esteri, politica

Elezioni in Germania, la partecipazione all’83,5% alimenta la speranza contro i populismi?

Elezioni in Germania, vincono i conservatori della Cdu/Csu con il 28,5% delle schede. Non certo una sorpresa il secondo posto di Alternative für Deutschland, partito di estrema destra che al timone vede Alice Weidel. Afd, questa la sigla con cui è noto, duplica il consenso rispetto alla scorsa tornata elettorale

(che risale al 2021) e piazza un 20,8% che la rende una forza con cui il paese dovrà necessariamente fare i conti. Male la Spd (centrosinistra), il partito del cancelliere uscente, Olaf Scholz: 16,4% delle schede, per la peggior prestazione dalla fondazione della compagine, un secolo e mezzo fa. 

Quello che mi colpisce, anche più della prestazione di Afd (quasi inevitabile di questi tempi), è il dato sulla partecipazione: 83,5%, il più rilevante dalla riunificazione. In un momento di disaffezione alla politica, 8 eventi diritto su 10 si sono recati alle urne per dire la propria. E, considerato che il populismo e l’estrema destra allignano  tra chi fatica a tradurre le proprie sensazioni in una scelta politica, preferendo un generico rifiuto di tutto il sistema, mi pare un buon segnale. Se uno ce n’è. 

Standard
economia, esteri, media, politica, tech

Similarities

Zuckerberg reportedly asked Trump to block Eu fines on American tech companies. Here’s the reason of the last days’ repositioning on fact checking and diversity and inclusion policies: ingratiating Trump so to put pressure, not only in the Us , but abroad. These new – so to speak – tech oligarchs are getting closer and closer to power, just like their Russian colleagues. In doing so, they could obviously get burned by the flame – and, even in this respect , Russia has something to teach: the same man who can create your lucks can suddenly destroy you. And in the long run, that’s the most probable thing. But companies divide the reality in quarters.

There’s a third similarity to Russia. Or, to better say, with the old Soviet union. Trump is trying to extend America’s area of influence like the Ussr did in the 20th century with Eastern Europe and the Warsaw pact. Canada, Greenland, Panama. “It’s our national interest”, he says. Someone, a hundred years ago, coined an expression for this: “vital space “.

Europe is not a giant in strictly military terms (at all). But it is, actually , in an economic perspective, in regulations (think about the Ai act, the best legislation in the world on Ai), in culture. And it represents an alternative to the American way of living and doing business, not to mention to its perspective on the world. We have fundamentally experienced colonialism and had enough of it, at least in its “open” version, with tanks and soldiers.

Europe’s only strength to resist to these attacks is to deepen the ties between member countries: more integration between us, more autonomy from America in key strategic sectors. More cultural self consciousness. We represent an alternative to the US, a pacific one. No need to get engaged in Trump’s wars. But, nevertheless, we do have to need to stand firmly in front of these menaces.

Standard
esteri, politica

Tenere Musk fuori dalla politica

Cosa succede con il silenzio stampa sul caso di Cecilia Sala? Quello che è successo ieri. Giorgia Meloni ha chiesto un incontro a Trump, ottenuto pare grazie all’intercessione di Elon Musk, che di Meloni è sostenitore. “Lasciateci lavorare, fidatevi di me” aveva detto alla famiglia.  Qualche ora dopo l’agenzia di stampa economica Bloomberg batte la notizia che, nel corso della visita negli Stati Uniti,  la presidente si sarebbe impegnata con Space X, società di Elon Musk, per un miliardo e mezzo di dollari. L’azienda dovrebbe fornire sistemi di comunicazione militare all’Italia.

Mettere sistemi di comunicazione vitali nelle mani di Musk è la nemesi di ogni strategia di sicurezza nazionale. Musk è un oligarca, un cane sciolto che risponde solo a se stesso. In virtù di una ricchezza esorbitante e del possesso di un importante social network – oltre che  di una spregiudicatezza fuori dal comune – è in grado di condizionare le democrazie globali. Andrebbe tenuto lontano dalla politica. Invece Trump l’ha coinvolto nell’amministrazione entrante, e potrebbe affidargli un ruolo di pontiere con l’Iran, di cui l’imprenditore ha incontrato l’ambasciatore all’Onu nei mesi scorsi. Meloni pure.

La contropartita per ottenere il rilascio di Cecilia Sala deve essere il rilascio dell’ingegnere iraniano. Bastano le questioni di diritto, numerose,  come leva negoziale per tenere a bada gli Usa: se ne faranno una ragione.

Ma i politici sono esseri umani, e, più spesso che no, agiscono in maniera irrazionale. Meloni vuole restare in carica fino al 2027, ed essere l’interlocutore privilegiato di Trump in Europa la aiuterebbe non poco. Per questo non può permettersi di indispettirlo a inizio mandato.

Ma la strada che sta seguendo non è corretta, è contraria all’interesse nazionale. E rimarcarlo è compito della stampa. Altro che silenzio stampa, altro che “Lasciateci lavorare”:  quando Tajani piagnucola che l’Iran negozia a carte coperte, “mentre ogni nostra mossa finisce sui giornali”, ammette di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato. Della democrazia i giornali fanno parte. Per il resto, il governo faccia il suo lavoro.

Standard
cronaca

Perché è sbagliato pubblicare i nomi degli stupratori di Gisele Policot

Sono tanti gli organi di informazione internazionali (dalla BBC al New York Times al Guardian, compresi alcuni media italiani) ad aver pubblicato la lista e le biografie dei cinquanta uomini (o solo di alcuni) condannati per aver abusato di Gisele Pelicot. La donna francese, ha riconosciuto in primo grado una giuria di Avignone, sarebbe stata drogata e abusata inconsapevolemente per anni con la regia del marito Dominique.

Sarebbe stato proprio il consorte a reclutare gli uomini sul web. Secondo la corte, gli uomini – camionisti, dipendenti informatici, un giornalista, carpentieri – sarebbero stati consapevoli dello stato di incoscienza della donna. Persone che avresti potuto avere come vicini di casa, commentava la stampa transalpina.

Una vicenda che ha scosso il mondo, e non solo la Francia. La corte ha proceduto a effettuare i rilievi e ha preso una decisione meditata per il reato commesso da Dominique Pelicot e dagli altri cinquanta uomini. Il primo ha preso vent’anni, massimo della pena, gli altri condanne variabili. Ci sono dieci giorni per fare appello.

Eppure, se l’indignanzione per il reato è comprensibile, non capisco, e non giustifico, l’esposizione al pubblico ludibrio della lista dei nomi.

Tra le torture medievali c’era la gogna. Poi, fortunatamente, in Europa abbiamo avuto l’Illuminismo. Quindi, Cesare Beccaria. Quindi, la civiltà giuridica, che tanto ancora stenta se guardiamo alle nostre carceri.

Ecco: in questo contesto che ha superato la barbarie, le sentenze e le pene le comminano i tribunali.

Non le persone in piazza, men che meno i giornalisti, categoria che ha ben poco di cui vantarsi. E verso cui, mediamente, non nutro particolare stima per la supponenza e l’arroganza che ne caratterizzano buona parte.

Scrivere su internet i nomi dei condannati per reati sessuali – notoriamente puniti anche dal codice non scritto dei detenuti – è un orrore civile.

Sono pubblici, si dirà. Ma che si vadano a cercare alla fonte, obietto. E il diritto all’oblio? Il fatto che queste persone resteranno marchiate a vita, in spregio alla funzione rieducativa della pena? La legge del taglione, la vendetta sono concetti barbari, che meglio sarebbe restassero confinati nel passato.

E invece mi pare che la nostra civiltà sia sempre più plasmata dalla pubblica piazza dei social network e dei talent show, regno dei leoni da tastiera e dei polemisti di professione. Manca la calma, manca la riflessione. Manca l’autocritica. Che porta alla consapevolezza che si può sbagliare, si deve per questo pagare, e che poi, si può, si deve tornare alla vita. Perché lo diceva qualcuno un paio di millenni fa: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Standard
città, economia, tendenze

La Milano della solitudine

Servizio di Presa Diretta, da vedere. La Milano descritta è quella della solitudine, resa strutturale – letteralmente – dalle nuove tendenze immobiliari. Che separano le funzioni: casa con case, negozi con negozi, una scuola ogni tanto. Si rischia di meno, dicono gli esperti: lo sviluppatore (chi costruisce, cioè) non rischia il negozio fastidioso sotto i portici, men che meno chiassosi assembramenti. Metti la macchina in garage e sali con l’ascensore dritto fino a casa senza incontrare nessuno: lì ti aspetta Alexa, il metaverso o qualunque scemenza digitale prodotta in questi anni. C’è, però, il punto di ritiro per i pacchi: il commercio elettronico, così impersonale, è il perno dei nuovi aggregati come Cascina Merlata. Ogni tanto, come accaduto a Santa Giulia, si scopre che non hanno fatto le bonifiche e si abita sotto le scorie: e, a occhio e croce, c’è da aspettarsi altri casi, nei prossimi anni.

Ma la vita, osserva uno degli intervistati, sono proprio quegli incontri a volte indesiderati, quella fastidiosa mescolanza: evitarli è una scorciatoria per ridurre il dolore; ma, al contempo, rinunci alla gioia. Un Prozac di mattoni e vetro. Che funziona, aggiunge la docente Elena Granata, fino a che stai bene. Ti crei una bolla domestica in cui vivere connesso, e uscire (se si è fortunati) per gli happy hour, i weekend all’estero, le cinquantadue something week che caratterizzano la Milano degli ultimi anni.
Come sottolinea Manfredi Catella, patron di Coima, uno dei più grandi sviluppatori immobiliari italiani, ognuno fa il suo mestiere. E’ alla politica che spetta il compito di stabilire le regole, dice: gli affari, sintetizzo, restano affari. Catella è uno degli uomini più potenti in città: per influenza e relazioni stacca di gran lunga il sindaco del capoluogo lombardo. Con il vantaggio di non essere legato a nessuna famiglia politica, e poter, quindi, lavorare con tutti, indipendentemente dal colore.

Un amico mi diceva di vivere a Maciachini. Pensavo fosse un po’ fuori. “Guarda che tutta Milano è centro: fra qualche anno non ci sarà differenza, vedrai”. Non comprendevo. Poi sono passato in viale Isonzo, circonvallazione esterna, le colonne d’Ercole tra due mondi: l’inizio della fine. Una volta, forse. Dietro al vicino scalo di Porta Romana, dove sorgerà il Villaggio per le Olimpiadi invernali senza montagna dell’anno prossimo e che diventerà uno studentato una volta archiviato l’evento, vedo un capannello di ragazzi: l’italiano è una lingua staniera, quella ufficiale è l’inglese. Sono gli ospiti del primo edificio del complesso, riuniti nella pizzeria costruita lì sotto. Stessi vestiti, stessi profumi, stessi discorsi dei coetanei di Londra, Varsavia, Madrid. Stesse ambizioni (Ral, e beato chi non capisce l’acronimo): stesso retroterra economico (privilegiato) e culturale (in massima parte, figli di professionisti), che possono pagare 1.500 euro al mese per una stanza con bagno e cucinino, oltre alla retta delle università private più à la page. Era periferia, ed è stata inghiottita dal centro: a pochi passi c’è la Fondazione Prada, che, quanta lungimiranza, quindici anni fa investì nell’area, diventandone il perno. Più dietro viale Ortles, dove c’è un dormitorio per senzatetto, chissà per quanto. A quel punto ho capito. “Fanno il deserto, e la chiamano pace”: mi vengono in mente le parole di Tacito, un risuonare sinistro e senza tempo per una città che sta perdendo l’anima.

Standard
cultura

Se l’arte è (anche) politica

Edison Vieytes è un artista di Montevideo in Italia dal 1982. L’ho conosciuto su una spiaggia calabrese che frequento da molto tempo. Il caldo ci costringe a spogliarci degli abiti, e con essi, di buona parte dei nostri costrutti sociali. In costume, sulla battigia, si resta, più o meno, quello che siamo.

Presentati da un amico, ci siamo rapidamente piaciuti e trovati a parlare di Sudamerica, disuguaglianze, ambiente. Del ruolo dell’arte e della cultura in una società sempre più tecnica, parcellizzata, distante dall’essenziale. Il poeta- albatros (il pittore, nel suo caso) – guarda il mondo dall’alto, supera i confini tra le discipline, scova significati appannati dalla coltre di rumore.

Il mare, l’acqua, conciliano le chiacchiere. Mi ha raccontato delle praterie dell’Uruguay, dalle natura, della colonizzazione delle multinazionali. Di solito gli artisti hanno ego smisurati: non è il suo caso.

La Calabria, come tanti altri territori, sta sperimentando il cambiamento climatico. Fa più caldo, e più a lungo. L’erosione costiera è una realtà. Ma, tra i tanti problemi di questa terra, all’ambiente non spetta un posto. Compito dell’arte, allora, è riportarci all’essenza. Mentre scrivo queste righe, ho sul comodino, come tutti gli anni quando vengo qui,“L’utilità dell’inutile” (Bompiani), del compianto Nuccio Ordine, indimenticato studioso di Diamante (Cosenza), apprezzato un po’ ovunque e mancato troppo presto lo scorso anno.

Ordine, con penna leggera e senza mai trascendere nel giudizio pedante, insiste sull’importanza di non abbandonare l’arte e lo studio dei classici, di non cedere alla mera cultura della tecnica: a non lasciarsi, cioè, guidare solo da ciò che è utile, pur riconoscendone il valore. Le sue pagine, che ormai hanno oltre dieci anni, sono un appiglio solido in questi tempi di frenetico nonsenso. Uno dei pochi, e meritano di essere rilette.

Nelle foto:
Salvezza
@vieytesedison

Standard
politica

Perché inchieste come quella di Fanpage servono alla destra

L’inchiesta di Fanpage sulle propensioni fasciste (quando non proprio francamente razziste e naziste) di Gioventù nazionale, cantera di Fratelli d’Italia, ha il merito di aver scoperchiato la pentola. Ai limiti del consentito dall’etica giornalistica? Sì, e ci vuole il pelo sullo stomaco per infiltrarsi, conquistarsi la fiducia di altre persone, e poi tradirle. Lo si può fare per un fine che si ritiene superiore: politico (per rendere un servizio al Paese), oppure semplicemente narcisistico, componente che nel nostro lavoro esiste e non è secondaria. Per tutti, compreso chi scrive.

Più probabilmente ( come quasi sempre) si tratta di entrambe. Ma il giornalismo è tollerato – nonostante i noti limiti – perché, alla fine, serve alla società. È meglio averlo, e averlo in salute, rispetto al contrario.

Da questa storia, c’è da augurarsi, la destra italiana uscirà ripulita, migliore. Sarà chiaro, una volta di più, che non c’è posto per chi inneggia al razzismo, al nazismo, o a stagioni della storia nazionale in cui qualcuno si arrogava il diritto di decidere per tutti, in ogni aspetto della vita: non solo economico (quella sarebbe la destra), ma anche nel quotidiano. Si chiamano totalitarismi proprio per questo. Anche il comunismo – lo dico prevenendo la critica – appartiene alla stessa schiera.

Perché non è possibile ammettere propensioni verso il fascismo? Non è un’intollerabile intrusione nella libertà di pensiero privare qualcuno delle proprie idee? In fondo, la cessione di una certa quota di libertà individuale è funzionale alla vita sociale: non si può organizzare una società lasciando ognuno libero di fare tutto ciò che vuole, e contando sulla sua capacità di regolarsi autonomamente. Non è possibile – se non nei sogni di qualche militante – fare a meno di un governo. Ma l’esecutivo (pur necessario perché una società prosperi in maniera armonica) deve aver cura di non essere troppo rigido, invasivo, dirigista.

E’ facile comprendere come nei momenti di confusione come quello che attravrsiamo la tentazione autoritaria e messianica guadagni fascino. Sosteneva Freud che “l’umanità ha sempre scambiato un po’ di libertà con un po’ di sicurezza”, e c’è chi offre questa preziosa merce a prezzi di saldo.

Ma la visione di chi, in nome della seconda, sacrifica la prima appartiene all’infanzia delle società. Oggi disponiamo di tutti gli strumenti culturali per gestire la complessità crescente che ci troviamo a fronteggiare senza cedere alla tentazione di accontentarci di risposte semplici, di un deus ex machina in grado di risolvere pronblemi che richiedono responsabilità e sforzo. Le classi dirigenti sono un buon compromesso. E qui no, non siamo tutti uguali: uno non vale uno, se devi guidare un Paese. A patto, però, che queste elite siano illuminate, propense al bene comune, e non portabandiera dei valori di una sola nicchia a scapito di tutte le altre.

Immagino che la destra italiana uscirà più forte da questa storia, avendo fatto, una volta di più, i conti con il proprio passato e la propensione all’uomo (o donna) forte. Processo lungo, ma che altrove non hanno ancora affrontato. Probabilmente alla Francia toccherà lo stesso destino.

Standard
città

Ripensare le città: un’intervista a Carlos Moreno

Può capitare che si organizzi un’intervista, e che per qualche motivo non esca. Può capitare anche che ce la si dimentichi in una cartella del pc. Mi è accaduto – mea culpa – con Carlos Moreno, il teorico della città dei quindici minuti, di gran moda a livello globale e con cui avevo parlato un annetto fa durante la presentazione del progetto del nuovo piazzale Loreto, di cui è sponsor. La riporto qui. Cerniera tra centro e periferia, piazzale Loreto, uno dei luoghi più transitati del capoluogo lombardo, sarà completamente ridisegnato. Spariranno o quasi le auto; appariranno pedoni, alberi e negozi.
Tutto bene? Non proprio. In una città dai valori immobiliari impazziti come la Milano di oggi, un progetto del genere allarga la portata della bolla, espellendo residenti e storici negozianti per far posto a chi può permettersi di reggere il passo. E’ già accaduto nella vicina NoLo (nuovo nome con cui si è chiamata una delle strade più scalcagnate di Milano e la si è resa appetibile); sta avvenendo a Porta Romana e in molti altri quartieri. Il fatto è che una città è un organismo per propria natura imperfetto; cercare la perfezione genera mostri. Vendibili, forse, ma inabitabili. E non sempre i cittadini sono d’accordo. Ecco il pezzo.

Lei è il teorico della città dei quindici minuti, modello applicato in diverse metropoli mondiali. Per esempio, la Parigi di Anna Hidalgo. Come sintetizza il suo pensiero?

Se dovessimo riassumerlo,  potremmo dire che l’obiettivo è definire una città policentrica, decentralizzata, dotata di molti servizi differenti, con una forte riduzione delle distanze. Una città che sviluppi infrastrutture dalla destinazione d’uso plurima. E ultimo, ma non per importanza, una città in grado di sviluppare nuovi modelli economici, per dar luogo a un’economia locale più vibrante, occupazione locale, minore uso delle materie prime.

Da dove, da cosa ha tratto ispirazione?

Da molti pensatori, ma la mia maggior fonte di ispirazione è stata Jane Jacobs, attivista e scrittrice nordamericana, che ha sviluppato il concept della “living city” . Ma non solo: ci sono il new urbanism, il new pedestrianism. In Italia avete la grande scuola di Aldo Rossi. Ho proposto un nuovo paradigma nel punto di convergenza tra le idee di molti pensatori e doers, per attualizzarle al ventunesimo secolo. Un tempo di grandissima urbanizzazione, segnato dalla crisi climatica e da altre come il covid e la guerra.

La pandemia ha fermato il mondo per mesi, costringendoci a ripensare le nostre abitudini. Quanto ha cambiato il covid la prospettiva dei sindaci?

Si è trattato di un crisi molto profonda, ma anche di una grande opportunità per trasformare il modo in cui lavoriamo. Innanzitutto, invece di continuare con lunghe ore di pendolarismo molte persone hanno imparato a lavorare in maniera diversa con la ibridazione tra presenza fisica e attività in remoto. Il secondo punto è che le persone, specialmente tra i venti e i quarant’anni, hanno scoperto il “tempo utile”, cioè la possibilità di avere tempo a disposizione per attività personali, familiari, sociali. E’ una conseguenza del nuovo modo di lavorare: se la gente ha la possibilità di ridurre i lunghi tragitti da pendolare, questo tempo in più  offre finestre per sviluppare nuove attività sociali e amicali. Terzo, con il covid molti hanno scoperto nuove risorse di prossimità: aree verdi , negozi locali, attività culturali e sportive: risorse che si trovano già nello spazio urbano e sono vicine a noi.

Ci sono già molte città in cui le sue teorie sono state applicate: quali sono?

Ne abbiamo tante, in effetti, sparse per il mondo. La novità è l’impegno del C40, di cui fanno parte Roma e Milano. A Milano, il sindaco Sala è totalmente coinvolto. La campagna elettorale per la sua rielezione è stata basata sulla città dei 15 minuti; Roma è nella stessa situazione. Anche in Europa gli esempi non mancano: Lisbona, Barcellona, la nazione scozzese – non solo una città, ma tutta una regione – . Recentemente non solo Parigi, ma tutta la regione dell’Ile de France ha abbracciato questo concept. E poi Buenos Aires, Bogotà, Portland, Cleveland,  Seattle,  Seul, Susa (tra le più grandi città della Tunisia). In Senegal, la capitale Dakar e in Polonia persino molte zone rurali.

Con la pandemia è cambiato il modo di percepire le città,. Ma gli effetti non hanno solo segno positivo.  A volte, migliorando la città l’effetto è espellere certe fasce della popolazione. Milano probabilmente sta commettendo questo errore. Che ne pensa?

Dobbiamo sviluppare il concept della città dei 15 minuti con l’idea di ribilanciare le città. Alcune dinamiche si ripropongono simili in tutti i continenti: una gentrification forte e importante, una frammentazione, una zonizzazione. Con la città dei 15 minuti vogliamo proporre una nuova politica urbana, per arrivare a un nuovo processo decisionale e a un ribilanciamento verso una città policentrica. Ognuno di questi nuovi poli deve offrire servizi culturali, negozi, sport e rigenerare l’occupazione locale. Per quanto riguarda l’housing, dobbiamo promuovere policy per avere social housing e limitare i prezzi di affitti e appartamenti.

Insomma, questo concept deve essere accompagnato da policy sociali.

Con l’esperienza che abbiamo oggi, è molto chiaro che dobbiamo mixare l’housing per la classe media con quello di alto livello. La chiave di volta per implementare con successo la città dei 15 minuti è il mix massivo di categorie sociali e funzionalità. E’ possibile se ci diamo l’obiettivo di creare un percorso che conduca a un ecosistema pubblico-privato. Dobbiamo creare queste alleanze per generare nuovi modelli di business, e sviluppare questa coesistenza.

Il processo di ridefinizione di una città nell’ottica dei quindici minuti può essere vissuto dalla popolazione come top-down: il sindaco decide, la popolazione esegue. Ci sono altri approcci più partecipativi che sostengono, invece, che sia necessario ascoltare di più la voce dei residenti. Per esempio, ci sono esperimenti in Svezia al riguardo. Che ne pensa?

Dopo anni di lavoro con tanti sindaci e associazioni civiche posso dire che non c’è una ricetta valida per tutti: [ridisegnare una città] è un processo di lungo termine il cui punto cruciale è combinare tutti gli elementi in maniera ottimale. Per seguire questa traiettoria, abbiamo senz’altro bisogno di un forte impegno dei sindaci a sviluppare nuove policy urbane, ma allo stesso tempo è necessario sviluppare un impegno rilevante da parte dei cittadini. Un grande esempio è proprio qui a Milano con la community Loreto 2026. Oggi c’è una rotonda completamente dedicata alle macchine, che potremo definire un attrattore di ingorghi. Molti passano un sacco di tempo in auto, eppure si rifiutano di abbandonarla. Per cambiare, dobbiamo creare accettabilità sociale: questa è la grande domanda per me, perché questa trasformazione coinvolge un sacco di persone differenti. Dobbiamo combinare le decisioni strategiche degli amministratore con la partecipazione. Col mio gruppo di lavoro all’università abbiamo sviluppato un nuovo tool che si chiama Proximity Fresk, un gioco materiale per sviluppare la partecipazione dei cittadini: prendono una mappa del territorio, cominciano a ragionarci, e si chiedono quali sono gli ostacoli che impediscono la trasformazione. Dobbiamo combinare visione strategica e partecipazione, e per questo occorre creare nuovi strumenti.

Come può aiutare la tecnologia?

Può aiutare a visualizzare i differenti stadi del progetto, per esempio a far vedere come diventerà l’area su cui oggi sorge la rotonda di piazzale Loreto dopo la trasformazione. Ci saranno fasi molto dure per gli abitanti durante i lavori: i trasporti saranno disturbati per più di un anno, per esempio. Le tecnologie potranno servire per spiegare quello che accade e monitorare, e avere in questo modo un ruolo pedagogico.

Standard
ambiente

Vince Eni: per il Consiglio di Stato il diesel può essere “green”

Il Consiglio di Stato ha deciso: è possibile definire “green” anche un carburante. Il caso riguarda Eni, multinazionale italiana dell’oil and gas; la comunicazione della sentenza è arrivata l’altro giorno dopo una vicenda durata quattro anni, ed è stata accolta “con sodisfazione” dal cane a sei zampe.

La suprema corte amministrativa, afferma l’azienda, “ha accertato che nessuna pratica commerciale scorretta è stata messa in atto da Eni ai danni dei consumatori, e che gli addebiti a suo tempo mossi dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e il Mercato) sono da ritenersi infondati, disconoscendo il principio secondo cui termini quali ‘green’ e simili non possono mai essere associati a prodotti considerati, per loro natura, “non a impatto zero. Del resto, alle stazioni di rifornimento abbiamo da decenni la benzina “verde”. O no?

Così prosegue la multinazionale, che ultimamente appare come sponsor anche in Festival culturali come quello della letteratura di Mantova, in una nota diffusa a margine:

“Il Consiglio di Stato ha integralmente accolto il ricorso di Eni nel procedimento con il quale la società era stata condannata al pagamento di una sanzione di 5 milioni di euro. L’AGCM nel 2020 aveva contestato la valorizzazione in termini di beneficio ambientale della componente green costituita dalla percentuale di HVO (biocarburante idrogenato) miscelata nel diesel. Con la sentenza del Consiglio di Stato si chiude una vicenda che ha causato a Eni un rilevante danno economico nonché reputazionale, avvalorando ingiuste accuse di ‘greenwashing’ che ora si rivelano totalmente infondate“.

In realtà, la “benzina verde” cui siamo abituati è un reliquato degli anni Ottanta, quando era necessaria per utilizzare le prime marmitte catalitiche e distinguerla da quella classica, che di conseguenza prese a essere chiamata colloquialmente”rossa”.

Quasi mezzo secolo dopo, pare proprio che si tratti di una distinzione superata. E che sia, piuttosto, un grosso regalo alle società che estraggono idrocarburi.

Il fatto è che è acclarato dalla scienza che il riscaldamento globale cui stiamo assistendo è di origine antropica: e, per dirla in parole povere, non è il caso di alimentare dubbi al riguardo, accostando colorazioni e aggettivi che richiamano la sostenibilità ai combustibili fossili.

Ma, secondo il Consiglio di Stato, le cose non stanno così: “Non può dubitarsi – scrivono i magistrati – in linea di principio, della legittimità dell’impiego di claim ‘green’ anche in relazione a prodotti (come nel caso di specie un carburante diesel) che sono (e restano) in certa misura inquinanti ma che presentano, rispetto ad altri, un minore impatto sull’ambiente”. Insomma, liberi tutti. Eppure, cinque milioni sono una sanzione minuscola per i bilanci di Eni. E quanto alle accuse di greenwashing, si è già detto che sempre più spesso si vede l’azienda presenziare a eventi culturali di grande prestigio. Forse i magistrati intendevano suggerire che sarebbe più appropriato parlare di bookwashing.

Secondo il Guardian, negli ultimi sette anni l’80% delle emissioni carboniche è stato prodotto da sole 57 aziende globali, tra cui l’Eni. Il conteggio(effettuato dagli scienziati di Carbon major database, che tengono un archivio specializzato) è stato avviato nel 2016, all’indomani dell’accordo di Parigi sul clima. Petrolio, gas, cemento: alcune sono private, altre controllate dagli Stati o a capitale misto. E la quota di quelle in cui sono proprio i governi a investire (come il gigante italiano) è aumentata nel tempo, impennandosi tra il 2000 e il 2010 (all’indomani del protocollo di Kyoto) e, ancora, dopo il 2016.

Invece di diminuirla, dice Carbon Major, la maggior parte delle società ha espanso la produzione dopo l’accordo firmato nella capitale francese a metà del decennio passato, quello che ha segnato una svolta nelle politiche climatiche.

E intanto, mentre estraggono, raffinano e vendono carburanti “green”, le multinazionali del fossile provano a spostare il baricentro della responsabilità sui consumatoti. Così scrivono Greenpeace e ReCommon:

Nel 2004, racconta il giornalista Mark Kaufman su Mashable, la multinazionale britannica BP – attiva nel settore dell’oil&gas – promosse uno strumento di comunicazione che ha (purtroppo) avuto nel tempo uno straordinario successo. L’azienda, spiega Kaufman nella sua inchiesta, presentò in quell’anno ‘il suo ‘calcolatore dell’impronta di carbonio’, in modo che si potesse valutare come la normale vita quotidiana – andare al lavoro, comprare cibo e viaggiare – sia in gran parte responsabile per riscaldamento del pianeta’.”

In pratica, si è cominciato a cercare deliberatamente di convincere il cittadino che modificando il proprio stile di vita, per esempio usando i mezzi pubblici qualche volta in più, avrebbe dato un contributo decisivo a salvare il pianeta in fiamme. In parte è senz’altro vero; ma i tempi sono biblici, e non è quello di cui abbiamo bisogno. Non solo.

Diversi studi dimostrano che le simpatie ecologiste dei consumatori raramente si traducono in comportamenti di acquisto coerenti: la situazione pare stia migliorando, ma non c’è corrispondenza netta: in pratica, davanti al carrello della spesa o alla vacanza low cost dall’altra parte del mondo, siamo molto meno ecologisti di quanto ci piaccia credere. Inconsciamente, ci dimentichiamo dei nostri convincimenti. Su questa divergenza qualcuno ha anche costruito delle app, vendute ad aziende che vogliono rifarsi il belletto. Ma sono dettagli, e in fondo è business.

Sono le imprese, ed è qui il punto, ad avere la responsabilità di cambiare i propri modelli di business per trovarne di più sostenibili. Guidate come sono da consigli di amministrazione esperti, hanno gli strumenti per la transizione; invece, spingono al massimo finché è possibile, perché hanno compreso che il vento sta davvero cambiando.

lIl dibattito (anche quello, se mi perdondate la battuta) è inquinato. Non aiuta la poca chiarezza da parte dei policymaker. Come raccontavo su Wired, la Corte dei Conti europea ha recentemente bastonato i politici di destra e sinistra per le banalità – quando non proprio frottole – che raccontano agli elettori sul clima. Per esempio, il passaggio alla mobilità elettrica fosse a costo zero (dimenticano le infrastrutture necessarie e non ancora pronte, i costi ambientali dell’estrazione e molto altro, come l’indotto dell’auto a motore endotermico, fondamentale per tante persone); ma anche il fatto che i test sulle vetture elettriche sono condotti male. Quasi un electric gate,  per chi ricorda il tragicomico Dieselgate della Volkswagen, con le centraline taroccate perché le auto performassero meglio in termini di emissioni quando si accorgevano di essere sui banchi delle officine di valutazione.

A condire quest’insalata amara ci si mette, da par suo, il simpatico meloniano Pietro Fiocchi, erede dell’omonima famiglia di produttori di cartucce da caccia. Fiocchi ha riempito Milano di gigantografie sponsorizzando la propria candidatura al Parlamento europeo, e, nel farlo, se la prende con l’attivista Greta: “Miss Thunberg, go back to school” dice con aria da maestro e tanto di occhiali. Non avendo spiegato cosa intende fare in alternativa rispetto a chi ha avuto il merito di rendere comprensibile la crisi del clima, il consiglio che viene da dargli è che si metta a studiare lui.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Standard
cronaca, esteri

Ilaria Salis, se la rabbia non basta

Sul caso di Ilaria Salis resto ottimista. A patto di abbassare i toni. All’attivista monzese, che ieri è apparsa nuovamente in udienza in catene, sono stati negati i domiciliari in Ungheria. In che modo, dunque, se ne può dare una lettura positiva?

Ripercorrendo la vicenda e l’eco mediatica che l’ha – giustamente – circondata, anche se i detenuti italiani all’estero sono oltre duemila.

Quando, a gennaio, il caso è montato, a occuparsene sono state le opposizioni, a cominciare da Ilaria Cucchi. Altri hanno seguito, come Lia Quartapelle, Ivan Scalfarotto. Ma era veramente un caso solo della sinistra? No, e fu chi scrive ad andarlo a chiedere – per primo – ai parlamentari di maggioranza, tra cui la presidente leghista della commissione Diritti Umani del Senato Stefania Pucciarelli. Qualche giorno dopo, l’esecutivo incontrava la famiglia della detenuta. Poi ci fu la prima apparizione in aula, in ceppi.

Da quel momento, e per un paio di settimane, i fatti hanno preso una piega incontrollabile. Interviste, incontri, servizi di carta stampata, web e televisioni, la girandola degli inviati il cui numero cresceva di giorno in giorno. Il ministro degli Esteri Tajani incontrò l’omologo ungherese sul caso; persino la presidente del Consiglio Meloni ne parlò con il premier magiaro Orban.

In quei quindici, concitati giorni si è superata più di una linea rossa.

Dalla notte dei tempi, potenze piccole e medie usano i prigionieri come arma per ritagliarsi un ruolo da protagoniste sulla scena internazionale nei confronti di attori più quotati. Successe anche all’Italia, coi marò (che però avevano ammazzato due pescatori in India credendoli pirati) e con Cesare Battisti (in Brasile). Corre l’obbligo di ricordare che sul Cermis Roma chinò il capo senza fiatare consegnando gli accusati agli americani, ma questa è un’altra storia.

La diplomazia è stata inventata, per così dire, al fine di evitare che a parlarsi fossero le parti, troppo coinvolte e per questo accalorate. Non nascondiamoci dietro a un dito: le anticamere dei palazzi del potere sono il regno dell’ipocrisia, popolati come sono da uomini costretti a passare la vita ripetendo cose che spesso non pensano. Non sarà bello: però serve. Come sturare le fogne. L’alternativa, da Gaza all’Ucraina, è la guerra.

Arrivare praticamente a delegittimare la magistratura ungherese, come il governo tricolore tirato per la giacchetta dall’opinione pubblica ha dato l’impressione di fare a febbraio, non è stata una buona idea. Un conto sono le proteste di piazza; un altro è ciò che a rappresentanti dell’esecutivo è concesso di fare in casi del genere.

Non si fa un favore a Ilaria Salis politicizzando il suo caso per attaccare il governo, o strumentalizzandolo per rivendicare un presunto diritto all’antifascismo a ogni costo.

La si aiuta, piuttosto, tenendo viva la fiammella con i post sui social media, la raccolta di firme, le fiaccolate, le iniziative.

Spesso i processi di questo tipo si risolvono con una condanna, e una misura di grazia. Non  è detto che vada così, ma è una ipotesi, corroborata da svariati episodi noti nella galassia antagonista internazionale. Si vuole piegare il militante al cospetto dei compagni e del mondo.

E’ chiaro che, per chi si aspettava una risoluzione rapida, la giornata di ieri non può essere soddisfacente. Ma ricordiamoci che, all’inizio, l’ipotesi di chiedere i domiciliari in Ungheria (per poi averli in Italia) non era stata nemmeno presa in considerazione da difesa e famiglia; e quando, di fronte al secco no magiaro, si è addivenuti finalmente a questa risoluzione, è parsa la concessione che si fa al matto che pretende di avere ragione.

Le autocrazie (cioè le dittature moderate) vivono di immagine, rappresentanza, idoli: di brav’uomini soli al comando non ce n’è. Meno di tutto, bisogna attaccare il simulacro del leader, la sua capacità di guidare il Paese. Chiede un sacrificio in termini di libertà al popolo: la ricompensa è la sensazione di sicurezza che fornisce. “L’umanità ha sempre scambiato un po’ di libertà per un po’ di sicurezza” sintetizzava Freud. Tantopiù in un mondo confuso come quello di oggi, che passa di crisi in crisi.

Se si prende per il naso il governo, il giochino finisce. Questo lo sa bene Orban, lo sanno bene i diplomatici, ma se lo sono scordati in tanti. I cittadini non erano tenuti a conoscere queste prassi; chi regge un Paese, però, sì.

Il mondo, come sempre, non è bianco o nero. Lasciare intendere “con noi o contro” serve a fare proseliti, non a risolvere i problemi. Mi auguro che, da qui a maggio (quando è calendarizzata la prossima udienza) chi è interessato alla sorte di Ilaria Salis manifesti il proprio sostegno in maniera costante, ma composta. E che anche la famiglia riesca a trovare una lettura coerente nell’impegno a sostegno della figlia, ma fiduciosa. Anche perché quando Ilaria tornerà a casa, ed è sicuro che tornerà, avrà una vita davanti, e la partita più difficile resterà trasformare il male di questi anni in bene. Per se stessa. E per gli altri che non hanno la sua forza.

Standard