse dell’NHS, il sistema sanitario nazionale britannico: un mastodonte da 5 milioni di dipendenti che garantisce sì cure pressoché gratuite, ma è altamente inefficiente al punto da diventare insostenibile per la collettività.

Il biondo ex sindaco di Londra ammise in seguito che non era vero; ma, come insegnano i cronisti più smaliziati, una smentita è una notizia data due volte. Chi vive in UK conosce la situazione degli ospedali: medici spagnoli che trattano pazienti di madrelingua francese con il supporto di infermiere bulgare. Non è una sit-com, ma la realtà di tanti pronti soccorso, in particolare nelle grandi  città. Tutti comprendono poco, nessuno capisce completamente quello che si dice.

Non c’è solo questo, ovviamente. Le norme comunitarie, che pur il Regno Unito ha sempre accettato a seconda della convenienza, imponevano  di garantire libertà di movimento a tutti gli europei, e diritto universale ai sussidi. Ma sono tanti i casi di persone (intere famiglie) giunte in Gran Bretagna grazie al passaporto continentale che, dopo poche settimane di lavoro, si sono fatte insegnare l’arte di accedere ai benefit da compari più furbi. Per una volta non sono gli italiani, i maestri di questo discutibile artificio: pare si trattasse soprattutto di cittadini dell’est. I nostri connazionali, raccontava a chi scrive una persona informata dei fatti, tornavano spesso in Italia con voli di linea.  Qualche volta in cabina. Qualche altra, dentro a un sacco imbarcato nella stiva. Dopo essersi suicidati. Riportati a casa alla chetichella e in orizzontale mentre gli ignari passeggeri chiacchieravano del più e del meno. Non ce l’avevano fatta. Perché Londra può essere spietata, e non perdona chi resta indietro. O non ha una carta di credito.

L’elenco potrebbe continuare, ma il ragionamento è il medesimo. Se qualcuno vi chiedesse di non pensare a un elefante per i prossimi cinque minuti, non riuscireste a immaginare altro. Quando al popolo mediamente poco preparato in storia del Regno Unito è stato fatto balenare il sogno di un paese libero, padrone di se stesso e in grado di rivivere, finalmente, i fasti dell’Impero, si è superata una soglia oltre la quale è impossibile tornare indietro. A poco sono valsi i fact-checking di quotidiani come il Guardian e lo stesso Times.

Aggiungiamo che Jeremy Corbyn, dimissionario leader dei laburisti usciti pesantemente sconfitti dall’election day del 12 dicembre, probabilmente è un sostenitore della Brexit. Ne ha il diritto, per carità. Ma non sono pochi i compagni di partito scettici sull’Unione: Bruxelles, per loro, rimane un covo di finanzieri interessati solo al capitale e alla concorrenza. Non è escluso che ci sia stato un travaso di voti, e che più di qualche elettore storico della sinistra abbia ceduto al fascino di Johnson pur di liberarsi dell’Unione, come si fa con il dongiovanni con cui si va solo per vendicarsi del marito fedifrago.

 

Infine, e non è cosa da poco, sono passati tre anni e mezzo di tira e molla dal gusto più italiano che britannico. Oltre quaranta mesi che hanno logorato chiunque, persino i giornalisti impegnati a seguire la vicenda. Di cavillo in cavillo, scrivere di Brexit ha significato addentrarsi sempre più in un groviglio di minuzie legali di cui si percepiva  l’inconsistenza: era chiaro che la soluzione del rebus non sarebbe arrivata in punta di diritto, nondimeno si era costretti a seguirne l’evoluzione. Il sistema costituzionale britannico pare abbia retto: resta da vedere, ora,  se sarà in grado di resistere all’impatto dei nazionalisti scozzesi – europeisti convinti – che minacciano un’altra Catalogna.

 

Oltre la Brexit: un’Unione più solida ?

Ora si apre una fase nuova, una fase in cui l’Unione Europea deve trovare un nuovo assetto senza la Gran Bretagna. Il popolo ha votato di nuovo, e la sentenza è chiara. Johnson ha promesso di uscire entro il 31 gennaio: e, a questo punto, diventa possibile.

Ma c’è un risvolto positivo. Brexit è servita a parlare di Europa molto più di quanto fosse mai accaduto in passato: i giovani del continente oggi sanno che il rischio di perdere l’Unione c’è, e vogliono godersi la libertà di viaggiare senza confini e lavorare altrove. Ma anche Bruxelles sta imparando a presentarsi con un volto più umano, dopo la crisi del 2008 che l’ha vista recitare un ruolo da cerbero spietato.

Le elezioni di maggio hanno rappresentato, per la prima volta, un momento di vero dibattito su temi sovranazionali, e normative come quella antitrust e il GDPR hanno messo in luce l’enorme potere che si cela dietro ai trattati. Un potere che sta disegnando progressivamente un’Unione come soggetto politico distinto sia dal capitalismo d’assalto a stelle e strisce che, ça va sans dire, dal dirigismo cinese. Maggiore integrazione o un brusco stop: queste le alternative che si parano davanti agli Europei. Grazie a Brexit, siamo tutti di fronte alla scelta ogni volta che votiamo.

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