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Medellín, l’ex capitale dei narcos è diventata la casa delle startup

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

Sei piani, porte a vetri, arredamento moderno. Dista un paio di chilometri dal centro, si chiama Ruta N e da dieci anni è l’acceleratore di startup di Medellín. Tra gli ampi corridoi si aggirano giovani che per sogni, speranze e preparazione sono simili a quelli delle città europee e nordamericane. Spesso hanno studiato all’estero, in molti casi sono tornati. Per restare. Sono loro l’avanguardia della rivoluzione digitale che sta portando la Colombia verso una modernità, per larghi versi, ancora lontana.

Medellín-Milano e ritorno

Era il regno dei narcos, con un tasso di omicidi da zona di guerra. La vita valeva poco a Medellín, quando Pablo Escobar dettava legge e, per sfidare le istituzioni, si faceva persino eleggere in Parlamento. Freddato dalla polizia nel 1991 nel corso di un rocambolesco inseguimento, quella che oggi è la capitale industriale della Colombia si è ritrovata a gestirne il lascito: un’eredità terrificante fatta di cocaina e violenza, un brand globale della paura che non temeva rivali.

Da allora sono trascorsi trent’anni, e le tracce di quel passato servono a spillare quattrini ai turisti sulle bancarelle che vendono souvenir. Medellìn oggi vive tutte le contraddizioni delle metropoli dell’America Latina. La droga non è sparita: si vedono spesso tossicodipendenti malridotti per le strade, ragazzi che sniffano colla.  Ma non è più solo questo. Gemellata con Milano e Bilbao, in tre decenni ha cambiato volto, grazie a un attento lavoro di ricostruzione.

L’ingresso di Ruta N a Medellin (foto dell’autore)

Felipe Vanegas ha una laurea in architettura, un passato a Milano e un presente ben saldo nella città colombiana. Dopo gli studi nell’ateneo locale, ha trascorso un anno alla Domus Academy per frequentare un corso di Business design prima di staccare il biglietto di ritorno. L’incontro avviene mentre discute con alcuni colleghi in uno dei tanti angoli dedicati al networking di Ruta N. Si offre di fare da guida all’interno del complesso. Insiste per parlare italiano. “Dopo l’esperienza da voi – racconta – sono tornato qui per aprire la mia azienda. Ci occupiamo di consulenza nel settore gastronomico e realizziamo anche workshop”. Perché a Medellín? “È il vero centro dell’innovazione del paese, ancora più della capitale Bogotà: in tanti vengono qui a cercare fortuna da tutto il Sudamerica”.

La “città dell’eterna primavera” strappata ai narcos con un’opera di riqualificazione ambiziosa, nel 2013 ha vinto il premo di Most Innovative City in the World, davanti a competitor molto più blasonati come New York e a Tel Aviv. E non ci sta a restare dietro alla capitale. “E perché dovremmo? Siamo probabilmente più avanti rispetto al resto del paese” rilancia Sergio Naranjo, responsabile della comunicazione di Ruta N. “La Colombia investe lo 0,69% del bilancio in innovazione: a Medellín ci attestiamo all’1,24%. Quasi il doppioBogotà è la capitale, il posto dove si prendono le decisioni politiche ed economiche: ma qui c’è integrazione tra l’ecosistema delle startup e il territorio, che si tratti di pubblica amministrazione o del tessuto universitario. Il futuro? Ci candidiamo a essere il prossimo hub dell’innovazione in Sudamerica”. D’altronde il Cile, per anni Mecca locale della tecnologia, è oggi attraversato da tensioni politiche. E il Brasile, con i suoi contrasti tra lusso e povertà estrema, resta un posto troppo pericoloso per gli affari.

La voce ha cominciato a spargersi. Diverse multinazionali hanno deciso di investire in Ruta N, attirate dal cambio estremamente favorevole e dagli stipendi bassi (il salario minimo in Colombia si aggira attorno all’equivalente di poco più di 200 euro). Le imprese occidentali “fanno la spesa” e cominciano a cercare qui le professionalità di cui hanno sempre più bisogno. Quelle che, oggi, in Europa, costano troppo: esperti di intelligenza artificiale, data analysts, ingegneri. La delocalizzazione ha trovato un’altra meta.

I numeri raccontano una storia che ha già diversi capitoli. Da quando è nato, l’acceleratore ha attratto oltre 400 milioni di dollari in private equity, e le oltre 200 aziende presenti nell’edificio provengono da 31 paesi differenti, Stati Uniti e UE in testa. Tra i big, nomi come UPS, Black&Decker, Accenture. Una scrivania o un ufficio nel palazzo, ha verificato Wired, costano poco meno che a Milano. Cifre che, da queste parti, possono permettersi in pochi. Ma le relazioni, si sa, contano: e, per fare affari con la modernità in Colombia, è questo il posto dove essere. A tutti i costi.

Viaggio nel passato

Lasciamo Ruta N, il suo acciaio e i suoi vetri.  Camminando verso il centro della città, la Colombia torna a essere un paese in cerca di futuro. Officine meccaniche, negozi di frutta, vestiti usati, elettronica di consumo si affastellano uno sopra l’altro. Bancarelle di mercato, giornalai coloratissimi. Vecchi col cappello che giocano a carte. Qualcuno che con una chitarra canta canzoni popolari, e subito si forma un capannello di gente. Bambini giocano per strada, venditori ambulanti offrono minutos, chiamate telefoniche acquistate in blocco e rivendute al dettaglio ai passanti. Scordatevi gli abbonamenti flat.

La presenza di un europeo si nota ancora, eccome, e conviene ricordarsi di non dare troppo nell’occhio. Nonostante questo, nella città simbolo del dramma colombiano ci si sente decisamente più sicuri che a Bogotà: nella capitale, ogni bar, albergo, persino ogni università si presenta agli occhi di chi arriva con un corredo nero di guardie torve armate fino ai denti.

Parcheggiati di fronte ai muri fanno bella mostra di sé i monopattini elettrici usati dai giovani per scorrazzare sui marciapiedi come accade Milano, Parigi, Varsavia. Ma non solo: Medellìn è l’unica città in Colombia ad avere una rete di metropolitana. E una delle due linee è completamente automatizzata e senza conducente.

Chitarre e canti popolari nel centro del Medellin (foto dell’autore)

Rappi, dal food delivery alla salute

Poblado è il quartiere alla moda, dove si concentra la vita notturna cittadina. Qua si trova ogni tipo di cucina, e quando si avvicina ora di cena anche qui sfrecciano veloci i ragazzi del food delivery.

Macchine occidentali al Poblado, quartiere della movida di Medellìn (foto dell’autore)

Il principale player colombiano (e di tutto il Sudamerica) si chiama Rappi: un unicorno da oltre 3 miliardi di dollari di valore. L’ultimo round (series E) chiuso dall’azienda di Felipe Villamarin, Sebastian Mejia e Simon Borrero risale al 30 aprile scorso, e ha portato circa un miliardo di dollari di liquidità nelle casse della compagnia fondata a Bogotà nel 2015, e oggi attiva in 35 città. Questa volta i soldi li ha messi (tra gli altri) il gigante SoftBank, che ha recentemente aperto un proprio Innovation Fund ed è decisa a investire in America Latina. I rumours raccontano di parecchi licenziamenti nelle ultime settimane, ma stiamo parlando di un player, Rappi, capace di diversificare, e che guarda già avanti.

Un rider di Rappi a Bogotà (ph: Antonio Piemontese)

Attualmente, infatti,  l’azienda fondata a Bogotà si occupa solo di food: ma l’idea è quella di aprire presto, prestissimo ad altri settori. Come l’healthcare.

Sarà per questo che anche la francese Sanofi ha messo nel mirino la scale-up colombiana: lo scorso marzo le due realtà hanno siglato un accordo per portare le medicine direttamente a casa dei pazienti. Per Juan Sebastian Ruales, direttore commerciale di Rappi, “non conta quello che le persone dicono di fare ma quello che mettono nel carrello. Se dici di essere in forma ma poi acquisti un mucchio di hamburger su Rappi, sappiamo che non lo sei poi tanto”. Non fa una piega. Il business è, ovviamente, quello dei dati. Per il momento, Sanofi avrebbe intenzione di utilizzare Rappi solo come veicolo pubblicitario. Ma nei piani della scale-up per il prossimo futuro ci sarebbero la consegna di farmaci da banco, prescrizioni, e persino la prenotazione di visite mediche domiciliari. Le sinergie sono tutte da creare.

Sudamerica 4.0

Il Sudamerica è un mercato da centinaia di milioni di persone in cerca di benessere. La gig economy è arrivata anche qui. Molti dei ragazzi che effettuano le consegne per Rappi fanno parte di quel milione e mezzo di venezuelani scappati dalla crisi del paese centro-americano. Il salario minimo in Colombia ammonta a poco più di 200 euro: loro lavorano per la metà. Facile immaginare che non siano ben visti dalla gente del posto.

Anche Uber ha piantato la propria bandiera. Nelle grandi città, a fianco dei taxi ufficiali – tantissimi e a buon mercato, almeno per il turista – c’è sempre l’opzione di prenotare una corsa con il gigante californiano della mobilità. “Non è del tutto legale” – confida Armando, nome di fantasia di un autista che preferisce non rivelare la propria identità – “Quando la vettura che hai prenotato arriva, ad esempio, non puoi fermarla e chiedere se si tratta di un Uber. Facile che chi è alla guida non ti risponda, perché, altrimenti, per la legge farebbe concorrenza ai taxi. Direi che, più che illegale, è a-legale. Una zona grigia in cui, comunque, si riesce a lavorare bene”.

Comuna 13: una scala verso il cielo

La mattina dopo con Armando si arriva alla Comuna 13, il barrio di Pablo Escobar. Qui il super boss regnava incontrastato, da qui governava il paese. Oggi all’interno di case dai muri poveri e tetti in lamiera ci sono computer e parabole. Tanti ragazzi hanno studiato l’inglese e si offrono come guide per i turisti alla ricerca di uno scorcio diverso di Medellín.

Medellin, vista dall’alto del barrio Comuna 13 (ph.: Antonio Piemontese)

Su tutto, domina un’enorme scala mobile che dalla base – il barrio si trova in collina – conduce fino in cima. Non è raro trovare persone che hanno visto morire parenti colpiti da sventagliate di mitra. Ma l’ascensore sociale rappresentato dalla scala è il simbolo della volontà di molti degli abitanti (e dell’amministrazione) di scrollarsi di dosso l’infamia del passato.

Nel quartiere le brutte compagnie sono ancora facili da trovare: tredicenni che hanno marinato la scuola sniffano a cielo aperto senza curarsi di noi. La salvezza è rappresentata da un computer. Anni fa, racconta Josè, venticinquenne che si è inventato un lavoro da guida, il laboratorio di informatica inaugurato nell’istituto locale ha permesso agli studenti di connettersi con il mondo e immaginarsi un futuro all’occidentale. Così, di video in video, si ritrova un inglese perfetto, con cui guadagna in pregiati dollari americani.

Adesso vuole aprire un ostello internazionale per ospitare coetanei nel quartiere dove è cresciuto, non prima di aver girato il mondo nelle case dei turisti che accompagna. Il networking, segno dei tempi. In realtà, Josè sa che senza lavoro la tentazione dei narcos è più allettante: e forse il turismo, come il digitale e le startup, possono davvero aiutare la Colombia a svoltare. Non sarà facile. L’anno scorso è stato un anno record per le esportazioni di cocaina, larghe zone del paese sono insicure e la violenza delle bande è reale. Ma qualcosa è cambiato dai tempi di Pablo. C’è voglia di riscrivere un futuro che pareva già segnato. E, anche questo, si respira nell’aria.

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ambiente, sostenibilità

Perché i porti del Nord Europa investono sulle energie verdi

Questo articolo è stato pubblicato su Wired.

È nata da poco. Si chiama Getting to Zero 2030 coalition, partecipano paesi come Danimarca, Regno Unito, Olanda, Finlandia, Corea, e decine di aziende tra cui Maersk (il più grande player di logistica integrata al mondo) e Shell, i porti di Anversa, Rotterdam e Vancouver, e, tra gli altri giganti, China Navigation Company. Per l’Italia c’è Snam.

Obiettivo: ridurre del 50% le emissioni del trasporto marittimo entro il 2050 rispetto a quelle del 2008, per arrivare, progressivamente, a una totale eliminazione. E considerato che una nave ha una vita media di 20 anni, la flotta che entrerà in servizio nel 2030 dovrà essere già a emissioni ridotte, per riuscirci. Ma come si può raggiungere un traguardo tanto ambizioso? Quali sono le tecnologie in gioco? Si possono modificare le rotte (ad esempio, percorrendo la “rotta artica” oppure integrando la logistica marittima con quella ferroviaria)?

Shipping: quanto inquina spedire via mare

Qualche dato. Il trasporto merci marittimo incide per circa l’80% sul commercio globale e sul 2-3% sul totale delle emissioni di gas serra. In caso di inazione, queste ultime sono destinate a crescere tra il 50% e il 250% entro il 2050. È la globalizzazione, bellezza: funziona per creare sviluppo economico, ma il contrappasso può essere molto alto in termini ambientali.

Per comprendere quanto inquini complessivamente il settore delle spedizioni marittime bisogna analizzare l’intero tragitto compiuto da un singolo carico. Appena uscita dalla fabbrica, la merce viene trasferita (normalmente via gomma o ferro) fino a un centro di smistamento, dove viene caricata su container e quindi imbarcata. Una volta giunto a destinazione, il bastimento deve essere, quindi, scaricato;  la merce, a questo punto, è pronta per essere smistata ed eventualmente stoccata, in attesa di giungere sugli scaffali della distribuzione.

I porti sono evidentemente l’infrastruttura centrale del processo; e, se si vuole abbattere i costi ambientali dello shipping, non è possibile trascurarne il ruolo di formidabili generatori di inquinamento. Un esempio?  Molti racchiudono all’interno del perimetro impianti di raffinazione e stoccaggio, dove greggio e gas appena arrivati subiscono le prime lavorazioni.

Il caso di Rotterdam

Il porto di Rotterdam, il principale scalo in Europa, produce da solo un quinto di tutta la CO2 olandese. Il gigante, oggi alimentato principalmente con fonti non rinnovabili, ha avviato da tempo un processo di riconversione che dovrebbe portarlo progressivamente a produrre tutta l’energia di cui ha bisogno a partire dall’idrogeno. Il gas oggi si ricava tramite processi chimici alimentati utilizzando energia “fossile”: ma l’intenzione è passare a una filiera il più possibile green grazie a un sistema di pale eoliche installate offshore in grado di produrre l’elettricità necessaria. Il piano dei vertici è completare la transizione entro il 2030.

Ma la via per la sostenibilità comprende una serie di altri fattori chiave. Per esempio, il riutilizzo del calore residuo prodotto durante le lavorazioni, che domani potrà essere sfruttato dalle abitazioni civili. Il valore di quello sprecato è stimato in 6 miliardi di euro: recuperandolo mediante tubazioni,  oltre a Rotterdam, si potranno riscaldare anche altre città, come L’Aja. Non solo. L’Olanda è tra i primi produttori mondiali di fiori.  “La CO2 prodotta sarà trasportata tramite condotte fino alle serre nell’ovest del paese. Gli agricoltori non aspettano altro, perché è in grado di far crescere più in fretta le loro piante”, afferma Nico van Dooren, direttore energia e processi industriali dello scalo. “Quanto all’anidride carbonica avanzata, sarà stoccata in depositi sotterranei, in attesa di nuove tecnologie che consentano di impiegarla per ottenere gas naturale tramite l’idrogeno”, aggiunge Eric van der Schans, direttore gestione ambientale.

Non è tutto. La dirigenza sta studiando la fattibilità di un impianto geotermico che sfrutti il calore degli strati profondi della terra per produrre una ulteriore quota di energia pulita. Politiche di moral suasion coinvolgono nella transizione le aziende presenti all’interno del complesso, invitate a installare pannelli solari; ma il porto offre anche sconti sulle tasse a chi presenta un green award certificate, e 5 milioni di euro in incentivi per le navi che usano combustibili puliti come il gnl (gas naturale liquido).

Navi a energia pulita

L’alimentazione dei mototi delle navi cargo è, ovviamente, un tema fondamentale per combattere l’inquinamento di mari e oceani. Per spingere gli armatori verso tecnologie meno inquinanti è necessario ammordernare i porti costruendo serbatoi adatti a stocccare il nuovo combustibile.

Ma le ragioni di ambientalismo ed economia si trovano, come spesso accade, a confliggere. È improbabile che gli attuali impianti, che hanno una vita media di 50 anni e i cui costi rientrano in strategie ultradecennali di ammortizzazione, siano dichiarati di colpo obsoleti. L’incentivo della Getting to Zero Coalition sarà sufficiente a invertire la rotta prima?

Le soluzioni alternative al trasporto marittimo

La nuova via della Seta potrebbe offrire un’alternativa credibile alle spedizioni via mare. Inviare un container dalla Cina alla Polonia, paese che punta a diventare un hub logistico di rilevanza europea, richiede solo dodici giorni di viaggio se il trasporto avviene via terra.

Il treno sta progressivamente rosicchiando quote di mercato alle grandi compagnie di navigazione, e lo stato dell’Europa orientale ha intenzione di ritagliarsi il ruolo di porta dell’UE sfruttando la posizione al confine.

Città come Varsavia e Lodz si stanno già attrezzando con infrastutture adeguate, e grandi compagnie come Amazon stanno investendo nel paese, grazie a politiche governative favorevoli e a un costo del lavoro che resta competitivo nonostante la crescita degli ultimi anni.

Italia ancora ferma

E l’Italia? C’è ancora parecchio da fare. Il Belpaese può contare su una serie di scali di piccole e medie dimensioni che movimentano il 38% dell’import-export nazionale, dieci punti sotto il trasporto su gomma (che si attesta al 49%).

Ma se il “gigante” Rotterdam ha un piano dettagliato per la sostenibilità che prevede interventi mirati e addirittura un management dedicato, e quelli di Anversa e Vancouver riservano intere sezioni del sito ufficiale alla questione, sulla pagina del  principale porto italiano, quello di Trieste, la parola viene a malapena menzionata. A Genova si va poco oltre a una vaga “Dichiarazione politica ambientale” risalente all’agosto 2018.  Tra gli interventi previsti per lo scalo ligure, “perseguire il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali”, “realizzare iniziative atte a perseguire l’efficienza energetica”, “promuovere la conoscenza e la sensibilizzazione di tutte le parti interessate sulle tematiche ambientali”. Impegni vaghi e privi di riferimenti e di date. Cioè impossibili da verificare.

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brexit, esteri

UK, è il giorno di Boris: Brexit adesso è più vicina

Questo  pezzo è stato pubblicato su StartupItalia

Il trionfo di Boris Johnson dimostra che il rapporto con la verità non è una componente fondamentale per vincere elezioni. C’era una volta un mondo in cui le bugie si raccontavano tentando di nasconderle. Johnson, eccessivo in tutto, non ci ha mai provato, e ha dimostrato – ma ce n’è ancora bisogno? – che la stagione è cambiata. Da Trump a Salvini al platinato neopremier britannico, vince il personaggio più furbo, quello più capace di creare tensione, per poi scioglierla ad arte. “Al governo consevatore è stato dato un nuovo, potente mandato – ha detto  -: portare a termine la Brexit, e non solo questo, ma unire il paese e concentrarsi sulle prorità del nostro popolo”. Il premier di tutti.

Nel segreto dell’urna i britannici hanno scelto con la pancia. L’Europa era il sogno dei londinesi e delle élite, non delle campagne, e nemmeno dei metalmeccanici. Paradossale che a votare per staccarsi dal continente siano stati proprio i territori che, tramite i fondi comunitari, hanno potuto attutire l’impatto della modernizzazione. La crisi, in certe aree a nord del paese, dura dagli anni Ottanta. E si sa, a giocare alla lotteria spesso sono i disperati.

Brexit, vince Johnson: i perché del no all’Unione

E qui torniamo alla verità. Johnson diede una spallata decisiva al referendum del 2016 spedendo in giro per il Regno un esercito di camion. Sulla fiancata, giganteschi poster raccontavano come, lontana da Bruxelles, Londra avrebbe risparmiato 320 milioni di sterline a settimana. Denari che  sarebbero finiti nelle casse dell’NHS, il sistema sanitario nazionale britannico: un mastodonte da 5 milioni di dipendenti che garantisce sì cure pressoché gratuite, ma è altamente inefficiente al punto da diventare insostenibile per la collettività.

Il biondo ex sindaco di Londra ammise in seguito che non era vero; ma, come insegnano i cronisti più smaliziati, una smentita è una notizia data due volte. Chi vive in UK conosce la situazione degli ospedali: medici spagnoli che trattano pazienti di madrelingua francese con il supporto di infermiere bulgare. Non è una sit-com, ma la realtà di tanti pronti soccorso, in particolare nelle grandi  città. Tutti comprendono poco, nessuno capisce completamente quello che si dice.

Non c’è solo questo, ovviamente. Le norme comunitarie, che pur il Regno Unito ha sempre accettato a seconda della convenienza, imponevano  di garantire libertà di movimento a tutti gli europei, e diritto universale ai sussidi. Ma sono tanti i casi di persone (intere famiglie) giunte in Gran Bretagna grazie al passaporto continentale che, dopo poche settimane di lavoro, si sono fatte insegnare l’arte di accedere ai benefit da compari più furbi. Per una volta non sono gli italiani, i maestri di questo discutibile artificio: pare si trattasse soprattutto di cittadini dell’est. I nostri connazionali, raccontava a chi scrive una persona informata dei fatti, tornavano spesso in Italia con voli di linea.  Qualche volta in cabina. Qualche altra, dentro a un sacco imbarcato nella stiva. Dopo essersi suicidati. Riportati a casa alla chetichella e in orizzontale mentre gli ignari passeggeri chiacchieravano del più e del meno. Non ce l’avevano fatta. Perché Londra può essere spietata, e non perdona chi resta indietro. O non ha una carta di credito.

L’elenco potrebbe continuare, ma il ragionamento è il medesimo. Se qualcuno vi chiedesse di non pensare a un elefante per i prossimi cinque minuti, non riuscireste a immaginare altro. Quando al popolo mediamente poco preparato in storia del Regno Unito è stato fatto balenare il sogno di un paese libero, padrone di se stesso e in grado di rivivere, finalmente, i fasti dell’Impero, si è superata una soglia oltre la quale è impossibile tornare indietro. A poco sono valsi i fact-checking di quotidiani come il Guardian e lo stesso Times.

Aggiungiamo che Jeremy Corbyn, dimissionario leader dei laburisti usciti pesantemente sconfitti dall’election day del 12 dicembre, probabilmente è un sostenitore della Brexit. Ne ha il diritto, per carità. Ma non sono pochi i compagni di partito scettici sull’Unione: Bruxelles, per loro, rimane un covo di finanzieri interessati solo al capitale e alla concorrenza. Non è escluso che ci sia stato un travaso di voti, e che più di qualche elettore storico della sinistra abbia ceduto al fascino di Johnson pur di liberarsi dell’Unione, come si fa con il dongiovanni con cui si va solo per vendicarsi del marito fedifrago.

 

Infine, e non è cosa da poco, sono passati tre anni e mezzo di tira e molla dal gusto più italiano che britannico. Oltre quaranta mesi che hanno logorato chiunque, persino i giornalisti impegnati a seguire la vicenda. Di cavillo in cavillo, scrivere di Brexit ha significato addentrarsi sempre più in un groviglio di minuzie legali di cui si percepiva  l’inconsistenza: era chiaro che la soluzione del rebus non sarebbe arrivata in punta di diritto, nondimeno si era costretti a seguirne l’evoluzione. Il sistema costituzionale britannico pare abbia retto: resta da vedere, ora,  se sarà in grado di resistere all’impatto dei nazionalisti scozzesi – europeisti convinti – che minacciano un’altra Catalogna.

 

Oltre la Brexit: un’Unione più solida ?

Ora si apre una fase nuova, una fase in cui l’Unione Europea deve trovare un nuovo assetto senza la Gran Bretagna. Il popolo ha votato di nuovo, e la sentenza è chiara. Johnson ha promesso di uscire entro il 31 gennaio: e, a questo punto, diventa possibile.

Ma c’è un risvolto positivo. Brexit è servita a parlare di Europa molto più di quanto fosse mai accaduto in passato: i giovani del continente oggi sanno che il rischio di perdere l’Unione c’è, e vogliono godersi la libertà di viaggiare senza confini e lavorare altrove. Ma anche Bruxelles sta imparando a presentarsi con un volto più umano, dopo la crisi del 2008 che l’ha vista recitare un ruolo da cerbero spietato.

Le elezioni di maggio hanno rappresentato, per la prima volta, un momento di vero dibattito su temi sovranazionali, e normative come quella antitrust e il GDPR hanno messo in luce l’enorme potere che si cela dietro ai trattati. Un potere che sta disegnando progressivamente un’Unione come soggetto politico distinto sia dal capitalismo d’assalto a stelle e strisce che, ça va sans dire, dal dirigismo cinese. Maggiore integrazione o un brusco stop: queste le alternative che si parano davanti agli Europei. Grazie a Brexit, siamo tutti di fronte alla scelta ogni volta che votiamo.

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internet, sostenibilità

Nuvole sporche, o di quanto inquina il cloud

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

L’Olanda vuol essere la porta d’accesso digitale d’Europa. La rete mondiale si basa su una quindicina di grandi hub. Uno tra i principali è Amsterdam, dove ha sede il 30% dei data center europei. Ma, dopo l’overtourism, la capitale ha un altro problema: quello dei dati. Le grandi aziende stanno comprando edifici residenziali trasformandoli in alloggi per le ingombranti macchine, in una città che ha sempre tenuto alla propria identità estetica. L’amministrazione, come già successo per il turismo, ha capito di aver spinto troppo sull’acceleratore, e nel mese di luglio ha imposto uno stop alla costruzione di nuove server farm. Ma non è solo una questione urbanistica: ognuna consuma elettricità come 15mila abitazioni, o diversi ospedali, per non parlare dell’acqua necessaria agli impianti di raffreddamento.

Benvenuti nella nuova frontiera della lotta al cambiamento climatico. Se pensate che inquinamento sia uguale a centrali a carbone, veicoli a gasolio, fabbriche che emanano odori pestilenziali, siete troppo ottimisti. Anche i dati presentano un conto ambientale, che può essere molto salato. Una guerra difficile da combattere, perché difficile da visualizzare. Non solo per la gente comune.

Ogni gigabyte trasferito sul web genera un consumo energetico paragonabile a quello di quando, finita la doccia, accendiamo il phon per ventiquattro secondi. Ogni ricerca su Google, ogni video guardato su YouTube, ogni foto condivisa su Instagram ha un costo in termini elettrici. Per non parlare dei bitcoin: per garantire la sicurezza della criptovaluta è necessaria tanta energia quanta ne consuma in un anno un paese come l’Irlanda. La stima è di Alex de Vries, bitcoin specialist per la società di consulenza Price Waterhouse Coopers.

Data center che inquinano quanto città

Si tratta di cifre sconcertanti anche per gli addetti ai lavori” confidava nel 2012 al New York Times Peter Gross, ingegnere con 30 anni di carriera nella progettazione di data center. Il quotidiano aveva realizzato un’inchiesta su quello che, già allora, appariva come una bomba a orologeria. “Un singolo complesso può arrivare a consumare più di una città di medie dimensioni”, proseguiva il tecnico. Il perché va cercato nelle abitudini degli utenti e nell’architettura di internet per come la conosciamo oggi, volta non tanto a garantire l’efficienza del sistema, quanto a ricalcare i comportamenti di chi ne fa uso.

Il modello tipico per l’archiviazione dei dati è costituito da gigantesche server farm. Mastodonti dislocati su tutto il pianeta, che assorbono energia come idrovore. E inquinano. Nuvole sporche, potremmo definirle, traducendo la parola “cloud”. Finito il tempo delle chiavette, oggi si può archiviare tutto in remoto grazie alle multinazionali del web. Il modello di business è semplice: l’azienda costruisce un gigantesco agglomerato di computer e affitta porzioni di spazio agli utenti. Che sia lo schema prevalente, e sia destinato a restarlo ancora per un pezzo, lo conferma l’intenzione di Google, annunciata di recente, di investire 3 miliardi di euro nella costruzione di nuovi data center in Europa.

Ma, come una tubatura rotta, buona parte delle risorse necessarie a farli funzionare viene dispersa. Il New York Times rivelò nella propria inchiesta come i big del web facessero funzionare le macchine sempre al massimo della potenza, anche quando il traffico non era al picco. Il risultato era che il 90% dell’energia assorbita dalla rete elettrica veniva sprecata. Uno studio di McKinsey mostrava come solo tra il 6 e il 12 per cento del consumo di elettricità veniva utilizzato per operazioni di calcolo: il resto serviva per mantenere i sistemi pronti e reattivi, un po’ come lasciare il motore della macchina al minimo quando si entra al supermercato, o la si parcheggia in garage. Il business online, del resto, si gioca su velocità e prestazioni. Siamo abituati ad avere i servizi che amiamo sempre pronti appena ci colleghiamo alla rete: non trovarli ci porta, semplicemente, a cambiare fornitore. Un rischio che i big del web, da Amazon a Facebook, non possono correre.

Non è finita. Ci sono, poi, le precauzioni contro imprevisti e blackout. Per compensare cali di tensione nell’ordine di pochi secondi (sufficienti, però, a mandare in tilt il sistema), nelle server farm sono allineate enormi batterie simili a quelle delle auto. Per prevenire interruzioni della fornitura più durature, invece, si impiegano enormi generatori a diesel, a volte installati in violazione delle disposizioni antinquinamento.

Le prime soluzioni: il caso di Cubbit

Individuato il problema, è partita la corsa a cercare le prime, pionieristiche, soluzioni.  E magari farci una startup. E’ il caso di Cubbit, realtà italiana nata nel 2016 dall’idea di quattro studenti a Bologna. “Per così dire, ricicliamo lo spazio web che non viene utilizzato” spiega a Wired Stefano Onofri, fondatore e amministratore delegato. “Il nostro software si installa su tutti i device dotati di storage e, invece di un solo, enorme data center, li usa come nodi di una rete distribuita per archiviare le informazioni degli utenti”.

Una scommessa sul futuro. “Non parliamo solo di hard disk, ma di Internet of Things, ovvero di tutti i dispositivi domotici che nei prossimi tre-cinque anni diventeranno onnipresenti, e resteranno sempre connessi”, continua Onofri. E aggiunge: “Pochi lo sanno, ma una smart tv di solito include un terabyte di spazio di archiviazione, che viene utilizzato solo al momento in cui vediamo un film. Tutto spazio sprecato, così come la banda domestica, inattiva  per gran parte del giorno, ad esempio quando siamo al lavoro”.

Cubbit la recupera: l’informazione viene spacchettata in 36 parti, e il software si assicura che almeno 12 siano sempre online. In caso contrario procede immediatamente al backup. Nessuno ha accesso all’informazione completa. “Nemmeno noi” precisa Onofri. Non solo. L’informazione viene archiviata il più possibile vicino all’utente, per essere richiamata con tempi di latenza bassissimi. “L’ideale, per esempio, per veicoli a guida autonoma”, chiosa l’ad. E per ridurre i consumi: perché ogni chilometro percorso da un bit fa lievitare il conto ambientale.

L’idea ha suscitato interesse. Cubbit è entrata, prima startup italiana, nel programma di TechStars a Tel Aviv, uno dei più grandi acceleratori al mondo. Ma anche l’Unione Europea ha deciso di concedere fiducia all’esperimento, erogando un finanziamento da due milioni di euro perché il progetto è in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile. E i giganti del web? “Per il momento, continuano per la propria strada – chiosa Onofri -. Immagino che abbiamo bisogno di vedere che il nostro è un modello che  funziona. Quando capiranno che è così, cambieranno politica. Del resto, stiamo parlando di alcune delle società più innovative del mondo”. Per il momento, l’approccio dei grandi della Rete è solo compensativo. Big G sta finanziando la costruzione di parchi eolici in Svezia e Belgio e la nascita di cinque progetti a energia solare in Belgio.

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brexit, esteri, politica

Boris Johnson è sempre più solo

A quattro settimane dalla possibile Brexit, Boris Johnson è sempre più solo. Il leader conservatore, diventato primo ministro a luglio, non se la passa bene. Appena insediato, ha perso i primi sei voti del proprio cammino in aula. Dopo aver chiuso il parlamento (e aver espulso 20 storici membri del partito che avevano osato votargli contro) è stato bacchettato dalla Corte Suprema, che lo ha costretto a riaprirlo. Il premier ha dovuto scusarsi privatamente con la Regina che, a quanto pare, sarebbe estremamente irritata perché costretta ad avallare l’improbabile serrata – per prassi il sovrano si limita a ratificare – salvo poi essere corretta da una “semplice” giudice. Stiamo pur sempre parlando di Sua Maestà.

Non è l’unica tegola caduta a Downing Street in poco più di due mesi. Il fratello minore di BoJo si è dimesso da parlamentare e sottosegretario convinto che, con l’oltranzismo sul no-deal, il familiare stia rispondendo al proprio ego più che all’interesse nazionale.

Scotta anche il fronte della vita privata. Nei giorni scorsi si è sparsa la voce che una ex modella e imprenditrice americana, Jennifer Arcuri, avrebbe avuto una storia con Johnson ai tempi in cui questi era sindaco della capitale britannica, ottenendo prestiti e altri vantaggi.

Per finire, Charlotte Edwardes, giornalista oggi al Times, lo accusa di averle toccato una gamba sotto al tavolo durante una cena privata nella redazione dello Spectator, dove entrambi lavoravano alla fine degli anni Novanta. In Gran Bretagna le molestie sessuali sono prese molto sul serio. L’ex sindaco di Londra, peraltro, era il direttore del settimanale. Lei non denunciò per timore di ritorsioni.

Raramente si è visto un fuoco di fila di tali proporzioni su un premier. Ma si tratta dei media e dell’intellighenzia. Nonostante i guai, i sondaggi lo danno ancora abbastanza popolare tra la gente.

Il platinato successore di Theresa May non commenta. Si è limitato a far sapere che non si dimetterà, per non concedere spazio a un’ennesima proroga della Brexit. Per recuperare consenso, rilancia con misure di politica interna, a partire dalla promessa di 40 nuovi ospedali da costruire nei prossimi dieci anni. L’impegno riprende un tema usato durante la campagna per il Leave, quando si ripeteva che i soldi risparmiati abbandonando Bruxelles sarebbero finiti nelle casse (al collasso) del servizio sanitario nazionale.

Mancano quattro settimane al 31 ottobre, e tutto lascia pensare che i colpi di scena non siano finiti.

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Dal fallimento Thomas Cook al turismo low cost: così viaggiare impatta sul pianeta

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia.

L’estate è alle spalle. La stagione dei viaggi no. “Se vedere il mondo finisce per rovinarlo, significa che dobbiamo starcene a casa?” si chiedeva, qualche settimana fa, il New York Times. La domanda non è peregrina. I dati sono impressionanti. Solo nel 2018, 1,4 miliardi di persone hanno compiuto spostamenti internazionali (fonte: United Nations World Tourism Organization): si stima che, entro il 2030, la cifra salirà fino a 1,8 miliardi. Eppure il colosso dei viaggi britannico Thomas Cook ha appena dichiarato bancarotta dopo 178 anni di storia.

Foto di katermikesch da Pixabay

Non solo. La Banca Mondiale ha rilevato che, rispetto al 2000, il numero di viaggi per persona è raddoppiato mentre una persona su dieci lavora in settori collegati al turismo, con un indotto vertiginoso per i territori. Risorse di cui, ormai, molte aree non possono fare a meno.  Il fatturato globale del comparto nel 2017 ammontava a circa 1.340 miliardi di dollari. Un fiume di denaro, che ha portato problematiche nuove e costringe a ripensare l’equazione che lega turismo e prosperità. Almeno a lungo termine.

 

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Overtourism: il prezzo della rivoluzione low cost

Da fenomeno di elite negli anni ’50, la platea di chi fa i bagagli si è progressoivamente allargata. Compagnie aeree low cost offrono biglietti a prezzi stracciati, piattaforme come Booking e Airbnb hanno reso più economico pernottare, favorendo l’incontro tra domanda e offerta e il confronto tra operatori. Spesso non serve neanche una guida: navigatori satellitari e web sono sufficienti per spingersi da soli fino ai confini del globo.

Le conseguenze non hanno tardato a farsi sentire. Si chiama “overtourism” il sovraffollamento turistico, una dose troppo alta per la capacità delle destinazioni. La classifica delle città sotto attacco è guidata da un’italiana: si tratta di Venezia, un “imbuto” da 20 milioni di visitatori l’anno, 357 in media per ognuno dei 50.000 abitanti del centro storico. Per questo da febbraio è stata inaugurata una tassa di 3 euro a persona per visitare la città lagunare, e nel 2020 il balzello potrebbe triplicare fino a 10 euro.

Ma il capoluogo veneto è in buona compagnia. Da Bangkok a Barcellona, da Amsterdam a Santorini non c’è tregua per i residenti, che sono arrivati perfino all’estremo di manifestare contro i vacanzieri.

 

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Santorini, da perla delle Cicladi a isola dei selfie

Ma è la perla bianca e azzurra delle Cicladi a raccontare la storia più drammatica, una favola triste a base di sole, selfie e pranzi al sacco.  “Santorini ha una conformazione geografica unica che le persone vogliono fotografare subito – spiegava il vicesindaco dell’isola, Loukas Bellonias, a un reporter dell’Economist, impressionato dalla quantità di scatti realizzati dai passanti.

“I social l’hanno trasformata da destinazione di mare fra le tante a meta tra le più popolari del mondo” confessa l’amministratore. Durante i picchi estivi, racconta, le compagnie telefoniche fanno fatica a garantire un servizio regolare a causa dell’enorme flusso di immagini postate.

Ma il turismo mordi e fuggi serve a far soldi, non a proteggere il territorio. Molti vogliono aprire un’attività sull’isola, uno dei pochi posti in Grecia in grado di superare la grande crisi di inizio secolo. Così Santorini è diventata preda di speculatori senza scrupolo. “Dove prima non c’erano che pochi villaggi sparsi – avverte Bellonias  quasi citando Celentano – in cinque o dieci anni potrebbe esserci una sola, grande città”.

Nel nord Europa non va meglio.  Mecca  riconosciuta dei liberi pensatori con i suoi coffee shop dove la cannabis è legale e il famoso quartiere a luci rosse, Amsterdam rimpiange i tempi in cui si arrivava in città per ammirare i canali o il museo di Van Gogh.

La politica per attirare visitatori ha funzionato talmente bene che l’amministrazione ha cominciato a diffondere appelli per ricordare che ci sono anche altri posti da visitare. I numeri confermano: diciassette milioni di abitanti, diciannove milioni di turisti. Troppo.

Volare? In Scandinavia è una vergogna

E poi c’è l’inquinamento. Nel 2016, due ricercatori pubblicarono uno studio interessante. La conclusione degli studiosi fu che un viaggio aereo da 2.500 miglia scioglie all’incirca 3 metri quadrati di ghiaccio artico. Il movimento anti-volo sta cominciando a riscuotere consensi soprattutto in Scandinavia. In Svezia, racconta il sito Skif, esistono parole che spiegano bene la situazione: come  ad esempio”flygskam” (vergogna di volare), “tagskryt” (vantarsi di prendere il treno), and “smygflyga” (volare di nascosto).

“Parecchie persone si sentono in colpa per il fatto di prendere l’aereo – spiega Patrick Whyte, giornalista britannico che copre il settore dei trasporti – Il numero è ancora abbastanza piccolo, ma non vuol dire che non possa crescere, specialmente se il cambiamento climatico diventerà qualcosa di più di una priorità”. La domanda è la solita: “Abbiamo diritto di volare a basso prezzo, se contribuisce a distruggere il pianeta?”

Pare che il passaparola stia cominciando a infastidire i tour operator. Nell’ultimo rapporto semestrale, Thomas Cook lamentava che “il movimento ambientalista che si oppone ai viaggi” starebbe impattando sulla “voglia dei turisti di concedersi una vacanza all’estero”, almeno stando ai numeri della sua business unit nordica.

Viaggiare in nave non è un’alternativa plausibile. Allo stato attuale, anche le più efficienti emettono dalle tre alle quattro volte più Co2 di un aereo per miglio percorso.

Il treno potrebbe rappresentare la risposta. Comodo e rapido su molte destinazioni interne, è poco considerato per i viaggi internazionali, anche perché non è facile prenotare un itinerario oltreconfine. La situazione sta cambiando: siti come Trainline  e  Loco2 offrono un motore di ricerca che consente di prenotare senza problemi da un paese all’altro. I costi, per il momento, non sono paragonabili: per andare da Londra a Milano centrale il 23 ottobre (data casuale) servono almeno 155 euro, 15 ore e un cambio. In aereo bastano 10 euro e 2 ore, salvo check-in e trasferimento da aeroporto a centro città. Siamo ancora lontani, scrive Whyte, da treni charter, che risolverebbero parzialmente il problema, almeno per chi non ha fretta e può godersi il panorama dal finestrino.

Turismo low cost, la reazione degli operatori: solo green marketing?

Un assunto dell’economia recita che “non esistono pasti gratis”. Ma a volte il prezzo si paga in modi difficile da immaginare. Il cambiamento del mondo come lo conosciamo è uno di questi.

La consapevolezza comincia a prendere piede anche tra gli operatori del settore, attenti a restare al passo con l’evoluzione dei gusti dei consumatori. KLM, compagnia di bandiera dei Paesi Bassi, invita a considerare opzioni alternative all’aereo, mentre le catene di hotel  IMG e Marriott hanno bandito le bottigliette di plastica dai propri alberghi.

Leggi anche: Viaggiare in camper senza spendere troppo (e senza avere un camper)? Ci pensa Cocovan

Stanno arrivando anche i big del web. Da qualche mese è nata Travalyst, sorta di consorzio formato da Booking, Ctrip, Skyscanner, TripAdvisor e Visa con l’ambizioso obiettivo di migliorare l’impatto dei viaggi. Sponsor d’eccezione è nientemeno che il principe Harry, recentemente accusato di usare jet privati per i suoi spostamenti invece dei più ecologici voli di linea.

Travalyst, si legge sul sito, vuole “utilizzare la propria influenza per promuovere in tutto il mondo iniziative che consentano di preservare le destinazioni, assicurarsi che le comunità locali prosperino e proteggere l’ambiente tramite pratiche responsabili”. Nulla si dice, però, sul modo in cui queste promesse saranno mantenute. In tempi in cui una Business Roundtable non si nega a nessuno, il dubbio è che possa trattarsi solo di green marketing.

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Perché vedere (o non vedere) l’ultimo di Tarantino

Lo dico subito, così non ci pensiamo più. C’era una volta a Hollywood, il nuovo film di Quentin Tarantino, non mi ha convinto. Non che sia una brutta pellicola, ma il regista californiano ci ha abituato fin troppo bene, e il risultato, una volta tanto, delude le aspettative. Che erano, da par suo, altissime.

Tarantino prende spunto dalla strage di Bel Air, eccidio che nel 1969 vide trucidata Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, assieme ad altre quattro persone, mentre il polacco si trovava a Londra.

L’eccidio fu compiuto da una setta di fanatici hippy ispirati da Charles Manson (che però non partecipò all’agguato, preferendo rimanere nascosto nella comune dove viveva), e scioccò il mondo immerso nel flower power del 1968.

Questa la cornice, che fa da sfondo alla storia di Rick e Cliff, un attore di serie B e il suo storico stuntman, amici per la pelle anche se divisi da un abisso in termini di ricchezza. Lo stile di vita, fatta la tara ai guadagni, è più o meno lo stesso: birra, cocktail, sigarette, musica a tutto volume, nessun orario. Il regista descrive le alterne fortune della carriera di Rick, che ha al suo fianco un amico fedele in grado di tirarlo fuori da guai quando occorre.

Un racconto carino dello spirito dei tempi e del mestiere dell’attore. Il problema è che tutto finisce qui. Il film è calato nell’atmosfera di quegli anni formidabili, ma non scava nel rapporto umano tra i due, restando in superficie, e dice poco anche sui tormenti di chi recita e vede la carriera scemare. Non che la specialità del regista di Los Angeles sia insegnare qualcosa, ma personalmente mi è rimasta la sensazione di un‘incompiuta. Manca la tensione narrativa, una trama compatta che riesca a tenere avvinto lo spettatore, per un regista che del climax ha fatto il suo marchio di fabbrica. La pellicola scorre placida e godibile, e questo è tutto. Anche qui, intendiamoci: ciò che a molti sarebbe perdonato, con Tarantino lascia spiazzati.

Il film, nonostante tutto, è carino, con numerosi siparietti divertenti (notevole quello con Bruce Lee), e le due ore e mezzo scorrono, tutto sommato piacevoli.  Le inquadrature sono coloratissime (il regista californiano con la macchina da presa ci sa fare, non è una novità, e lo stile anni Sessanta non passa mai di moda) e anche la colonna sonora è godibile  (ma meno di altre occasioni, vedi Pulp Fiction o Kill Bill).

Brad Pitt e Di Caprio? Che dire, sono bravi e si sapeva. Anche in questa occasione si confermano all’altezza. A giudicare dagli ululati, il pubblico femminile in sala non ne apprezza solo le doti recitative. C’è anche una particina per De Niro, che non si scatena.

Dicono che Tarantino abbia lavorato alla sceneggiatura per cinque anni. A me pare che si sia preso una lunga, lunghissima vacanza in attesa di tornare con il decimo – e a suo dire ultimo  – film. Ci auguriamo che non sia così.

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Brexit, i rischi per l’economia UK

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Trecentoventotto a trecentouno: Westminster si è espresso martedì sera dando via libera a una mozione che autorizza il parlamento britannico ad  approvare una legge per impedire l’uscita dalla UE senza accordi. Sembrano formule da Prima Repubblica, invece si tratta di Londra. Benvenuti nel Regno Unito versione 2019.

Prendere il controllo della crisi su Brexit e impedire un no-deal. La sconfitta di Boris Johnson al primo voto parlamentare da quando è alla guida del governo coincide anche con la perdita della maggioranza in aula dovuta al passaggio di Philip Lee ai liberaldemocratici, all’opposizione. La ribellione ha scatenato la reazione furiosa del premier, che ha espulso, come promesso, i traditori dal partito conservatore. Cosa accadrà ora? Difficile dirlo. Potrebbero esserci le elezioni; ma non è detto che si torni alle urne, dato che per farlo serve l’accordo di due terzi del Parlamento, e da martedì non c’è neanche una maggioranza.

Una crisi senza fine cominciata nel 2016

Ma cerchiamo di capire qualcosa di più di questa crisi senza fine.

L’ex sindaco di Londra si insediò meno di due mesi fa al numero 10 di Downing Street con la promessa di risolvere l’impasse in cui si era impantanata Theresa May, il cui accordo con Bruxelles, negoziato nel corso di due anni, fu bocciato per tre volte dall’aula.

Il platinato ex corrispondente dalla capitale belga, noto, anche da giornalista, per una certa tendenza all’esagerazione (quando non all’invenzione) promise soluzioni in tempi brevi a un uditorio stanco di dibattiti.  Il classico uomo solo al comando.

Probabilmente qualche delegato starà rimpiangendo il voto che lo portò a prendere il controllo prima del partito conservatore e poi, conseguentemente, del governo, in un percorso che non ha previsto il passaggio dalle urne. Un paragone italiano può essere con la parabola che portò a Palazzo Chigi Matteo Renzi.

Conta il risultato, prometteva Johnson, pochi fronzoli. La tattica? Un misto di decisionismo e atti al limite del regolamento. Come la chiusura del Parlamento proprio a ridosso della probabile uscita, prevista per il 31 ottobre. Il senso della mossa è stato impedire ai deputati di sabotare le spericolate manovre del premier. Manovre all-in, come si dice nel poker: si vince o si perde tutto.

Un atteggiamento spavaldo che avrebbe dovuto servire per negoziare sconti e concessioni da Bruxelles. Ma i rischi, se il bluff non riuscisse, sono alti. Il perché di tanto timore è presto detto.

Al di là della propaganda, analisi e studi, anche governativi, hanno messo in luce le conseguenze nefaste di un’uscita no-deal: anni di recessione, difficoltà di approvvigionamento, almeno per i primi mesi, persino di beni essenziali come farmaci, mobilità internazionale ridotta, per citarne alcuni. E tutto da un giorno all’altro.

Cosa accade ora?

Le elezioni sono quello che vuole Johnson; ma chi si oppone alla sua idea di no-deal farà di tutto per dilatare i tempi e impedirgli di arrivare al non-accordo in maniera trasversale proprio convocando una consultazione. Questa, infatti,  si sovrapporrebbe nei tempi alle ultime finestre lasciate aperte dalla UE.

Cosa fa l’Unione Europea?

Sta alla finestra, per il momento. Bruxelles non sembra disposta a trattare  ulteriormente. Il testo resta quello negoziato con la May e bocciato nei mesi scorsi da Westminster. Nulla è cambiato per i Ventisette.

Ma quali sono le conseguenze della Brexit in termini economici?

La prima, di questi giorni, è la caduta della sterlina a livelli che non toccava dal 2016.

Ma non solo. L’incertezza non aiuta l’economia. Gli investimenti diretti esteri sono passati dai 216 miliardi di euro nel 2016 a 92 nel giro di tre anni, e molte multinazionali hanno deciso di spostare gli headquarters sul suolo europeo per non rischiare. In pole position ci sono Amsterdam e Parigi, che hanno incominciato da tempo una intensa attività di lobbying e di pressione sui ceo delle maggiori aziende oggi con sede a Londra per vantare le meraviglie di Olanda e Francia.

Da luglio 2016, vacanze e merci importate sono diventate più costose per i britannici. Da segnalare, però, anche un effetto di segno contrario: le esportazioni britanniche sono diventate meno care.

E l’immobiliare?

Il mercato immobiliare è sceso. Dopo essere cresciuto del 66% in termini di prezzi dal 2010 al 2016, negli ultimi tre anni ha frenato. Ma non è chiaro se si tratti di una flessione ciclica o legata direttamente alla Brexit.

Quello che è certo, per usare un gioco di parole, è che non ci sono certezze. Un assunto un tempo impensabile in quello che era il regno della prevedibilità, dove si gira con l’ombrello anche quando c’è il sole perché, non si sa mai, potrebbe piovere. Un’epoca, forse, giunta al tramonto.

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Ofo, Tink Labs e le altre: scaleup cinesi, quando crescere in fretta è un problema

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Erano 4.000, un’onda gialla che colorava Milano. Vederle sfrecciare era diventata un’abitudine, come trovarle parcheggiate di fronte al bar dell’aperitivo o all’uscita dal posto di lavoro. Oggi giacciono abbandonate in aiuole, parcheggi di supermercati. Qualcuna nel corso dei mesi è finita persino sopra un albero. Di recuperarle si occuperà il Comune, dato che l’azienda proprietaria è sparita, lasciando senza lavoro anche i dipendenti della cooperativa cui aveva affidato la manutenzione.

È la storia di ofo (minuscola voluta, si chiama proprio così), supernova cinese della sharing mobility a due ruote, capace di brillare per una stagione raccogliendo 2,1 miliardi di dollari e implodere nel giro di pochi trimestri, arrivando a un passo dal fallimento. Le bici abbandonate di Milano sono un esempio di come vanno gli affari in Europa; ma anche in Cina la situazione non è rosea. Tanto che, evitata di un soffio la bancarotta, la società ha recentemente inaugurato un servizio dotato di docking station: non più bici libere da prendere e lasciare dove capita, ma una serie di punti di raccolta fissi dove si può ritirare e consegnare la due ruote. Un’assicurazione contro il vandalismo, e un’implicita ammissione di non essere riusciti a gestire il servizio free floating.

 

Scaleup cinesi: quando crescere è prematuro

Accade sempre più spesso, in Cina. Grazie alle dimensioni abnormi del mercato interno – due miliardi di persone accomunate da lingua e abitudini di consumo – le startup che indovinano il prodotto o il servizio giusto possono conquistare una crescita esponenziale nel giro di pochi mesi. Gli utenti arrivano tramite il passaparola e si moltiplicano grazie a copiosi investimenti in marketing: a questo punto entrano in gioco le decine di milioni di dollari profuse da fondi di investimento attenti solo ai “muscoli da specchio” della crescita.  Numeri che si sgonfiano bruciando cassa a velocità superiore a quella – già supersonica – con cui giovani manager rampanti e occidentalizzati spesso persino nel nome riescono a procurarsela. Si chiama premature scaling, fantasma lugubre che si aggira per la Cina lasciando dietro di sé cimiteri di rottami, come quello ritratto nella foto qui sotto.

Il caso di ofo, regina del bike sharing

Nel caso di ofo, le voci su una presunta fragilità dell’azienda cominciarono a rincorrersi sul finire del 2018. Bastarono pochi giorni perché milioni di utenti si precipitassero, all’unisono, a chiedere la restituzione dei depositi cauzionali necessari per utilizzare il servizio. Risultato? La bolla si sgonfia all’improvviso. “Restituire i soldi agli utenti, pagare i debiti ai fornitori (ma in Italia c’è ancora un buco di oltre 300mila euro, ndr) e continuare le operazioni” – scriveva a dicembre il fondatore e ceo Dai Wei –  ha generato “immense pressioni sul flusso di cassa”. L’uomo si era rivolto ai dipendenti con una missiva per prepararli all’eventualità di trovarsi senza lavoro dalla sera alla mattina.

 

Pare che dietro il tracollo della scaleup partita dai campus universitari di Pechino ci sia stato un misto di presunzione, internazionalizzazione precoce e problemi di management. Così, almeno, la pensa Jeffrey Towson, professore di Investment all’università della capitale. Due o tre miliardi di valutazione, secondo il docente, in Cina sono abbastanza per essere un bike sharing di successo, ma non per diventare leader di mercato nel settore della mobilità integrata. E i pesci piccoli (per modo di dire) a quelle latitudini muoiono. ofo è cresciuta troppo in fretta per le proprie capacità, senza, tuttavia, raggiungere la massa critica necessaria a operare nel contesto in cui è nata.

Scaleup cinesi finite troppo presto:  ci sono anche proptech e servizi per hotel

Anche a Bluegogo non è andata bene. Terzo player cinese delle bici in sharing, ha dichiarato fallimento nel 2017 dopo aver raccolto più di 90 milioni di dollari di investimenti. Ma il problema travalica i confini del settore.

La vertigine da eccesso di crescita ha già toccato altri mondi, come l’immobiliare Ai Wu Ji Wu (IwJw), attiva dal 2014 nel proptech e capace di raccogliere 305 milioni sul mercato, ma finita in liquidazione nel febbraio scorso.

L’ultima arrivata nel poco invidiabile club è Tink Labs, società di Hong Kong che fornisce smartphone gratuiti ai clienti degli hotel di mezzo mondo. Diventata  uno dei primi “unicorni” della città, all’apice del successo aveva raggiunto una valutazione di 1,5 miliardi di dollari e forniva i propri servizi a 600mila stanze d’albergo in 82 paesi, incluse quelle di catene molto prestigiose come InterContinental Hotel Group e Hyatt Hotels. Ma settimana scorsa, un articolo del Financial Times ha dato conto di centinaia di licenziamenti.  “Non ho mai pensato potesse durare, ma non pensavo nemmeno che avrebbe chiuso così in fretta” ha confidato l’ex capo delle Risorse Umane per Europa, Africa e Medio Oriente Nathalie Vioules. Tutto quello che contava per il ceo Terence Kwok, racconta la donna ai giornalisti, era “fare soldi”.

“Fiumi di venture capital per non  perdersi la nuova Alibaba”

La paura di perdersi “the next big thing”  ha dopato il mercato gonfiandone i muscoli come in certe gare di culturismo.“Il comparto del tech in Cina ha impressionato gli investitori globali sin dalla fulminante ascesa di Baidu, Alibaba e Tencent – sintetizzava il South China Morning Post qualche settimana fa – Per paura di essere tagliati fuori di nuovo, sulle nuove generazioni di startupper in settori come l’e-commerce e il fintech sono stati letteralmente rovesciati fiumi di venture capital, contribuendo a creare un elenco di unicorni cinesi capaci di schiacciare le aziende di altri paesi”. Modelli di business interamente basati sulla crescita a due e tre cifre, non più sostenibili ora che l’economia cinese sta rallentando e il mercato si sta saturando.

Un problema di innovazione

Ma c’è  anche un altro problema, connaturato all’economia del colosso asiatico: a molti giganti locali mancano la componente di innovazione e il know-how  delle imprese statunitensi, europee o israeliane. “Definire di livello mondiale la tecnologia di queste imprese significa sopravvalutarle” ha commentato Jialong Liu, general manager del settore carte di credito alla China Merchants Bank. “Ciò che le ha rese di successo è stata l’ampiezza del mercato cinese” chiosa, e si tratta del suo paese.

Le opportunità per le imprese italiane

Secondo quanto riportato dal Financial Times, il flusso di capitali nel settore tech cinese si starebbe già contraendo.  In contemporanea, sarebbero aumentate le verifiche dei potenziali investitori, ormai consapevoli dei rischi.

Questo può tradursi in nuove opportunità per un certo numero di aziende europee e italiane, finora sovrastate dai giganti asiatici. Come l’italiana Manet, che fornisce lo stesso servizio di Tink Labs ma impiegando un modello di business diverso, centrato su maggiore qualità. “Hanno inondato il mercato di device di basso livello per anni con una politica di prezzi molto aggressiva a cui era difficile stare dietro” spiega a StartupItalia Antonio Calia (leggi l’intervista), ceo e fondatore del player italiano.  “Ma appena è uscito l’articolo del Financial Times, il mio cellulare è diventato rovente, e ha cominciato a squillare come il giorno in cui ho compiuto 18 anni: erano clienti preoccupati, ma anche dipendenti dell’azienda che cercavano di assicurarsi un futuro in caso di fallimento”.  Pare siano 600 gli hotel e 50mila camere a rischio di restare sguarnite. Clienti che avevano puntato su una soluzione low-budget e che ora potrebbero finire dritte nel portafoglio dell’azienda di Calia, nata nel 2017, e rimasta finora in sordina a perfezionare il proprio modello di business e struttura dei costi. Il prodotto che ne è derivato consente maggiori personalizzazioni e interattività, e potrebbe portare una parte del settore a riconsiderare servizi proposti a condizioni troppo allettanti.

Qualità di prodotto e procedure pagano sulla medio-lunga distanza? E’ quello che spera chi fino ad oggi ha dovuto accontentarsi delle briciole. “E’ solo quando la marea si ritira che si scopre chi nuotava nudo” recita una delle massime più famose di Warren Buffet, il principe degli investitori. Uno che (quando lavora) non fa certo beneficenza.

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Sandbox fintech: cos’è e perché funziona (spiegato bene dai protagonisti)

Questo articolo è apparso originariamente su StartupItalia.

Fintech è la parola del momento. Sono sempre più i governi che si stanno dotando di politiche speciali per consentire ad aziende capaci di innovare in un settore tutto sommato conservatore come quello finanziario di crescere più facilmente. Le banche arretrano, ma le regole, in fondo, sono state scritte per loro. Di pari passo con l’avanzare della tecnologia, nuovi modelli di business impensabili fino a qualche anno fa vengono tentati: in qualche caso con successo, rompendo un monopolio di fatto, aumentando la concorrenza e semplificando la vita a milioni di utenti.

Ma i nuovi imprenditori, quelli che non sono abituati ad andare in filiale, hanno fame di canali alternativi per parlare con i decisori. Il gap generazionale e la scarsa consapevolezza di dove si collochi, oggi, la frontiera dell’innovazione frenano lo sviluppo, quando non si parla, addirittura, di interessi corporativi. In questo contesto, persino il linguaggio diventa un tema importante per comprendersi. La  rivoluzione sta cominciando, guidata dagli under 40.

Sandbox fintech: obiettivo attrarre aziende

Anche l’Italia ha cominciato a muoversi. È stato il decreto Crescita (entrato in vigore a metà luglio) a cogliere il cambiamento in atto con l’istituzione di un “sandbox fintech”, un programma di supporto tramite cui le aziende potranno sperimentare e interagire con i policy makers. I quali manterranno un atteggiamento di ascolto, pronti a carpire informazioni essenziali su come si fa business nel 2019 e a cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo.

Due gli obiettivi del Governo: “Innanzitutto, le nuove norme necessarie al settore non verranno semplicemente calate dall’alto ma saranno scritte assieme agli operatori” spiega a StartupItalia Giulio Centemero, capogruppo della Lega alla Commissione Finanze di Montecitorio e relatore del testo. “In questo modo si facilita la vita alle imprese italiane: ma è inutile nascondere che tra gli obiettivi rientra anche quello di attirare aziende straniere nel nostro paese”.

Il “Comitato Fintech” è la cabina di regia istituita ad hoc. Membri permanenti saranno i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, la Banca d’Italia, Consob, l’Antitrust, il Garante per la privacy, il Garante per i dati personali, IVASS (Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni), l’Agenzia per l’Italia Digitale. Presenti, insomma, tutti i soggetti istituzionali preposti alla vigilanza.

Un organo trasversale dotato del potere di invitare alle proprie riunioni (con funzioni consultive e senza diritto di voto) un ampio ventaglio di istituzioni, autorità, associazioni di categoria, imprese, enti e soggetti operanti nel settore della tecno-finanza.

Come Italia Fintech, che raccoglie le principali realtà del settore. “La creazione del sandbox è un fatto sicuramente positivo – commenta Marta Ghiglioni, giovane ma preparatissima managing director – ma attenzione: perché siano efficaci, le nuove norme non devono essere troppo rigide. Altrimenti il rischio è quello di tornare al punto di partenza”.

Sandbox fintech: l’esperienza UK di Oval Money

Ma cosa significa davvero partecipare a una sandbox per un’azienda? E conviene farlo? L’esperienza di altri paesi può essere d’aiuto. In prima linea troviamo il Regno Unito, per tradizione attento a recepire le tendenze finanziarie. Un percorso, quello britannico, interessante come riferimento, e peraltro ancora attivo. Claudio Bedino è cofondatore di Oval Money, società di gestione del risparmio nata a Londra tre anni fa da un team italiano. Oval Money ha preso parte alla sandbox UK nel 2016. Di cosa si tratta, in parole semplici?

“E’ uno schema pensato per mettere alla prova un certo numero di progetti ad alta innovazione, business che sembrava impossibile definire nel perimetro regolamentare tradizionale – chiarisce Bedino – Il dialogo col regolatore, che di solito è un soggetto distante da chi fa impresa, nel caso del sandbox avviene in maniera disciplinata, aperta e rapida; un percorso che ci ha portato a conoscerci reciprocamente meglio, e a interagire utilizzando un linguaggio moderno e adatto alle esigenze del nostro settore, aspetto assolutamente non secondario”. Perché nomina sunt consequentia rerum: e un lessico aggiornato può fare la differenza tra un testo di legge chiaro e uno criptico, evitando zone grigie e velocizzando l’applicazione del diritto, qualora necessario.

Il percorso dell’azienda nello schema, prosegue il manager, è durato sei mesi. “Per entrare si presenta una domanda volta a selezionare le aziende realmente innovative. Superato questo scoglio, si definiscono i parametri su cui si articolerà la fase di test: ad esempio un determinato numero di utenti, o una particolare categoria di investitori. Questa procedura di ingresso può richiedere qualche settimana, al termine della quale si parte con il test vero e proprio. Che purtroppo – devo dire – pur essendo utilissimo dura poco: finite le fasi preliminari, restano circa tre mesi di lavoro”. Un primo aspetto da tenere presente quando si tratterà di trasferire l’esperienza in Italia è proprio questo: la durata.

Ma i soldi dei consumatori sono al sicuro? chiediamo. “Niente paura: il sandbox non è un lasciapassare per andare off regulation e giocare con i risparmi della gente – rassicura il manager – Il principio è: o ci troviamo già nel perimetro delle regole preesistenti e le applichiamo, oppure è necessario crearne di nuove.  Ma nessuna deroga che consenta abusi. Secondo la mia esperienza, nell’80% dei casi si ricade dentro alla normativa vigente: la difficoltà, spesso, è solo capire in che maniera applicarla a chi innova”. Chi siede dall’altra parte della scrivania a volte fatica a capire la reale attività delle startup e i modelli di business. “E’ successo anche a Oval Money, che inizialmente era stata presa per una banca: in realtà non lo siamo, e lo abbiamo spiegato”. La lente d’ingrandimento aiuta il legislatore a sviluppare un capitale di conoscenze aggiornate che sarà messo a disposizione di tutti i nuovi attori dotati di caratteristiche simili, con guadagni in termini di tempo dovuti a iter autorizzativi più brevi e procedure di controllo sperimentate. Ci guadagnano tutti: lo Stato, le aziende, e anche gli investitori, che non scommettono più al buio.

 

Moneyfarm, l’altra italiana in UK

Il dialogo è il punto centrale, conferma Moneyfarm, altra azienda con dna italiano che ha vissuto un’esperienza vicina a quella del sandbox in Gran Bretagna: ha partecipato all’Innovation Hub UK, una versione – per così dire  – leggera del programma.

“Siamo recentemente stati ammessi a ricevere supporto diretto dalla Advice Unit della FCA, alla quale possiamo richiedere direttamente un riscontro nel caso avessimo necessità di implementare modifiche significative al nostro modello di business o ai nostri requisiti organizzativi – afferma David Mascarello, legal counsel di Moneyfarm (domani pubblicheremo l’intervista completa)  – Ad esempio, modifiche all’algoritmo che governa la valutazione di adeguatezza, innovazioni di prodotto suscettibili di modificare il “Regulatory Perimeter” nel quale ci muoviamo quando prestiamo il servizio di consulenza o quello di gestione di portafogli”.

Una possibilità non da poco, considerata la posta in gioco e la rapidità con cui è necessario adeguarsi ai cambiamenti. Spesso gli uffici legali navigano al buio. “Esperienze del genere – riprende Mascarello –  danno alle imprese il vantaggio di poter sviluppare i propri prodotti e servizi in uno spazio sicuro dal punto di vista della conformità alle norme e, attraverso l’interazione con il regolatore, di comprendere meglio il quadro regolamentare applicabile alla propria offerta”.

Il risultato per il Regno Unito è stato una copiosa produzione di strumenti di soft law come policy statements e guidelines, che vanno a integrare le norme primarie senza scatenare gli effetti a cascata di una sostituzione tout court della legislazione pregressa.

Sandbox fintech: creare una nuova classe di “burocrati digitali”

Ma non mancano le voci critiche, che sostengono che un ambiente artificiale scoraggia gli investimenti perché non è in grado di mettere realmente alla prova le aziende.  Qualcuna si è levata anche in Italia. L’opinione di Moneyfarm è differente: “I dati dal Regno Unito aggiornati all’aprile 2019 suggeriscono l’opposto: il primo gruppo di imprese che ha superato con successo la fase di test del Regulatory Sandbox (a fine 2016) ha ricevuto più di 135 milioni di sterline  in equity funding e l’80% di queste imprese sta ancora operando sul mercato”.

Adesso ci sono 180 giorni per scrivere i regolamenti attuativi: un lasso di tempo sufficiente ma non infinito. Il sandbox fintech è un’occasione da non perdere per creare una classe dirigente ricettiva e pronta a cogliere le sfide del futuro in maniera responsabile ma aperta. La crescita digitale di un paese passa anche dalla creazione di una burocrazia in grado di cogliere il cambiamento. Le università hanno da tempo cominciato a formare professionisti esperti in queste tematiche, ma sarebbe peccato mortale rinunciare all’esperienza di chi è in prima linea sul mercato. Una sorta di open innovation applicata alla cosa pubblica. Finalmente.

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