cultura, milano, politica

Trovare il modo di salvare i graffiti del Leoncavallo

E’ ironico che lo sgombero del Leoncavallo arrivi a poche settimane dall’inchiesta urbanistica che mette in discussione buona parte degli interventi realizzati in città negli ultimi anni, facendo finire ai domiciliari assessori, costruttori e architetti. Pare che l’ordine questa volta sia arrivato direttamente da Roma: il centro sociale milanese sarebbe, dunque, una questione nazionale. Ma il Leoncavallo è un simbolo, e si può capire.

Trasferito nella sede di via Watteau nel 1994 (era nato due decenni prima nell’omonima strada dalle parti di piazzale Loreto), incuneato in una mesta periferia urbana, il centro sociale in poco tempo ha ridisegnato la fisionomia dell’area.

Il quartiere Greco, a nord di Milano, è un’accozzaglia post industriale di spiazzi, capannoni, strade bigie, e pochissime vecchie case basse di ringhiera in stile meneghino. D’altro resta ben poco: torri residenziali che svettano in mezzo al nulla, un paio di supermercati, una farmacia. Poco più in là c’è il quartiere Bicocca, nato attorno all’università all’inizio del millennio, e mai realmente decollato. Si tratta di un’area divisa tra le aule dell’ateneo e grossi condomini, con pochi locali più che altro rivolti a un pubblico di studenti, un centro commerciale e nessuno spazio di aggregazione.

Quanto detto basta per ricostruire la fisionomia di una zona della città ispirata, a dir poco, alla mera funzionalità; dove le necessità di base sono soddisfatte, ma che giace da sempre al confine tra il non luogo e il dormitorio. Territorio dove è difficile incontrare, e incontrarsi.

Non è sempre stato così. Milano è una città policentrica per nascita, somma di comuni un tempo autonomi e autosufficienti: e Greco, che esiste da secoli, è citato già dal Manzoni. Renzo vi arrivava da Sesto san Giovanni sulla strada per il capoluogo, in tasca una lettera di Fra’ Cristoforo. La città era in preda alla rivolta per il pane. Come ricorda lo scrittore ottocentesco, ci troviamo abbastanza vicino a Lecco perché il viandante potesse girare la testa e ammirare i “suoi” monti.

Uno scorcio di Greco, il quartiere in cui si trova il centro sociale Leoncavallo

Il centro sociale, si diceva, trasloca in via Antoine Watteau nel 1994, dopo un paio d’anni di lotte. Uno spazio enorme, dotato di cucina, ampio salone per concerti, e ben tre bar. Prezzi popolari: una birra tre euro, un piatto di pasta poco più. Un’eccezione, nella Milano di quegli anni; figuriamoci di questi.

Ci ero tornato una sera del luglio scorso, dopo parecchio: e la sensazione era stata di insperato sollievo. Pareva che, tra quelle mura, il tempo si fosse fermato. L’ecosistema digitale – passatemi l’espressione – in cui ci troviamo nostro malgrado immersi non trovava cittadinanza nelle stanza ampie del Leoncavallo; sui muri erano ancora ben vive le vestigia del passato, con i manifesti delle lotte, i libri polverosi a disposizione di chi voleva portarli a casa, i volantini ciclostilati. Murales caleidoscopici, foto, panchine di legno. Odore di fumo di sigaretta e non solo (dispiacerà ai salutisti, ma il divieto di Sirchia qui non è mai arrivato; e l’odore di tabacco fa parte dell’arredamento).

Ai centri sociali fu concesso molto perché nati come risposta a esigenze trascurate: si accollarono, negli anni Settata, l’onere di fornire, alle periferie delle città, una serie di servizi che le amministrazioni non erano in grado di garantire. Corsi, asili, spazi di riunione e dibattito culturale: attività che sono presenti ancora oggi. Erano gli anni della prima emigrazione interna dal Meridione. Agli albori del nuovo millennio, i locali hanno aperto le porte agli stranieri, agli immigrati, che qui trovavano un posto dove riunirsi senza spendere troppo, e soprattutto essere giudicati, soprattutto nei primi, bui, tempi degli sbarchi.

Concerti, ce ne sono stati tanti nel corso degli anni; artisti di peso si sono alternati sul palco, e l’elenco è troppo lungo per farlo qui. Bandita la vendita di droghe: non il consumo – parliamo di cannabis –, in linea con la visione antiproibizionista. Ma ormai il tema è sdoganato ovunque.

Veniamo allo sgombero di giovedì 21 agosto 2025. Si dirà: resta pur sempre occupazione di proprietà privata, e poi al Leoncavallo non sono dei santi. E’ vero. La verità non sta mai da una parte sola. Certe prese di posizione, un certo oltranzismo, soprattutto negli anni duri della contestazione e delle guerre in Iraq e Afghanistan, sono stati decisamente opinabili.

Non è tutto passato. Al presidio di giovedì 21 agosto, sotto l’acqua, c’erano un paio di migliaia di persone. Tante, tantissime, considerato il periodo agostano e la pioggia. Durante la manifestazione, una parte del corteo ha sfidato i poliziotti che bloccavano  i cancelli urlandogli in faccia slogan carichi di insulti. Poche decine di persone, protette e ringalluzzite dalla psicologia della folla. 

Ora, è evidente che questi atteggiamenti, pur non rappresentendo la posizione ufficiale del centro sociale, spesso vi hanno indiscutibilmente trovato casa e accoglienza. Ma già i Clash negli anni Settanta avevano spiegato che tra i poliziotti ci sono molti proletari, mentre quelli che li insultano spesso sono i figli dei borghesi. Non si tratta di chiudere un occhio sulle violenze delle forze dell’ordine, ma di non lasciarsi trascinare dal branco. E un certo tipo di distinguo, purtroppo, nei centri sociali non hanno quasi mai trovato cittadinanza.

Gli anni, comunque, non passano invano. La linea è progressivamente diventata più moderata, complice anche la guida di una generazione più giovane rispetto a quella dura formatasi negli anni Settanta, quando la lotta politica poteva facilmente sfociare in violenza.

Il bilancio di mezzo secolo di storia, dunque, resta ampiamente positivo. E che il Leoncavallo abbia aggiunto valore a Milano, non il contrario, lo avevano riconosciuto anche tifosi insospettabili. Nel 2006 Vittorio Sgarbi, allora assessore alla Cultura del sindaco di centrodestra Letizia Moratti, organizzò una mostra sui graffitari (i writer) rimasta negli annali. Durante un tour coi giornalisti in via Watteau, gli fu chiesto come poteva un politico di destra appoggiare le scritte sui muri, e di conseguenza, il centro sociale. Risposta lapidaria (chi scrive era presente): “”Sono la Cappella Sistina della contemporaneità. Ma non vedete questi palazzi di merda…”

La somma di tutto fa un luogo che merita di sopravvivere. A Milano, negli ultimi anni, gli spazi di controcultura sono spariti quasi ovunque, e quelli rimasti sono sterilizzati da designer e dai soliti modelli di business che mischiano cultura, glam e profitto. Insomma, per usare un anglicismo: sono fake.

Il diritto alla proprietà privata dell’immobiliarista Cabassi non è in discussione, almeno per chi scrive. Non siamo d’accordo con le spese proletarie, le occupazioni, gli assalti alla polizia; ma con le lotte, anche quelle condotte a muso duro, sì. Con la resistenza allo strapotere del capitale, sì. Non dimentichiamo che la Milano perbenista non ha mai fatto una manifestazione contro la speculazione edilizia e il caro casa, salvo svegliarsi e piagnucolare quando a scoperchiare la pentola ci ha pensato la magistratura.

Al Leoncavallo, invece, certi temi sono sempre stati all’ordine del giorno. E a ragione. Per questo, se sgombero sarà, va trovata una sede adeguata alla storia che questo spazio si è conquistato sul campo, assieme al modo di assegnargliela in via definitiva.

Non solo. L’area che sarà lasciata vuota se il centro sociale se ne andrà (di proprietà dell’immobiliarista Cabassi) potrebbe essere occupata da nuove torri residenziali, che andrebbero a completare lo schema del quartiere dormitorio. Un dormitorio, per di più, destinato ai ricchi. I cosiddetti sviluppatori potrebbero addirittura mimetizzare la speculazione come va di moda oggi in città, con uno studentato da millecinquecento euro al mese a camera.

C’è da augurarsi che Palazzo Marino, che si è detto consapevole del valore dell’esperienza del “Leo”, sappia indirizzare la destinazione d’uso in maniera adeguata. Anche a costo di pronunciare qualche no, insolito a queste latitudini. Il centro sociale potrà pure andare altrove; ma la sua impronta nel quartiere non può più essere rimossa. E, anzi, mi spingo un passo oltre: bisognerebbe trovare il modo per salvare i graffiti del Leoncavallo, ormai parte irrinunciabile della cultura urbana e del paesaggio milanese. E’ possibile?

(Le foto sono mie. Qui di seguito qualche video tratto dalla manifestazione di ieri 21 agosto e pubblicato sul mio canale Instagram 1 | 2 | 3 )

Standard
ambiente, economia, sostenibilità

L’accordo sulla plastica fallisce nel silenzio dei media

La conferenza di Ginevra per arrivare a un trattato vincolante sulla plastica è naufragata il 14 agosto. Di nuovo. Il percorso è cominciato nel 2022, e dopo quattro rinvii, questa volta – la quinta – doveva essere quella buona. Due i fronti principali: chi vuole un tetto alla produzione (un centinaio di paesi, tra cui la delegazione Ue, ma non l’Italia, coinvolta nella filiera del packaging) e chi preferisce puntare sul recupero e riciclo (i paesi produttori di petrolio, perché la plastica si ricava dagli idrocarburi; ma c’è anche la Russia). Ci sono, naturalmente, molte altre questioni sul tavolo: per esempio quelle legate al tipo di sostanze chimiche da bandire, e a una progettazione che renda più semplice il riciclo, oltre al meccanismo finanziario che dovrebbe consentire la transizione.

Non la faccio molto lunga, ma dopo dieci giorni di discussioni non si è arrivati a un accordo.
Il motivo è semplice: come sempre quando si parla di ambiente oggi, nel 2025, è impensabile affrontare la discussione senza legarla all’aspetto economico. Il petrolio come combustibile sarà abbandonato, e i paesi che lo producono vedono nella plastica una risorsa per continuare a valorizzarlo ; altri, come l’India, non sono esportatori ma insistono sul fatto che i costi della transizione e degli adeguamenti debbano essere adeguatamente ripartiti, anche guardando ai dati storici (just transition).

Per chi le segue, il canovaccio è più o meno lo stesso visto alle Cop, le conferenze delle parti sul clima. E anche la complessità dei negoziati, che si sono protratti fino a notte fonda. Non mancano le stranezze: ho visto un paper dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che consiglia di smettere di produrre sigarette col filtro. La spiegazione è che normalmente viene disperso nell’ambiente da chi getta i mozziconi a terra, e questo è facile da comprendere. Ma dal punto di vista della salute? La risposta è che peggiorando il gusto, si spera di diminuire l’affezione dei consumatori.

Quello in cui questi negoziati, tenuti a Ginevra, non assomigliano per niente alle Cop è che sono stati poco o nulla coperti dalla stampa, e anche dagli addetti ai lavori, complice il caldo agostano.
Eppure un accordo avrebbe un significato epocale.

Siamo sempre più nell’era di Instagram, per cui si può organizzare una Cop del clima (che viaggia in media attorno ai 70mila partecipanti) in una piccola cittadina brasiliana inadatta a ricevere delegazioni cosìnumerose per rivendersela mediaticamente come “la Cop dell’Amazzonia”; ma si parla poco, pochissimo di una conferenza sulla plastica come quella di Ginevra che, avesse avuto successo, sarebbe finita sui libri di testo.

Così è se vi pare. Nota di demerito per le lobby degli industriali, anche questa volta la singola delegazione più rappresentata. Coinvolgere l’industria non è sbagliato, è impensabile dimenticare un attore importante della società se si vuole realmente implementare le decisioni: ma è importante che il lobbismo avvenga allo scoperto, nella maniera più manifesta e trasparente possibile. Cioè con nomi e cognomi delle aziende, e un’indicazione chiara delle proprie posizioni, in modo da poter inchiodare ciascuno alle proprie responsabilità ed evitare il solito greenwashing.

Foto: enb.iisd.org

Standard
ambiente, clima, cop, cronaca, milano, politica

Nelle carte dell’inchiesta sull’urbanistica milanese spunta anche la Cop29

Nelle carte dell’inchiesta sulla suburra dell’urbanistica milanese che ha condotto all’arresto di sei persone spunta anche la Cop, la Conferenza delle parti della Nazioni Unite sul clima.

E’ a pagina 401 dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Mattia Fiorentini su richiesta dei pubblici ministeri milanesi.

A parlare è Giuseppe Marinoni, a capo della Commissione paesaggio del comune di Milano. Nelle conversazioni sequestrate dai magistrati e finite agli atti, Marinoni si rivolge – tra gli altri – a Paolo Colombo, architetto titolare della società A++  di Massagno, vicino Lugano, studio internazionale di architettura con parecchi progetti attivi in Italia e all’estero. Secondo il Corriere del Ticino, Colombo sarebbe stato protagonista di alcune importanti operazioni immobiliari in territorio svizzero negli ultimi anni.

Tra i due ci sarebbe un rapporto di conoscenza, non esclusivamente personale, ma – pare – anche professionale.

“Caro Paolo, ho visto che andiamo assieme in Azerbaijan”, scrive Marinoni nel pomeriggio del 17 gennaio 2024. Nel paese asiatico si sarebbe tenuta otto mesi dopo la Cop29, conferenza internazionale con al centro i temi del riscaldamento globale. Nate come evento tecnico negli anni Novanta, le Conferenze delle parti sul clima (ce ne sono anche altre, come quelle sulla biodiversità, molto meno frequentate) col tempo sono diventate sempre più popolari e mediatiche. E’ in questa sede che, nel 2015, è stato raggiunto il compromesso sull’accordo di Parigi per limitare il riscaldamento globale a due gradi rispetto ai valori preindustriali, momento storico. Altro anno epocale il 2021, subito dopo il Covid, con l’edizione scozzese di Glasgow: il mondo appena uscito dalla pandemia si era raccolto con entusiasmo nella città britannica con uno slancio poi perso sotto i colpi di guerre e crisi energetiche. Grande copertura mediatica, allora, grande affluenza di delegati, grandi aspettative.

Fu l’anno della svolta, quello in cui la conferenza cominciò a crescere oltremisura inglobando sempre più aziende e figure opache. Tanto da rendere necessario un intervento delle Nazioni unite per rendere visibile sui badge l’affiliazione dei partecipanti: nei corridoi, tra diplomatici e negoziatori, si aggiravano anche dirigenti di multinazionali delle fonti fossili, uomini dei giganti della consulenza (interessati a vendere i propri servizi green e in palese conflitto di interessi, dal momento che lavorano anche per i big del petrolio). Come ho raccontato più volte su Wired, allargare le maglie e coinvolgere gli attori economici era un passaggio probabilmente necessario del percorso per raggiungere gli obiettivi climatici: ma per come è avvenuto, si è trattato di un allargamento frettoloso e lasso. Tanti si sono presentati ai cancelli delle Cop per dare una mano di vernice verde alle proprie attività, a favor di telecamere e social network. Tra questi, a quanto emerge dalle chat, ci sarebbe stato anche Marinoni. Torniamo alle carte.

“Ho detto a Raffaella che dobbiamo portare una presentazione con masterplan, considera anche la possibilità di mettere le realizzazioni di Porta nuova e piazza Gae Aulenti. Il masterplan è firmato anche da me e lo posso rendere pubblico. Se non ti offendi possiamo anche dire che lo abbiamo fatto assieme”, scrive sempre il 17 gennaio 2024.

Il 18 giugno, Marinoni torna alla carica. “Paolo, se andiamo in Azerbaijan non ci serve un’interprete italiano russo? Potrei chiedere alla mia fidanzata…”. La signora – di cui non facciamo il nome perché non risulta indagata – ha spirito di iniziativa. Qualche giorno prima, il 12 giugno 2025, aveva preso il telefono di Marinoni per piazzare il compagno.  “Buongiorno dottor[…], sono […], la fidanzata di Giuseppe Marinoni. Giusppe ha appena pubblicato questo libro in italiano sulla sostenibilità ambientale della città”, scrive la donna, “tema che avete affrontato nelle interviste che Giuseppe e Paolo hanno rilasciato nella vostra televisione. Considerato che nel libro si parla anche della White City di Baku, Giuseppe chiede se poteste essere interessati a fare un’edizione in russo, sia come ebook che cartacea. Giuseppe potrebbe fare tutto con la sua casa editrice e farvi avere i libri stampati. Potrebbe essere interessante per voi distribuirlo in previsione della Cop29. E’ solo necessario che riconosciate alla casa editrice un rimborso spese. Se ti interessa possiamo fare una call per chiarirci meglio. Grazie anche a nome di Giuseppe”.

Niente di penalmente rilevante, ovviamente. Così va il mondo, ma leggere questo scambio mi ha fatto un certo effetto.

Ora che la prossima Cop, la più instagrammabile di sempre, sarà in Brasile e rischia di perdere rappresentatività perché sono molte le associazioni (e persino i governi) che faticano ad accollarsi i costi assurdi di una sistemazione a Belèm, sarà interessante vedere chi ci sarà, “a chi appartengono” i partecipanti. Tenete d’occhio i social: in Brasile a novembre volerà solo chi ha un vero interesse da difendere. Che si tratti di clima, di quattrini o di visibilità, beh, quello  è un altro discorso.

Standard
ambiente, clima, cop, inchieste, reportage

Un crowfunding per Hope, documentario sulla Cop30

Li ho conosciuti in questi anni passati in giro per il mondo a seguire conferenze sul clima, le Cop: da Glasgow a Sharm El Sheikh, da Dubai a Baku loro c’erano, cellulari e pc alla mano, per raccontare quello che accadeva. Sono giovani, svegli, preparati. Soprattutto, lavorano bene sui media digitali per portare a un pubblico ampio i temi del cambiamento climatico – quello che in ambito universitario viene chiamato disseminazione della conoscenza: perché la ricerca non basta, se non impara a uscire dai corridoi degli atenei.

L’associazione è Change For Planet, e per la Cop30 di Belém (Brasile, in scena a novembre) ha pensato di girare un documentario che racconti le contraddizioni dello Stato sudamericano. “Nel cuore pulsante dell’Amazzonia, tra Belém e Manaus, seguiremo il cammino di giovani attivisti e attiviste dall’Europa e dall’America Latina, uniti a ong e comunità indigene che ogni giorno affrontano, vivono e combattono gli effetti della crisi climatica”, dice la presidente Roberta Bonacossa. Un lavoro ambizioso e indipendente, per raccontare gli aspetti meno mediatici dell’appuntamento.

Hope, questo il nome del progetto, sarà finanziato da un crowdfunding. Aiutarlo con un piccolo contributo è un’idea da considerare (qui ci sono tutte le informazioni per farlo): Change for Planet ha svolto un ottimo lavoro in questi anni, e merita la chance di salire sull’aereo per il Sudamerica. L’opera di divulgazione che l’associazione ha portato avanti non ha padrini compromessi con il mondo delle fonti fossili  ed è ritenuta da molti giovani più affidabile (non a torto) di quella di tanti giornali.

Ma la scelta di finanziare questi ragazzi ha anche il senso di farli crescere come professionisti, consentendogli di lavorare a un progetto strutturato e più ambizioso di quelli realizzati finora. La Cop30 brasiliana sarà una conferenza mediatica, preparata per Instagram e per catturare like, e c’è bisogno di voci alternative, fuori dal coro. In bocca al lupo.

Standard
cronaca, milano, politica

Calati iuncu

Non è come sembra, dice il marito trovato a letto con l’amante. Innumerevoli film della commedia sexy all’italiana su questa litania hanno fatto fortuna. Ma, per chi amasse riferimenti più colti, torna ancora una volta utile il milanese Alessandro Manzoni, con il dottor Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi (duecento anni fa, quattrocento nella finzione): uno che annegava nel latinorum, un intruglio di parole con l’obiettivo di non far capire nulla ai malcapitati clienti e ai giudici. Spieghiamo.

In sostanza, l’immobiliarista Manfredi Catella e gli altri indagati nell’inchiesta sulla suburra dell’urbanistica meneghina si difendono (chi con memorie scritte, chi nel corso di audizione ) disseminando dubbi, facendo distinguo riguardo alle chat messe agli atti. Non è come sembra, sostengono tutti assieme. Così, in questa narrazione, le parole intercettate dai magistrati diventano poca cosa, chiacchiere informali tra conoscenti.
Ma in altri ambiti, distanti dall’urbanistica lombarda, quando si discute di questioni scomode si prendono certe precauzioni: si parla solo in presenza e ,quando lo si fa, non manca chi lascia il cellulare nell’altra stanza. Essere lassi al riguardo tradisce l’idea di sentirsi all’interno di una bolla dove nulla di male può accadere. Perché Roma ha assegnato a Milano il ruolo di locomotiva del pil italiano, un mandato ampio, tanto più dopo la crisi di inizio millennio: e il lavoro sporco qualcuno deve pur farlo. Tanto poi le cose si sistemano.

Nei tribunali non si fa giustizia: si applica la legge. Ed è per questo che le norme a Milano hanno cercato di scriverle da sé , arrivando a far votare al Parlamento un salvacondotto fortunatamente bloccato.

Con queste premesse, vedremo cosa dirà l’esame dei magistrati. Quello politico, però, è altra cosa. Si può evitare la galera, che peraltro è da poveracci: ma non il giudizio della Storia. E quello difficilmente sarà clemente. Una generazione di architetti, amministratori e faccendieri merita di essere allontanata dalla cosa pubblica: ed è strano che debba intervenire la magistratura per ricordarcelo. È strano che la gente abbia dato forma ed espressione alla propria rabbia solo dopo le inchieste della procura, come se prima fosse stata avviluppata dalle narrazioni marchettare all’americana, per cui “vivi in una città che offre tutto quanto si possa desiderare”, e se non ce la fai a tenere il passo “è solo perché non ti sei impegnato abbastanza”. È strano che a protestare contro l’andazzo del capoluogo lombardo fosse solo una ristretta cerchia di – chiamiamoli così – intellettuali, mentre gli altri, il popolo, si rifugiavano nel non voto, segno di una sfiducia ormai cronica verso il sistema. Come gli adolescenti che si chiudono in camera perché non si sentono compresi dagli adulti, e non hanno speranza di esserlo. L’adolescenza poi passa, di solito, e ci si prende la responsabilità della propria vita: è quello che c’è da augurarsi anche per Milano. A volte serve un supporto esterno: uno psicologo , un insegnante, un prete, ed è questo il ruolo della stampa. Ora che la questione è posta, non deve farsi irretire ancora una volta dai quattrini dei costruttori (Catella ha visto aperture, interviste e titoli accomodanti su troppi giornalini e giornaloni durante il suo regno). Perché il nostro non è e non sarà mai un popolo equilibrato; saremo sempre tentati parimenti dall’esaltazione e dalla forca; e in questo scenario, navigare fuori dalle acque tempestose non è facile. Tradotto: non facciamola finire in una bolla di sapone. Il potere di condizionamento di certi soggetti è suadente. E fra poco, passata la buriana e caduta qualche testa, ricominceranno a comprarsi le copertine, secondo i dettami della “comunicazione di crisi”, che ricalca il detto siciliano: calati juncu, che passa la china (piegati giunco, intanto che la tempesta passa ).

Standard
esteri

Sul prossimo papa

Chissà chi sarà il prossimo papa, se proseguirà nella linea di apertura di Francesco o la Chiesa tornerà a una scelta conservatrice. La notizia sarebbe questa seconda ipotesi, non improbabile, che si attaglierebbe, peraltro, alla corrente che percorre il mondo in questi anni. Un papa che consolida, non apre. Come fu per Ratzinger, e la sua lotta contro il relativismo seguita all’11 settembre, anni in cui le istanze delle comunità islamiche cominciarono a guadagnare importanza anche in Occidente. Bergoglio era un uomo di pace. Non privo di contraddizioni, ma un buono. Se la scelta della Chiesa – o meglio, del conclave, dal momento che le istituzioni sono fatte di persone – sceglierà per la conservazione, perderemo un pontiere e ci ritroveremo un altro belligerante in campo.

Tanti piangono un papa umano, che ai salamelecchi di corte ha preferito la gente. Francesco è pianto anche da chi – come il sottoscritto – è di una religiosità agnostica, e sicuramente anticlericale.

Ma lo sfarzo che tuttora caratterizza il Vaticano non può impedire di sentire la mancanza di una figura che, nel contesto del cinismo del potere, si è distinta per la capacità di mettere in discussione il sistema in cui pur era inserito. E dai prossimi giorni dipenderà una parte della pace dei prossimi anni.  E neanche la più piccola.

Standard
esteri, politica

Elezioni in Germania, la partecipazione all’83,5% alimenta la speranza contro i populismi?

Elezioni in Germania, vincono i conservatori della Cdu/Csu con il 28,5% delle schede. Non certo una sorpresa il secondo posto di Alternative für Deutschland, partito di estrema destra che al timone vede Alice Weidel. Afd, questa la sigla con cui è noto, duplica il consenso rispetto alla scorsa tornata elettorale

(che risale al 2021) e piazza un 20,8% che la rende una forza con cui il paese dovrà necessariamente fare i conti. Male la Spd (centrosinistra), il partito del cancelliere uscente, Olaf Scholz: 16,4% delle schede, per la peggior prestazione dalla fondazione della compagine, un secolo e mezzo fa. 

Quello che mi colpisce, anche più della prestazione di Afd (quasi inevitabile di questi tempi), è il dato sulla partecipazione: 83,5%, il più rilevante dalla riunificazione. In un momento di disaffezione alla politica, 8 eventi diritto su 10 si sono recati alle urne per dire la propria. E, considerato che il populismo e l’estrema destra allignano  tra chi fatica a tradurre le proprie sensazioni in una scelta politica, preferendo un generico rifiuto di tutto il sistema, mi pare un buon segnale. Se uno ce n’è. 

Standard
economia, esteri, media, politica, tech

Similarities

Zuckerberg reportedly asked Trump to block Eu fines on American tech companies. Here’s the reason of the last days’ repositioning on fact checking and diversity and inclusion policies: ingratiating Trump so to put pressure, not only in the Us , but abroad. These new – so to speak – tech oligarchs are getting closer and closer to power, just like their Russian colleagues. In doing so, they could obviously get burned by the flame – and, even in this respect , Russia has something to teach: the same man who can create your lucks can suddenly destroy you. And in the long run, that’s the most probable thing. But companies divide the reality in quarters.

There’s a third similarity to Russia. Or, to better say, with the old Soviet union. Trump is trying to extend America’s area of influence like the Ussr did in the 20th century with Eastern Europe and the Warsaw pact. Canada, Greenland, Panama. “It’s our national interest”, he says. Someone, a hundred years ago, coined an expression for this: “vital space “.

Europe is not a giant in strictly military terms (at all). But it is, actually , in an economic perspective, in regulations (think about the Ai act, the best legislation in the world on Ai), in culture. And it represents an alternative to the American way of living and doing business, not to mention to its perspective on the world. We have fundamentally experienced colonialism and had enough of it, at least in its “open” version, with tanks and soldiers.

Europe’s only strength to resist to these attacks is to deepen the ties between member countries: more integration between us, more autonomy from America in key strategic sectors. More cultural self consciousness. We represent an alternative to the US, a pacific one. No need to get engaged in Trump’s wars. But, nevertheless, we do have to need to stand firmly in front of these menaces.

Standard
esteri, politica

Tenere Musk fuori dalla politica

Cosa succede con il silenzio stampa sul caso di Cecilia Sala? Quello che è successo ieri. Giorgia Meloni ha chiesto un incontro a Trump, ottenuto pare grazie all’intercessione di Elon Musk, che di Meloni è sostenitore. “Lasciateci lavorare, fidatevi di me” aveva detto alla famiglia.  Qualche ora dopo l’agenzia di stampa economica Bloomberg batte la notizia che, nel corso della visita negli Stati Uniti,  la presidente si sarebbe impegnata con Space X, società di Elon Musk, per un miliardo e mezzo di dollari. L’azienda dovrebbe fornire sistemi di comunicazione militare all’Italia.

Mettere sistemi di comunicazione vitali nelle mani di Musk è la nemesi di ogni strategia di sicurezza nazionale. Musk è un oligarca, un cane sciolto che risponde solo a se stesso. In virtù di una ricchezza esorbitante e del possesso di un importante social network – oltre che  di una spregiudicatezza fuori dal comune – è in grado di condizionare le democrazie globali. Andrebbe tenuto lontano dalla politica. Invece Trump l’ha coinvolto nell’amministrazione entrante, e potrebbe affidargli un ruolo di pontiere con l’Iran, di cui l’imprenditore ha incontrato l’ambasciatore all’Onu nei mesi scorsi. Meloni pure.

La contropartita per ottenere il rilascio di Cecilia Sala deve essere il rilascio dell’ingegnere iraniano. Bastano le questioni di diritto, numerose,  come leva negoziale per tenere a bada gli Usa: se ne faranno una ragione.

Ma i politici sono esseri umani, e, più spesso che no, agiscono in maniera irrazionale. Meloni vuole restare in carica fino al 2027, ed essere l’interlocutore privilegiato di Trump in Europa la aiuterebbe non poco. Per questo non può permettersi di indispettirlo a inizio mandato.

Ma la strada che sta seguendo non è corretta, è contraria all’interesse nazionale. E rimarcarlo è compito della stampa. Altro che silenzio stampa, altro che “Lasciateci lavorare”:  quando Tajani piagnucola che l’Iran negozia a carte coperte, “mentre ogni nostra mossa finisce sui giornali”, ammette di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato. Della democrazia i giornali fanno parte. Per il resto, il governo faccia il suo lavoro.

Standard
cronaca

Perché è sbagliato pubblicare i nomi degli stupratori di Gisele Policot

Sono tanti gli organi di informazione internazionali (dalla BBC al New York Times al Guardian, compresi alcuni media italiani) ad aver pubblicato la lista e le biografie dei cinquanta uomini (o solo di alcuni) condannati per aver abusato di Gisele Pelicot. La donna francese, ha riconosciuto in primo grado una giuria di Avignone, sarebbe stata drogata e abusata inconsapevolemente per anni con la regia del marito Dominique.

Sarebbe stato proprio il consorte a reclutare gli uomini sul web. Secondo la corte, gli uomini – camionisti, dipendenti informatici, un giornalista, carpentieri – sarebbero stati consapevoli dello stato di incoscienza della donna. Persone che avresti potuto avere come vicini di casa, commentava la stampa transalpina.

Una vicenda che ha scosso il mondo, e non solo la Francia. La corte ha proceduto a effettuare i rilievi e ha preso una decisione meditata per il reato commesso da Dominique Pelicot e dagli altri cinquanta uomini. Il primo ha preso vent’anni, massimo della pena, gli altri condanne variabili. Ci sono dieci giorni per fare appello.

Eppure, se l’indignanzione per il reato è comprensibile, non capisco, e non giustifico, l’esposizione al pubblico ludibrio della lista dei nomi.

Tra le torture medievali c’era la gogna. Poi, fortunatamente, in Europa abbiamo avuto l’Illuminismo. Quindi, Cesare Beccaria. Quindi, la civiltà giuridica, che tanto ancora stenta se guardiamo alle nostre carceri.

Ecco: in questo contesto che ha superato la barbarie, le sentenze e le pene le comminano i tribunali.

Non le persone in piazza, men che meno i giornalisti, categoria che ha ben poco di cui vantarsi. E verso cui, mediamente, non nutro particolare stima per la supponenza e l’arroganza che ne caratterizzano buona parte.

Scrivere su internet i nomi dei condannati per reati sessuali – notoriamente puniti anche dal codice non scritto dei detenuti – è un orrore civile.

Sono pubblici, si dirà. Ma che si vadano a cercare alla fonte, obietto. E il diritto all’oblio? Il fatto che queste persone resteranno marchiate a vita, in spregio alla funzione rieducativa della pena? La legge del taglione, la vendetta sono concetti barbari, che meglio sarebbe restassero confinati nel passato.

E invece mi pare che la nostra civiltà sia sempre più plasmata dalla pubblica piazza dei social network e dei talent show, regno dei leoni da tastiera e dei polemisti di professione. Manca la calma, manca la riflessione. Manca l’autocritica. Che porta alla consapevolezza che si può sbagliare, si deve per questo pagare, e che poi, si può, si deve tornare alla vita. Perché lo diceva qualcuno un paio di millenni fa: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Standard