brexit, politica

Brexit, l’UE approva il testo dell’accordo. Ecco cosa succede ora.

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Diciotto mesi per scriverlo, solo 38 minuti per approvarlo. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno firmato la bozza di accordo su Brexit domenica mattina, in un summit-lampo a Bruxelles. Ora che il compromesso è stato approvato dai governi, si tratta di “venderlo” al Parlamento britannico.

Non è un caso che i media locali usino proprio questo verbo: per Theresa May si tratta del “miglior accordo possibile”, ma il testo soddisfa pochi, e il rischio è che Westminster respinga la bozza, oltre cinquecento pagine accompagnate da un documento politico di una ventina di cartelle sul futuro delle relazioni tra l’isola e il continente.

Bruxelles ha fatto capire che non c’è possibilità di brandire un rifiuto come clava per spuntare condizioni migliori. I timori della vigilia – le riserve della Francia sulla pesca, e della Spagna su Gibilterra – sono stati superati dall’atteggiamento compatto dei Ventisette.

COSA ACCADE ORA? –  Se i deputati approveranno, il 29 marzo 2019  comincerà il periodo di transizione, che terminerà a dicembre 2020. Dal 2021, a cinque anni di distanza dal referendum, il Regno Unito sarà fuori.

Le riserve nel Parlamento britannico vengono dai laburisti, che sperano di far cadere il governo May e insediare  il leader Jeremy Corbin dopo nuove elezioni –, e dai deputati nordirlandesi, a cui l’esecutivo è appeso,  e che temono una frontiera “dura”con l’EIRE. Ma c’è anche una fronda di Conservatori, piuttosto agguerrita e capeggiata dall’ex ministro Boris Johnson.

 

La decisione del Parlamento londines è attesa per una data compresa tra il 10 e il 12 dicembre. La premier partirà nelle prossime ore per un tour di due settimane:  girerà il paese per spiegare che non si poteva fare meglio e che il Regno Unito ha riguadagnato il controllo dell’immigrazione, tema caro ai Leavers. In una lettera inviata alla nazione, May sottolinea come la libertà di movimento sia finita “una volta per tutte”:  “invece di un sistema di immigrazione basato sulla provenienza geografica – scrive –  ne avremo un altro basato sulle abilità e il talento che una persona porta in dote al paese”.

Dal punto di vista economico, la missiva  ricorda che con l’uscita si risparmierà molto denaro pubblico, pronto per essere reinvestito in progetti di lungo termine come ad esempio quello relativo all’NHS, il martoriato sistema sanitario britannico.

Ma dietro le quinte si lavora a un piano B per evitare il peggio in caso di rifiuto: secondo il Telegraph, nelle stanze del governo si pensa a un accordo alternativo che ricalchi il modello norvegese. Il paese nordico non fa parte nell’Europa politica, ma è nello Spazio economico europeo. La Norvegia, però, non partecipa ai tavoli dove le regole vengono decise. Se così fosse, e fatta la tara alla demagogia, sarebbe stato forse meglio restare nell’Unione, con le ampie libertà che un’Europa traballante aveva, da sempre, garantito al Regno Unito.

@apiemontese

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politica

Controesodo, incentivi anche per chi non ha una laurea. Il ddl alla Camera

Questo articolo è uscito sul magazine Londra, italia.

C’era un’epoca, circa vent’anni fa, in cui l’Erasmus era considerato una perdita di tempo, una sorta di vacanza studio a spese dei genitori a base di feste e party ad alto tasso alcolico. I docenti avevano capito bene: era esattamente così. Ma quelle vecchie cariatidi  di facoltà – nel ’68 si sarebbe detto “matusa” -, rinchiusi nei propri studi spesso inaccessibili,  non avevano compreso una cosa: i mesi spesi tra una festa e l’altra, dormendo tre ore a notte e frequentando lezioni come zombie avrebbero  lasciato un’eredità importante: la capacità di parlare le lingue, di apprezzare con culture diverse, l’autonomia – per chi non viveva già da solo. Era nata la prima generazione di europei. Complice il boom dei voli low-cost, nel giro di qualche anno, all’alba del millennio, non era più strano avere la fidanzata a Parigi o andare a trovare gli amici per un weekend in Spagna. Con buona pace di mamma e papà.

Il problema è che molti di quei giovani all’estero ci sono tornati. Per restarci. Li chiamano “talenti”, e sarebbero una risorsa importante per il paese che li ha formati, cresciuti e poi visti volare via. Circa due milioni di italiani hanno lasciato la Penisola negli ultimi dieci anni, duecentomila ogni dodici mesi, e i dati censiscono solo gli iscritti all’AIRE.

Ma esiste una quota importante di sommerso, persone che, per un motivo o per l’altro non hanno mai fatto questo passo, creandosi, tra l’altro, problemi con il fisco. C’è chi ha preferito restare in incognito per pagare meno tasse, ma anche chi, semplicemente, non voleva perdere il medico di base, come ha rivelato un’indagine di Gruppo Controesodo, community destinata a chi vuole tornare sui propri passi, ma aspetta l’occasione buona per farlo.

LEGGE BIPARTISAN – Per fermare l’emorragia, il Governo è intervenuto con una legge bipartisan già nel 2010, promettendo incentivi e sgravi fiscali per i lavoratori altamente qualificati che facevano rientro in Italia: la cosiddetta legge sul Controesodo, che, peraltro, ha avuto un’applicazione poco costante.

La 238/10 – questa la denominazione ufficiale – abrogata per due anni, è stata poi ripristinata nel 2015. In questi giorni è in corsia alla Camera una proposta a cura del giovane deputato PD Massimo Ungaro che mira a rivederne alcuni articoli, e ad armonizzare le stratificazioni che col tempo si sono accumulate.

Il progetto è dare un incentivo a tutti coloro che vogliono tornare ma non ne vedono ancora le condizioni, – spiega Ungaro a Londra, Italia – anche a chi non ha una laurea. La migrazione in passato serviva ad alleggerire la pressione demografica, ma, con i tassi di natalità ai minimi e le risorse migliori che se ne vanno, un incentivo è necessario”.

Tra i punti chiave della proposta, una sanatoria per chi si è “dimenticato” di iscriversi all’AIRE. La proposta di legge è stata presentata a metà ottobre, ed è in attesa di essere calendarizzata.

Basta una legge? Forse no. “Lo Stato deve fornire un ecosistema” ammette lo stesso Ungaro, expat da dieci anni. Difficile pensare a un controesodo se il contesto nazionale continuerà ad essere caratterizzato da burocrazia e corruzione, mali atavici che a chi ha vissuto altrove pesano anche di più. E il profumo del basilico, adagiato fresco sopra a un piatto di pasta, spesso non basta a dimenticare l’amaro del rientro.

@apiemontese

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cinema, musica

A star is born, Bradley Cooper fa centro al debutto come regista

A star in born, è nata una stella. Bradley Cooper sceglie questo soggetto per cimentarsi, per la prima volta, dietro alla macchina da presa. La versione originale è degli anni Trenta, un remake data 1954 e un secondo risale al 1976 (la parte femminile andò a Barbra Streisand). Ora è il turno dell’attore di Filadelfia.

La storia è quella di Jackson Maine, rocker maledetto e di successo, che incontra una cameriera, talento inespresso, voce e melodie da brividi ma ingaggi solo in bar di quart’ordine. I due si sfiorano di notte dopo un concerto. Lui la corteggia e la spinge a provarci sul serio con la musica; lei, inaspettatamente, ce la fa. Il film è il racconto dell’ascesa di Ally, interpretata da Lady Gaga, e del declino di Jack.

Avrebbe potuto essere una commedia sdolcinata, di quelle alla Jennifer Lopez. Invece Cooper, regista e attore protagonista, racconta il vissuto drammatico di un uomo schiavo dell’alcol, perennemente in lotta con i propri demoni, incapace di badare a se stesso. Un uomo che ha avuto tutto, ma vive affacciato su un abisso.

Film intenso, che emoziona, girato benissimo, con due attori protagonisti espressivi ed affiatati. Cooper è così bravo a recitare la parte del rocker maledetto che sembra nella vita non abbia fatto altro che bere, suonare e tirare coca. Lady Gaga dimostra di sapere recitare in maniera convincente. Fotografia alla Sorrentino – alcune scene sono di una delicatezza rara -, colonna sonora da urlo. Il contrasto tra l’artista con un’anima e quello da X Factor. Da vedere al cinema.

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internet

Digital tax: Amazon, Google e i giganti del web nel mirino del fisco UK

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine StartupItalia!.

Una digital services tax sui proventi realizzati dai giganti del web, a partire da Amazon e Google. “Austerity is coming to an end”, l’austerità sta per finire, ha detto il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond (l’equivalente del nostro Ministro delle Finanze)  di fronte al Parlamento a Westminster. L’occasione è stata la presentazione del budget 2018, che potremmo definire un bilancio di previsione, il documento programmatico con cui Downing Street pianifica come spendere il denaro pubblico.

E tra tante concessioni (20 miliardi di sterline all’NHS, il sistema sanitario pubblico che soffre una cronica mancanza di fondi, stanziamenti per un nuovo piano case, revisione delle soglie di tassazione e aumento del minimum wage, il salario minimo che riguarda moltissimi lavoratori, tra cui tanti italiani) spunta la batosta per i tech giant.

Un freno alla crescita? I timori dell’ecosistema

Nei piani del governo c’è una tassazione al 2% dei proventi, che porterà nelle casse pubbliche circa 400 milioni di sterline l’anno, più o meno l’equivalente dei fondi che verranno stanziati per le scuole. Il titolo potrebbe essere “Amazon e Google pagano le scuole britanniche”, e non sarebbe male; ma la notizia ha scosso l’ambiente. Non tanto per la consistenza della tassazione (una goccia nel mare dei profitti), quanto perché si crea un precedente pericoloso in un settore fino ad oggi poco normato.

Dom Hallas, della Coalition for a Digital Economy, ha messo sull’attenti il Governo qualche giorno fa, appena saputo delle intenzioni: “A perderci davvero non saranno i giganti della tecnologia, ma le aziende inglesi in fase di  crescita che hanno il loro business nel tech e gli stessi imprenditori” aveva dichiarato al Telegraph. “Le grandi companies che Hammond ha messo nel mirino sono ben attrezzate per fronteggiare un aumento del carico fiscale. Il vero costo colpirà le imprese innovative inglesi, quelle che cominciano l’attività nei confini nazionali per espandersi, poi, nel mondo”.

Insomma, il governo di destra di Theresa May fa una cosa di sinistra e si mette contro lo strapotere delle società che si spartiscono il grosso dei profitti web. Tra l’altro, mentre l’Europa nicchia, e si sa che i tempi di Bruxelles possono essere biblici. Se del caso,  “la Gran Bretagna andrà avanti da sola” ha dichiarato Hammond, ammettendo, però, che un approccio multinazionale sarebbe la soluzione migliore e che, qualora arrivasse una decisione del G20, il suo paese potrebbe considerare di adeguarvisi.

Chi riguarda davvero la Digital tax in UK

Il Cancelliere risponde ai timori dell’ecosistema spiegando che la misura è stata studiata per colpire i giganti della Rete e non i consumatori o le piccole aziende. “Verificheremo i dettagli per assicurarci di colpire nel segno, e che il Regno Unito continui ad essere il posto migliore per start up e scale up” ha rassicurato. La tassa dovrebbe entrare in vigore ad aprile 2020 e, stando a quanto si apprende, riguarderà le società con ricavi annui globali per almeno 500 milioni di sterline. Chi entrerà nel mirino del fisco? Praticamente tutti: motori di ricerca, piattaforme social e marketplace online. L’imposta, precisa il ministero, non vuole colpire i beni venduti online, ma solo i profitti generati dai servizi  di intermediazione. I primi 25 milioni di sterline fatturati in UK non rientreranno nell’imponibile, escludendo così le società giovani. E, soprattutto, il principio è: tassare chi guadagna lavorando con utenti che risiedono nel Regno Unito, non l’attività digitale in sé.

La mossa segue l’onda di indignazione che monta un po’ ovunque contro i giganti del web. Secondo quanto riportato dal quotidiano economico Bloomberg, Amazon UK Services (il ramo che fornisce servizi business alle imprese) ha ascritto a bilancio ricavi per 1,98 miliardi di sterline nel 2017; la corporate tax versata, però, è passata dai 7.4 milioni di pound dell’anno precedente a 4,46 mln. “Paghiamo tutte le tasse che il Regno Unito e i paesi in cui operiamo richiedono” ha affermato un portavoce della società. Basse o alte che siano; come dire, non è colpa nostra.  Sempre secondo Bloomberg, Amazon.com Inc UK – la “casa madre” in UK della società di Jeff Bezos –  ha visto il conto della corporate tax ridotto del 40% nel 2017, a fronte di ricavi triplicati. Chiaro come questo possa non piacere.

La digital tax che potrebbe chiudere un’epoca

La presa di coscienza dei mega profitti dei tech giants comincia a diffondersi a macchia d’olio. Passata la sbornia digitale, in molti paesi gli utenti cominciano a chiedere un atteggiamento diverso, a partire da quello dei regolatori. Persino a San Francisco, la Mecca della tecnologia, si parla di un balzello che vada ad aiutare gli homeless in quella che, con la febbre di inizio secolo, è diventata la città più cara d’America. La Frisco hippy di Kerouac e Ferlinghetti ha cambiato volto con i dollari dell’economia digitale.

Per ora né Facebook, né Twitter né Alphabet hanno rilasciato dichiarazioni. Sicuramente nei corridoi si sta alla finestra, cercando, come spesso è accaduto in casi del genere, di non fomentare la rabbia con commenti avventati. E con la consapevolezza che, se un paese come il Regno Unito muoverà davvero il primo passo in questa direzione, e, soprattutto, se la misura incontrerà il consenso popolare senza rovinare l’ecosistema dell’innovazione, la direzione imboccata dai britannici potrebbe essere seguita su entrambe le sponde dell’Oceano. E per l’economia digitale si chiuderebbe un’era.

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londra, politica

“L’austerità sta finendo”: la promessa di Hammond alla presentazione del nuovo budget

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Austerity is coming to an end”, l’austerità sta finendo: così sintetizza il budget 2018 il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, l’equivalente del nostro ministro delle Finanze. Secondo il documento presentato in Parlamento la Brexit avrà poco o nessun impatto sulla crescita che, seppur fiacca, si stabilizzerà  attorno all’1,5% fino al 2023. Anzi, le previsioni sono al rialzo di quache decimale rispetto a marzo. Niente cifre da capogiro, ma nemmeno numeri negativi. Ottimismo di facciata?

Non la pensa così Hammond, che ha spiegato come il “duro lavoro del popolo britannico abbia pagato”, aprendo i rubinetti e stanziando per i prossimi cinque anni 20 miliardi di sterline in piú per l’NHS, il sistema sanitario pubblico che paga una cronica mancanza di fondi, e una drastica perdita di qualità nelle prestazioni.

Tra le varie misure, 400 milioni di sterline per le scuole (destinati alle “spese extra” – ma il sistema scolastico è bisognoso di fondi strutturali) e una digital tax del 2% sui profitti realizzati dai giganti del web dai clienti UK.  Insomma, Amazon e Google pagheranno le scuole, e se nessuno si indignerà a vederli versare più imposte, non manca chi chiedeva più coraggio.

L’housing beneficerà di 500 milioni di sterline in piú, che sbloccheranno 650.000 abitazioni, mentre un fondo da 675 milioni sarà destinato al sostegno delle high streets, penalizzate dalla crescita del commercio online. Con la postilla che il cambiamento dei modelli di consumo (leggasi, il declino)  è “irreversibile” e si tratta di adattarvisi, senza pretendere di invertire la rotta.

Le forze armate riceveranno un miliardo di sterline da destinare alla prevenzione dei crimini informatici, nuova frontiera della guerra fredda, mentre 500 milioni saranno accantonati per l’eventualità di una no-deal Brexit. E non mancano interventi per riparare le buche nelle strade (420 milioni) e piantare piú alberi (60 milioni).

Previsto, infine, un aumento del 4,9% del minimun wage, che passerà da 7.83 a 8.21 sterline: una buona notizia per i tanti lavoratori italiani della ristorazione, e non solo. Su uno stipendio da 1000 sterline, garantirebbe 50 pound in più al mese.

Scettiche le opposizioni. Il leader del Labour Jerey Corbyn ha commentato che “qualunque cosa dica oggi Hammond, l’austerità non è finita”. Non ha tutti i torti. La messa in pratica della manovra dipenderà in buona parte dal fatto che la Gran Bretagna strappi un accordo finale soddisfacente, o almeno non penalizzante, con l’Europa su Brexit. In caso contrario,  il documento dovrà subire una pesante revisione.

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brexit, politica

“La gente deve votare”, a Londra la marcia per un nuovo referendum su Brexit

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Non importa se Leavers o Remainers, la gente deve tornare alle urne per approvare l’accordo finale su Brexit. Questa la richiesta degli organizzatori del corteo che domani a mezzogiorno partirà da Park Lane (fermata Tube Marble Arch, qui tutte le info) con arrivo a Parliament Square, dove si terrà il comizio conclusivo.

Si torna in piazza, dopo la manifestazione del giugno scorso che aveva radunato decine di migliaia di persone. Sono attesi partecipanti da tutto il paese per chiedere un referendum sull’accordo finale che potrebbe essere siglato dal Governo nelle prossime settimane.  “Sarà la protesta più importante per la nostra generazione” dicono gli organizzatori.

Un sondaggio recente avrebbe rivelato che oltre la metà dei cittadini britannici preferirebbe restare nella UE. Merito, forse, del dibattito pubblico che in due anni e mezzo ha sviscerato la questione meglio degli slogan

CHI HA ORGANIZZATTO LA MANIFESTAZIONE – A organizzare il corteo, diversi gruppi, tra i quali Open Britain e Britain for Europe. Tra gli speaker attesi, anche il sindaco di Londra Sadiq Khan. “La gente non ha votato per essere più povera, per danneggiare l’NHS o mettere a rischio posti di lavoro – ha detto Khan al tabloid Sun –  Come sindaco di Londra, sono orgoglioso di accogliere chiunque voglia unirsi alla Marcia per il Futuro e sommare la mia voce alla richiesta di un voto pubblico”. Oltre al primo cittadino, saliranno sul palco anche deputati conservatori, dei verdi, di area lib-dem e numerose celebrità, tra cui la chef Delia Smith. Smith e altri personaggi noti hanno pagato di tasca propria fino a 1000 sterline ciascuno per contribuire ad affittare pullman per portare in città i manifestanti da tutto il paese.

Il punto di incontro è fissato a Park Lane, poco distante dall’Hilton Hotel, a mezzogiorno. Il corteo sfilerà per le vie del centro fino a Parliament Square, dove per le due è previsto il comizio. Una marcia più breve partirà da Trafalgar Square.

COSA SUCCEDE DOPO IL 29 MARZO – Anche in caso di deal si aprirà un periodo di transizione di 21 mesi. La notizia di ieri è che l’Unione Europea sarebbe disposta a concedere una proroga a questa fase intermedia, come confermato da Donald Tusk e Jean Claude Juncker, rispettivamente presidente del Consiglio europeo e della Commissione Europea.

Nelle prossime settimane il quadro sarà più chiaro. L’appuntamento di sabato potrà fornire qualche risposta sugli umori dell’opinione pubblica. Due anni e mezzo sono un periodo lungo, in cui si è sviluppato un vero dibattito attorno alla questione. La storia della Brexit ha tutta l’aria di non essere un racconto breve.

@apiemontese

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economia

Frigoriferi a orologeria e lampadine “a obsolescenza”: la vita breve di elettrodomestici e smartphone

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine StartupItalia! .

 

Frigoriferi che smettono di funzionare all’improvviso, orologi – letteralmente – con le ore contate, tostapane che non scaldano più. Per non parlare degli smartphone. Semplici difetti dovuti all’usura? Per qualcuno, il termine corretto è un altro: obsolescenza programmata. Ovvero la “data di scadenza” assegnata a prodotti più o meno tecnologici in maniera da costringere i consumatori all’acquisto di un nuovo modello, anche quando quello vecchio potrebbe essere riparato. Se solo si trovassero i pezzi di ricambio.

Obsolescenza sì, obsolescenza no?

Considerata da molti alla stregua di una teoria complottista fino a qualche anno fa, il concetto di obsolescenza programmata ha in realtà una storia lunga, che arriva fino agli anni Venti, quando un gruppo formato dai più grandi produttori statunitensi ed europei di lampadine (noto sotto il nome di cartello Phoebus) si accordò a Ginevra per ridurne artificialmente la vita a mille ore, in modo da mantenere alta la produzione.

A coniare l’espressione fu nel 1932 un agente immobiliare, Bernard London, che quell’anno pubblicò il terzo di tre saggi in cui proponeva l’accorciamento della vita dei prodotti come soluzione per uscire dalla Grande Depressione. Non solo. In sostanza, le industrie avrebbero potuto pianificare con maggior efficacia mettendo le fabbriche al riparo dai cambiamenti di gusti e abitudini di spesa dei consumatori.

Il cartello Phoebus si sciolse nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Ma, più di 80 anni dopo, sospetti si addensano su molti marchi accusati di vendere prodotti dalla durata limitata.  L’elettronica aiuta, come nel caso delle cartucce per stampanti: secondo alcuni, grazie al chip interno invierebbero il segnale di esaurimento inchiostro ben prima del limite, bloccando il dispositivo.

L’Unione? Non ha forza

Un atteggiamento stigmatizzato dall’Unione Europea, anche se i meccanismi comunitari rendono l’intervento estremamente complesso.  Il Parlamento, nel giugno 2017, approva una proposta di iniziativa dal titolo “Una vita utile più lunga per i prodotti: vantaggi per consumatori e imprese” (clicca qui). Tra i relatori, anche l’eurodeputato italiano Marco Zullo, del Movimento 5 Stelle.

“Ovviamente non si tratta di una legge – spiega Zullo a StartupItalia! – Quelle in Europa le fa la Commissione, che può emanare regolamenti e direttive. Ma è un sollecito a prendere posizione”. Purtroppo potrebbe arrivare fra diversi anni, precisa l’onorevole. “Le motivazioni che hanno spinto l’assemblea a chiedere un intervento sono di ordine ambientale ma anche economico: c’è tutta un’economia che ruota attorno alle riparazioni – prosegue – e crea posti di lavoro non delocalizzabili. Senza contare che una famiglia di 4 persone potrebbe risparmiare fino a 50mila euro nell’arco di una vita se solo gli elettrodomestici durassero di più”.

“Il punto è che Parlamento e Commissione hanno un atteggiamento antitetico – attacca Ugo Vallauri, co-fondatore di The Restart Project, organizzazione  con sede a Londra che si occupa delle tematiche legate all’obsolescenza. “Se il Parlamento è favorevole, in Commissione e nei governi nazionali si respira un’aria diversa: le lobby fanno pressione, e non è un caso che i paesi più ostili a una regolamentazione siano Italia, UK e Germania. Quelli, cioè, dove il settore della produzione di elettrodomestici è più forte”.  Una petizione per garantire la riparabilità dei prodotti (clicca qui per la versione italiana) è stata lanciata in questi paesi sulla piattaforma Change.org. Destinatari, i vertici di Bruxelles. Fino ad oggi nel nostro paese hanno firmato 1.700 persone.

Restart Parties: incontrarsi riparando gli oggetti di uso quotidiano

Restart Project è parta di una rete che tocca 12 paesi. L’organizzazione promuove eventi (“Repair Parties”) in cui riparatori esperti – ma non professionisti – aggiustano elettrodomestici che spesso non funzionano a causa di guasti banali, e insegnano come fare a chi è curioso. L’ultimo è stato organizzato a Milano nei giorni scorsi dalla costola milanese del progetto in collaborazione con Pc Officina. “E’ stato un successo, con una quindicina di partecipanti e più dell’80% dei prodotti riparati – racconta Savino Curci, responsabile dell’associazione – Tra questi ci sono tostapane, bistecchiere, radio e persino epilatori. Ripeteremo il 24 novembre a Cascina Cuccagna durante il festival di Giacimenti Urbani“.  Non a caso: l’associazione omonima si occupa di riduzione dello spreco di risorse ed è partner dei restarters milanesi.

Serge Latouche, economista e teorico della “decrescita felice” ha messo in risalto nel suo lavoro gli aspetti peggiori  dell’obsolescenza programmata. Tra cui quello dell’impatto ecologico: ogni anno centinaia di navi attraccano nei porti di alcuni dei paesi africani più poveri come Nigeria e Ghana per sversarvi rottami elettronici e computer ormai inservibili. Si calcola si tratti di 50 milioni di tonnellate ogni 12 mesi, l’equivalente di 1000 Titanic.

Eppure, per ridurre di molto il flusso di rifiuti, basterebbe rendere disponibili i pezzi di ricambio e mettere in rete i manuali tecnici. The Restart project ha pensato a un contributo originale: per ogni intervento effettuato in questi anni ha raccolto una scheda che riassume le operazioni eseguite e le difficoltà affrontate dai tecnici. I file sono già ottomila, e raccolgono le indicazioni sugli ostacoli più comuni che si frappongono alla riparazione; in molti casi, si suppone, architettati ad arte. Un archivio di valore, a disposizione di chi può tradurlo in azioni concrete.

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Coca Cola compra Costa Coffee: l’accordo per 3,9 miliardi di sterline

Coca Cola compra le caffetterie Costa. Il gruppo Whitebread, secondo quanto riportato dai media questa mattina, avrebbe venduto la catena per 3,9 miliardi di sterline, 16,4 volte il margine operativo lordo atteso per il 2018. L’acquisizione è la risposta della casa di Atlanta alla mossa di Nestlè, che ha recentemente stretto un accordo con Starbucks: il colosso svizzero ha comprato per 7,15 miliardi di dollari la licenza per commercializzare i prodotti a marchio Starbucks e di alcuni altri brand del gruppo. Due strade diverse nella guerra del caffè, settore sempre più interessante: se l’accordo raggiunto da Nestlè non prevede il passaggio di asset fisici, con la mossa di oggi Coca Cola prende il controllo diretto della catena Costa, diffusa in tutto il Regno Unito.

Trentadue paesi, 3.800 venues e 8.000 macchinette self service: questi i numeri di Costa Coffee. Con la vendita, Whitebread incamera liquidità e lascia un gruppo globale, che aveva acquistato nel 1995 per 19 milioni di sterline. All’epoca, Costa aveva solo 19 punti vendita.

La catena di caffetterie ha chiuso il bilancio il 31 marzo scorso con ricavi per 1, 292 miliardi di sterline, in crescita rispetto agli 1,202 dell’anno precedente. Il margine operativo lordo (ebitda) passa dai 231 milioni di pounds a 238 milioni.

Le bevande calde sono uno dei pochi segmenti restanti del panorama complessivo del beverage in cui Coca Cola non ha un marchio globale”, ha dichiarato James Quincey, il ceo della bevanda dalla lattina rossa. “Costa ci dà accesso a questo mercato attraverso una forte piattaforma del caffè”.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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Un ponte tra Hong Kong, Macao e Shenzhen: la nuova Silicon Valley cinese vale 1000 miliardi

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Cinquantacinque chilometri di piloni, asfalto e cemento armato possono cambiare le gerarchie dell’economia mondiale, trasformando un’area altamente industrializzata – ma politicamente disomogenea – nella nuova Silicon Valley. Manca il silicio, ma c’è la tutta la potenza di fuoco della Cina nel progetto che potrebbe vedere la Greater Bay Area trasformarsi nel quarto esportatore del mondo, scalzando il Giappone, con 67 milioni di persone e un’economia del valore complessivo di 1.000 miliardi di euro. Il ponte è già costruito,  taglio del nastro previsto per i prossimi mesi.

 

NUMERI DA CAPOGIRO PER IL PONTE DEI SOGNI –  Che siano infrastrutture fondamentali per l’economia è cosa nota, ed è stato evidenziato anche dopo la tragedia del ponte Morandi a Genova: ma se i territori connessi sono Shenzhen, Macao e Hong Kong, i numeri sono destinati a incidere sulle sorti del capitalismo globale.

Il piano del presidente cinese  Xi Jinping è semplice: cercare di sfruttare al massimo le sinergie fra l’industria cinese, i servizi finanziari di Hong Kong – britannica fino al 1997 – e il flusso di denaro attratto dai casinò di Macao, portoghese fino al 1999.

Entrambe le ex colonie, tornate in anni recenti  sotto la sovranità di Pechino, godono di uno status particolare nell’ambito della Repubblica Popolare.

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 “UN PAESE, DUE SISTEMI: LA SVOLTA DI DENG” – Un po’ di storia consente di comprendere meglio. Le trattative per il ritorno alla Cina, avviate nel 1979, rischiavano di arenarsi di fronte all’apparente rigidità del governo comunista. Hong Kong era amministrata secondo principi capitalisti, e l’obiettivo del Regno Unito era evitare l’azzeramento della tradizione politica e culturale occidentale che si era andata costruendo nel corso di 150 anni di dominio britannico.

La questione si risolse per mano di Deng Xiaoping, il padre delle “quattro modernizzazioni” e della via cinese al socialismo: una visione per certi versi eretica, che non escludeva il mercato, e fu la base dello sviluppo degli anni a venire. Fu Deng a coniare la formula “Un paese, due sistemi” per sigillare l’autonomia di Hong Kong e Macao, dotate di ampi margini pur rimanendo a tutti gli effetti sotto l’ombrello cinese. In pratica, Pechino decideva la politica estera e di difesa, ma ai territori era lasciata una libertà amministrativa che arrivava, addirittura, al mantenimento di una propria valuta. Uno status che le rese ponte tra Oriente e Occidente.

SHENZHEN: DA 30 MILA A 13 MILIONI DI ABITANTI – La rapida industrializzazione, che vide Hong Kong passare dai 600mila abitanti del 1945 agli attuali oltre 7 milioni, fu favorita anche dalla vicinanza della città di Shenzhen, divenuta Zona Economica Speciale sempre per volere di Deng. Il leader ne intuì il potenziale strategico.

Se la crescita demografica di Hong Kong è stata impressionante, quella di Shenzhen è stata, però, addirittura  strabiliante. La città è passata dai 30mila abitanti degli anni Settanta ai circa 13,5 milioni attuali nel corso di soli 30 anni – un primato mondiale – e ospita i quartier generali di giganti della tecnologia  come Tencent e Huawei.

I principi che regolano le Zone Economiche Speciali prevedono tassazione ridotta e policy tese ad attrarre investimenti stranieri. L’esperimento di Deng, senz’altro riuscito, è diventato caso di studio e ha creato le basi per lo  sviluppo successivo: quello che sarà innescato domani dal ponte, e da una “bretella” ferroviaria da 11 miliardi voluta dal governo per collegare Hong Kong alla rete ad alta velocità cinese. Già oggi gli scambi – merci e lavoratori pendolari – sono intensi: le nuove infrastrutture creeranno una conurbazione ancora più interconnessa.

I TIMORI DI HONG KONG PER L’AUTONOMIA – Un fenomeno che, in piccolo, ricalca gli schemi della globalizzazione. Il costo da pagare per scambi più facili è, spesso, un appiattimento della diversità culturale. Potrebbe essere così anche in questo caso.

Gli imprenditori sono ovviamente entusiasti, riporta Bloomberg. Horace Zheng – 38 anni, nome occidentale e cognome orientale – è abituato a operare su entrambi i lati del ponte, a cavallo tra capitalismo e socialismo. Vice presidente di Youibot Robotics, una startup, vuole che la Greater Bay Area “decolli”, riporta il media economico. Anche le compagnie straniere con sede nell’area sono estremamente attratte dalle opportunità commerciali.

Ma nella “società civile” a Hong Kong sono in molti a temere che la città possa essere fagocitata da Shenzhen, e quindi, metaforicamente, da Pechino. Una questione di identità culturale, ma non solo.  “E’ la vecchia tattica comunista di usare la politica economica per imporre controllo politico” dichiara, sempre a Bloomberg, Sonny Lo, professore di scienze politiche all’università cittadina. “Il ponte, la ferrovia – fino ad ora i governi di Pechino e Hong Kong si sono concentrati sull’hardware”  ha aggiunto Alvin Yeung, leader di un partito di opposizione, il Civic Party. “Ma il software che rende Hong Kong unica conta di più – aggiunge – Lo stato di diritto, la libera circolazione dei capitali, che dall’altra parte del ponte mancano”.

Hong Kong gode di una propria Legge Fondamentale (Basic Law), una sorta di Costituzione, modellata sulla base della common law britannica. Nonostante il potere di interpretazione della Carta sia esplicitamente lasciato all’Assemblea Nazionale del Popolo, il testo configura un sistema profondamente diverso da quello socialista. La giustizia è amministrata sulla base del diritto britannico, e le corti possono fare riferimento, come precedenti per orientarsi nella risoluzione delle controversie, alle decisioni di altri ordinamenti di common law. La diversità è stata tollerata dai gerarchi comunisti: ma, evidentemente, solo in ottica transitoria.

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2047, LA FINE DEL SOGNO DI UN’ENCLAVE OCCIDENTALE IN ORIENTE – “Nel lungo periodo saremo tutti morti” ripeteva Keynes. Ma la Cina, paese dalla tradizione millenaria, è abituata a ragionare in una prospettiva che agli occidentali, avvezzi alla democrazia e alle brevi alternanze che porta in dote, risulta incomprensibile. E lo è perfino ai cinesi di Hong Kong, formati in scuole e università di matrice britannica. L’illusione di una enclave occidentale in Oriente, con cui sono cresciuti, e con cui speravano di morire, potrebbe finire presto.

E’ la stessa Legge Fondamentale a rendere chiara la visione di Pechino. “Il sistema socialista e le sue politiche non saranno applicate nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, e il precedente sistema e stile di vita capitalista resterà invariato per 50 anni” recita l’articolo 6 della Carta. Non dice “per almeno 50 anni”:  il termine è già fissato senza possibilità di dubbio, ed è il 2047. Il nuovo ponte  è un monito: ricorda al mondo che, nell’ottica del governo cinese, la transizione della città al socialismo è data per scontata.

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cronaca, salute

“Stai bene”. Dimessa a Londra, la operano d’urgenza in Italia. NHS sotto accusa

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Una lettera a Repubblica apre uno squarcio inedito – almeno per chi vive in Italia –  sulla sanità londinese. A scrivere al quotidiano romano è Laura Biondi, di Pisa. La figlia, che per ragioni di privacy chiameremo M., si trovava a Londra nei giorni scorsi per frequentare un corso di lingue. Il 17 luglio la ragazza accusa mal di testa, dolori al collo e vomito. Si reca al pronto soccorso, chiede di essere visitata. I medici la mandano a casa senza effettuare esami.

Due giorni dopo, il 19 luglio, la studentessa raggiunge di nuovo in ospedale su consiglio della famiglia. La diagnosi è banale: dolori cervicali e disidratazione. Vengono prescritti degli antidolorifici. Il 20 la situazione non migliora; i genitori decidono di raggiungerla col primo aereo.  “Una pena infinita vederla a letto dolorante, fotofobica, cercava solo il contatto con le nostre mani” racconta Biondi.

“Ha avuto, tecnicamente, un’assenza – prosegue la signora – Corsa in ambulanza, esami e diagnosi riconfermata per la terza volta. ‘Sei sana come un pesce’. Ci hanno negato come non necessaria una flebo per idratarla”.

Inevitabile, a quel punto, il rientro in Italia. “A fatica l’abbiamo trasferita in hotel, nutrita, consci di doverla portare via ma all’oscuro dell’elevatissimo rischio: solo la diagnosi pisana, immediata al rientro, ha rivelato emorragia cerebrale per lesione di malformazione arterovenosa congenita”. Ennesima corsa in ospedale, TAC, diagnosi immediata. Ma questa volta, le porte della sala operatoria si aprono subito. L’intervento viene eseguito nel reparto di Neurochirurgia del nosocomio di Cisanello. Sullo sfondo i dubbi sulla gestione dell’emergenza da parte dei medici londinesi.

BUROCRAZIA, TEMPI STRETTI E TAGLIO AI COSTI – “Perché l’ospedale londinese non ha suggerito ulteriori esami per lei che trascinava le gambe a stento? – si domanda la madre – Perché non ha pensato necessarie per lei altre verifiche, diritto umano e dovere primo nella deontologia medica? Forse perché si entrava in una fascia di controlli a pagamento (nessuno ce lo ha detto)? Perché comunque non ha voluto effettuare una TAC di approfondimento, come è stato subito predisposto dai medici pisani che hanno mostrato la risolutezza necessaria per interpretare la situazione di chi gli si affida?”.

L’accaduto getta luce sulla quotidianità del sistema sanitario britannico (NHS), dove vertici di assoluta eccellenza si sposano a storie di superficialità.  Un sistema in crisi, piegato dalla mancanza di fondi e dalle strategie impiegate per gestire il buco nei conti. Soluzioni spesso sbrigative, che a Londra, metropoli da 8,5 milioni di abitanti dove convivono più di 100 nazionalità, mostrano limiti.

L’efficienza è misurata coi tempi di attesa. L’approssimazione dovuta a volumi elevati, l’attenzione ai target imposti dal governo più che al quadro clinico del paziente ed un sistema altamente congestionato dalla burocrazia dedita al risparmio del centesimo rendono purtroppo questo scenario più la norma che l’eccezione” racconta a Londra, Italia un operatore del settore, che preferisce mantenere l’anonimato.  “Purtroppo non è un caso isolato”.

La babele di lingue e nazionalità e la scarsità di professionisti locali non semplificano il quadro. Spesso i medici stranieri – moltissimi e provenienti da tutto il mondo –  sono mandati in prima linea privi delle necessarie competenze linguistiche. Un esame di inglese è stato introdotto solo nel 2014. Può capitare che un camice coreano visiti un paziente spagnolo assistito da un’infermiera polacca: intervenire, soprattutto in un contesto di emergenza, diventa estremamente difficile, e il rischio di sbagliare diagnosi è concreto. Una situazione che ha dato nuova linfa al settore privato, incoraggiando, soprattutto a Londra, la nascita di studi  specializzati nel fornire servizi medici in lingua (tra questi non mancano quelli italiani): poter usufruire di una prestazione nel proprio idioma nativo permette di spiegare meglio i sintomi,  ma anche di avere una sorta di “ponte” con logiche di gestione del paziente spesso profondamente diverse da quelle nostrane.

La cronica mancanza di dottori locali è in parte dovuta ai costi di formazione e agli stipendi migliori che altri paesi – ad esempio l’Australia e gli USA – sono in grado di garantire ai laureati britannici. La mobilità intereuropea ha reso conveniente assumere stranieri, ma il risultato del referendum, e il nuovo “hostile environment” introdotto da Theresa May hanno cambiato il clima, frenando gli arrivi. A risentirne sono soprattutto i giovani medici dell’NHS, arrivati a scioperare per porre l’attenzione sui turni massacranti a cui sono sottoposti.

RICORSO AL PRIVATO – Nel Regno Unito la sanità è pubblica; ma vedere un medico di base (GP) nella capitale non è sempre facile. L’attesa può durare settimane; per chi ha urgenza esistono, naturalmente, soluzioni, anche in questo caso a pagamento, che promettono prestazioni in giornata e si confrontano sul web a colpi di SEO e campagne pay-per-click. Le tariffe sono esorbitanti. Una “under the weather consultation” di massimo 15 minuti può costare 100 pounds. Una “full consultation” di mezz’ora ne costa 120, mentre per una “unlimited consultation” senza guardare le lancette la tariffa sale a 150 sterline. Dettaglio: le prime due opzioni devono essere prenotate, ed è necessario presentarsi in ambulatorio cartella clinica alla mano. Per essere visitati raccontando a voce la propria storia bisogna usufruire dell’ultima, la più cara.

Le cliniche private stanno registrando un incremento del numero dei pazienti solventi, che nel 2017  si aggiravano tra il 15% e il 25% del totale (fonte Intuition Communications, società specializzata nella diffusione di notizie in ambito sanitario). I tempi di attesa spesso superano le 18 settimane previste dal sistema sanitario nazionale come limite per avere accesso a una prestazione, e l’ossessione dei manager di rientrare nelle statistiche spesso conduce a dimissioni frettolose. La situazione è diventata così drammatica per alcune fasce sociali che, nei mesi scorsi, quattro società specializzate in gioco d’azzardo  hanno fatto circolare una fake news secondo cui un marito disperato avrebbe potuto pagare le terapie solo grazie a una vincita al tavolo verde. L’authority è intervenuta, ma il marketing ha cercato di sfruttare cinicamente quello che, con tutta evidenza, è un tema sentito.

QUESTIONE POLITICA – Come accade anche a latitudini più mediterranee, i costi dell’NHS sono diventati terreno di scontro per la politica. I sostenitori della Brexit promettevano condizioni migliori dopo l’uscita; a due anni dal referendum, la situazione non è cambiata.

Quel che è certo è che la sanità britannica sta affrontando sfide ormai comuni a tutti i governi dei principali paesi europei. Londra e il suo cosmopolitismo pongono problemi che cominciano ad avvertirsi anche nelle città italiane. I fallimenti, e le soluzioni, che arrivano dal Regno Unito possono diventare spunto per una riflessione strutturale sulla sostenibilità del welfare che cerchi di contemperare esigenze di bilancio e tutela delle fasce svantaggiate della popolazione. Un’idea che in Europa, a differenza di quanto accade altrove, non suona blasfema.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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