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TiSOStengo: nasce la testata editoriale

L’editoriale di presentazione del magazine  tiSOStengo, un nuovo  progetto editoriale legato ai temi di salute e sanità. 

Il “sentito dire” è la prima fonte di informazioni per tutti: chi consultasse l’enciclopedia per dirimere ogni singolo dubbio rischierebbe di rendersi ridicolo. La vox populi è rapida, e, ammettiamolo, spesso non si discosta troppo dalla verità. L’importante è saper andare oltre le chiacchiere tra amici, e controllare quel che ci viene raccontato quando si tratta di argomenti rilevanti; e la salute ovviamente è tra questi.

Pochi giorni fa è nata la nostra testata editoriale. In realtà, come sapete, abbiamo cominciato le pubblicazioni da diversi mesi. Giorno dopo giorno, però, abbiamo visto questa pianta crescere, e, forti dell’apprezzamento che ci avete manifestato, ci siamo decisi a dare una veste istituzionale ai contenuti che produciamo.

Adesso la testata è registrata in tribunale. Ci siamo sentiti di compiere questo passo per due motivi. Il primo, semplicemente, è che la legge lo impone se, come nel nostro caso, le pubblicazioni da sporadiche diventano regolari. Il secondo è che ci teniamo a sottolineare che i nostri contenuti sono scritti con leggerezza per quanto riguarda lo stile, ma senza mai dimenticare la professionalità. Facciamo il nostro lavoro con scrupolo, precisione, cercando di evitare la banalità per fornire un’informazione utile e, perché no, stimolante.
Abbiamo deciso di creare una testata editoriale perché la Rete offre a chiunque la possibilità di amplificare notizie prive di fondamento, e non sempre un sito ben curato o un’applicazione ben fatta assicurano la qualità dei contenuti. Noi cerchiamo di mettere a disposizione la nostra esperienza per assicurarvi tutto questo.

Siamo una redazione giovane, ma ci siamo dati delle regole. Citare sempre le fonti, per esempio. Oppure comprare le foto: tutte le immagini che vedete sono regolarmente acquistate da professionisti, che ricevono una retribuzione per il proprio lavoro. Puntare sulla qualità e non sulla quantità: se non siamo sicuri di una cosa, semplicemente, non la scriviamo. E, ultimo ma non per importanza, ci siamo imposti di tutelare la lingua italiana, patrimonio nazionale che merita rispetto.

Esistono sicuramente redazioni più strutturate della nostra, giganti dell’editoria che hanno storia e tradizione da vendere. Noi, nel nostro piccolo, proviamo a difenderci. Proponiamo un modello di giornalismo alternativo e giovane, senza rinunciare alla serietà che la materia richiede.

Se facciamo bene il nostro lavoro sarete voi a giudicarlo. Di una cosa, però, siamo certi: preferiamo le critiche oneste alle lodi sperticate. Vogliamo creare un rapporto con chi ci legge, e saremo sempre pronti a rispondere e dare conto di quello che scriviamo. Continuate a seguirci, come avete fatto finora. L’avventura è appena cominciata.

Antonio Piermontese
@apiemontese

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salute

Verga, l’ospedale brianzolo che l’Europa ci invidia

Il pezzo qui sotto è stato pubblicato su tiSOStengo.

Quando Giovanni Verga, colpito al cuore dalla morte prematura della figlia, iniziò ad accarezzare il sogno di far vivere la piccola almeno in un’associazione, non avrebbe pensato di veder nascere il miglior ospedale per la cura delle leucemie pediatriche d’Italia, e forse d’Europa. Un centro dislocato su quattro piani, dove ogni dettaglio è curato pensando ai giovani ospiti e persino ai genitori, che assieme ai figli vivono l’esperienza della malattia e possono sentirsi a casa.

Ci sono voluti quattordici milioni di euro e l’aiuto di centinaia di familiari, volontari, associazioni e industrie del territorio per erigere quello che, più che un nosocomio, è un monumento all’Italia che sa darsi da fare. Un modello di collaborazione fra iniziativa privata (tanta) e sistema pubblico diventato caso di scuola. Per i risultati, non per le intenzioni.

Siamo a Monza, in Brianza, terra operosa, votata al lavoro e al sacrificio. Da sempre, il buen retiro della borghesia milanese. Qui i ricchi e i nobili venivano a trascorrere le vacanze lontano dal fracasso della città. Un lembo verde nella sconfinata pianura industrializzata che si distende fino a Varese, a Bergamo e a Brescia. Il comitato Maria Letizia Verga vede la luce a Milano nel 1979, ma bastano un paio d’anni perché la mancanza di spazio imponga di cercare una nuova sede; Monza ne ha.

La storia è quella di una ragazzina colpita da leucemia: le terapie non funzionano, e la piccola spira tra le braccia dei genitori. Il trauma smuove il padre. Per non lasciarsi annientare al dolore, Verga cominciò a raccogliere fondi per migliorare, un giorno, le condizioni dei bambini come la sua, che trascorrevano le giornate in reparti plumbei e anonime camerate da sei letti. Accanto a loro, genitori stremati che si addormentavano sulle sedie.

L’idea prende corpo. Parliamo di trentasette anni fa, ai tempi di leucemia si moriva quasi sempre. L’idea è buona, vale la pena di sostenerla. Il carisma di Verga, un “founder” molto diverso da quello tratteggiato nella recente pellicola, trova una valida sponda nella comunità locale. E così tra un evento di beneficenza e un banchetto in piazza, le donazioni cominciano ad arrivare.

Gli sforzi si moltiplicano, come fiori al principio di primavera. Sono passati undici anni dall’approdo in Brianza quando, nel 1993, nasce il day hospital, che consente di risparmiare ai piccoli pazienti lo stress dell’ospedalizzazione e ai genitori di dormire finalmente a casa propria. Una rivoluzione copernicana, che permette di mantenere abitudini e riferimenti in un’età delicata, e di tagliare i costi di gestione. Per chi viene da lontano, nel 1999 vede la luce il residence Maria Letizia Verga: una cascina completamente ristrutturata a spese del Comitato, dotata di 16 appartamenti, a cui le famiglie possono appoggiarsi per i lunghi periodi richiesti dalle cure. Nello stesso anno nasce anche il centro Trapianti Midollo Osseo, che oggi, da solo, effettua il 10% degli interventi eseguiti in Italia.

Il nuovo millennio si apre all’insegna della ricerca. Nel 2002 viene inaugurato un laboratorio all’avanguardia di Terapia Cellulare, che nel 2007 riceve l’autorizzazione dall’AIFA (l’Agenzia Italiana per il Farmaco) a produrre farmaci sperimentali.

Mancava ancora qualcosa, però. Bisogna attendere il 2013 perché prenda vita il progetto più ambizioso: la costruzione di un vero e proprio ospedale, autonomo rispetto al vicino San Gerardo, ma che potesse, al contempo, integrarsi con esso. Fino ad allora, i bambini leucemici erano curati all’undicesimo piano della struttura monzese. Spesso le grandi idee nascono da un imprevisto; in questo caso la scintilla scocca quando il personale medico scopre che i lavori di ristrutturazione del nosocomio sarebbero durati almeno sei anni: troppi per i piccoli pazienti, senza contare il rischio altissimo di contaminazione con le polveri.

Verga capisce che è l’occasione per provarci. In pochi mesi, mobilita le risorse economiche e il network relazionale costruiti in 30 anni di attività, e comincia a dare forma al progetto che vale una vita. Si avvale della consulenza “qualificata” dei piccoli pazienti – che hanno espresso le loro richieste: vogliono un ambiente colorato, accogliente, dove trascorrere una parte importante della loro vita in serenità e non essere semplicemente curati – e di quella dei genitori, ma tiene conto anche dell’esperienza del personale sanitario.

Gli architetti disegnano un complesso di quattro piani, ispirato ai criteri della cromoterapia, dotato di spazi per i bambini piccoli e di un angolo per i teenagers, di stanze singole e di un day hospital dove poter effettuare i trattamenti. Gli infermieri sono collocati al centro della stanza, con un bancone circolare che offre una panoramica completa di quanto accade. Una struttura di respiro europeo, più che italiano. Il San Gerardo cede il terreno, i soldi arrivano da associazioni, imprese, e anche da privati: comincia la corsa per mettere insieme il necessario ad accendere un mutuo e avviare i lavori.

Ogni stanza, ogni ambiente, è “preso in carico” da un soggetto, dal supermercato di zona alla grande realtà della distribuzione mondiale. Al pianterreno i corridoi colorati, i locali e le stanze per il relax, richiamano un immaginario asilo. Al piano interrato, invece, moderni laboratori di ricerca e diagnostica studiano nuove terapie. La malasanità è un ricordo lontano.

La ricetta, del resto, era collaudata. Passione contro svogliatezza. Precisione contro approssimazione. Trasparenza contro spreco. A garantire per tutti, la mano pesante di Verga, che motiva il personale e lo sprona con lo spirito di un guerriero. Bastano un sorriso e una pacca sulla spalla per ricominciare più forte di prima.

Ma libri economici e partite doppie non sono orchi malvagi, esistono davvero. E i conti vanno pagati, anche quelli di un ospedale pediatrico. Per mandare avanti il Centro (nato da iniziativa privata, ma pubblico e accessibile a tutti tramite il Sistema Sanitario Nazionale) è necessario mantenere costante il flusso di cassa. Non sempre facile, anche perché la raccolta di denaro si rivolge soprattutto al territorio monzese e milanese. “Le radici del nostro finanziamento – confermano i responsabili del fundraising – al momento sono più che altro locali”: e se è vero che la comunità ha sempre risposto all’appello, la ricerca e la cura, fatte a questi livelli, costano care. Ma sono le stesse che in tre decenni hanno consentito di elevare il tasso di sopravvivenza dei bambini dal 30% all’80% . Nasce una struttura dedicata alla raccolta fondi, che si occupa di tutto. Il tessuto economico risponde; ma chi vuole dare una mano, può farlo anche donando il proprio tempo: tra le attività che si svolgono nel centro, non è difficile trovare il modo di rendersi utili. Dall’intrattenimento all’aiuto nei compiti, c’è sempre qualcosa da fare.

Oggi il sogno si è realizzato. Un modello replicabile? Forse. Sicuramente, serve un territorio ricco e socialmente impegnato, condizione che in Brianza, senza dubbio, ricorre. Serve un leader carismatico capace di guidare il progetto e garantire sull’impiego dei fondi; e serve la cooperazione degli enti locali e delle aziende ospedaliere, che, se non finanziano, devono quantomeno spianare la strada dal punto di vista burocratico. In un periodo in cui la sanità pubblica sta cedendo il passo a quella privata (per chi può permettersela), il centro Maria Letizia Verga di Monza propone un modello misto, una terza via dal sapore nordico. L’impressione è che l’ingrediente fondamentale per oliare i meccanismi sia la fiducia. Fiducia nel futuro e nella possibilità di realizzarlo, fiducia che quanto donato non sarà sprecato, fiducia nei medici. Probabilmente, più dei soldi, è questo l’ingrediente raro.

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politica

Referendum 4 dicembre, le ragioni per dire sì

Non c’è certo bisogno di un’altra voce nel frastuono di opinioni sul referendum costituzionale del 4 dicembre. E poi, prendere posizione su una questione del genere espone a un rischio: quello di trovarsi, fra qualche anno, a dover difendere le conseguenze della propria scelta.

Ciò premesso, nascondersi è, probabilmente, peggio. Tanto più che il dibattito ha assunto toni da stadio e sono in pochi ad aver letto la riforma. Per la cronaca, bastano un paio d’ore.

Un documento molto utile si può trovare a questo link. L’autore ha messo a confronto il (vecchio?) testo della Costituzione con il nuovo. Preciso che non conosco la fonte, ma mi sembra un lavoro scarno e ben fatto. L’essenziale per farsi un’idea. Se non altro, serve a mettersi la coscienza a posto.

I PUNTI CRITICI – Le questioni poste dal fronte del NO mi sembrano essenzialmente tre: l’accoppiata riforma costituzionale – Italicum, che determinerebbe uno scadimento della democrazia;  la maniera in cui il Senato verrebbe riformato; i rapporti Stato-Regioni.

Tralascerei il primo argomento: Renzi si è detto disposto a modificare l’Italicum, procedura per cui basta la legge ordinaria. Ovviamente la legge elettorale è importante per un paese sano: la scelta fra maggioritario e proporzionale è quella tra un sistema volto a garantire la governabilità e uno che predilige la rappresentatività. Una questione complessa, che merita ben più ampia trattazione. Ponendoci nella condizione che lo faccia, facciamo un passo avanti e spostiamoci al resto.

Dopo la riforma, il Senato passerà a 100 membri. Si poteva abolirlo, si è scelto di mantenerlo. Non mi dispiace, a dire il vero. Rappresenterà le Regioni (ma era già eletto su base regionale, e l’intento dei costituenti era proprio quello di garantire rappresentanza ai territori). Sicuramente il fatto di mandare a Roma sindaci e  consiglieri regionali poteva essere evitato perché attendere bene a un compito solo è già molto, soprattutto a certe, mediterranee, latitudini. Ma tant’è.

Si fornisce sicuramente potere ai partiti, nell’ottica di una democrazia rappresentativa che medi le istanze del corpo elettorale. Ma con una legge elettorale valida a livello locale – e quella che elegge i sindaci lo è –  si potrebbe, in via teorica, selezionare una classe di politici competenti a portare nella Capitale i bisogni dei territori.

Preciso, per dovere di cronaca, che preferirei l’elezione diretta dei senatori, sul modello americano. Ma si tratta di un dettaglio che potrebbe essere oggetto di ulteriore riforma fra una decina d’anni, il tempo di verificare la validità della proposta attualmente in discussione: queste valutazioni, l’esperienza insegna, si possono fare solo “sul campo”.

A garantire una base di democraticità, il fatto che, in fondo, i nuovi senatori saranno uomini e donne già eletti una volta; toccherà, poi, alle segreterie scegliere che spedire a Roma facendo convergere i voti su questo o quel candidato.

Il nuovo Senato non avrà il potere di votare la fiducia al Governo, né di approvare leggi ordinarie. Queste prerogative spetteranno solo alla Camera dei Deputati (che resterà eletta dai cittadini), tranne alcune eccezioni (ad esempio le leggi costituzionali). I senatori potranno, dal canto loro, proporre a Montecitorio disegni  di legge, gravati dall’obbligo di esaminarli nel giro di qualche settimana.

Sulle leggi votate alla Camera, invece, il nuovo Senato potrà esprimere un parere non vincolante, senza però bloccarle.

Nel complesso, mi sembra che questa riforma raggiunga l’obiettivo di delineare  un processo decisionale più snello: la “navetta” parlamentare, per cui ogni modifica da parte di una delle Camere provocava con effetto immediato la ripartenza dell’iter, è evitata.

Camera e Senato hanno spesso visto maggioranze differenti, e con il “vecchio testo”, i compromessi non potevano che essere al ribasso, producendo leggicchie spesso inutili e difficili da superare, anche perché, nel loro cerchiobottismo, non scontentavano mai completamente nessuno.

Il tema della accountability (la responsabilità) è affrontato: si sa di “chi è la colpa” di questa o quella politica, e dopo cinque anni si può decidere di votare diversamente.  Che poi questo accada davvero, in un paese legato alle appartenenze ideologiche più che ai programmi, è un altro discorso. Ma è giunta l’ora, anche per gli elettori, di farsi un esame di coscienza: Berlusconi non si è eletto da solo, i corrotti della Prima e Seconda Repubblica tantomeno.

Nel nuovo testo, è tutelato il ruolo del presidente della Repubblica, e anche la figura del presidente del Consiglio risulta invariata, a differenza di quanto accadeva nella riforma del 2006 (centrodestra), poi bocciata alle urne.

IMMUNITA’ – Altro tema, sollevato da Marco Travaglio e dal suo Fatto Quotidiano: i senatori continueranno a godere dell’immunità parlamentare, esattamente come accade ora. Il timore del giornalista è che un Palazzo Madama svuotato di competenze si riduca ad ad essere, semplicemente, ricettacolo di figure impresentabili da proteggere dalla giustizia. Gli anni del Porcellum hanno mostrato come si possa sfruttare il Parlamento per far eleggere, tramite liste bloccate, ogni sorta di impresentabile alle prese con i tribunali. L’Italicum, che quelle liste ripropone, non aiuta; ma è un fatto che anche le preferenze abbiano prodotto clientelismo e corruzione. Ripeto, si tratta di un tema diverso, che va affrontato separatamente  tramite legge ordinaria, e non pregiudica la validità della riforma nel suo complesso. Il dibattito dovrà essere ampio, questo è certo.

Renzi osserverà che l’immunità era stata prevista già dai padri costituenti: ma allora si voleva garantire che i membri del Parlamento esercitassero liberamente le proprie funzioni. Mancando queste, ne decadono i presupposti.  Più probabilmente, si è trattato di una concessione alla vecchia politica, sempre ansiosa di salvacondotti da usare alla bisogna. Si perde, certo,  un’occasione, ma si tratta di una questione secondaria che potrà essere risolta in seguito.

COMPETENZE –  Quelle del  nuovo Senato, come già detto, saranno ridotte all’osso: in parole povere,  rappresentare le istanze locali davanti  alla Camera e al Governo e poco altro, ai fini pratici. E allora perché non privarsene del tutto? La prima ragione è squisitamente politica: un organo di raccordo serve, ed è previsto in quasi tutti gli ordinamenti parlamentari. La seconda è umana: credere che i parlamentari avrebbero votato facilmente un’auto-distruzione di Palazzo Madama suona molto ingenuo.

Sintetizzando: la riforma del Senato ci può stare, posto che si avverta la necessità di semplificare il processo decisionale.

Se invece, per qualsivoglia motivo, si preferisce mantenere in piedi un’architettura costituzionale ridondante creata dopo il ventennio fascista e con il pericolo comunista alle porte, un bicameralismo ipergarantista e pachidermico, il problema è questo, non  come  la riforma è stata fatta. Ricordiamo che molti parlamentari hanno cambiato idea dal 2014, quando il testo fu licenziato. Mi sembra che il referendum sia diventato terreno di scontro politico, una sorta di regolamento dei conti (anche interni al PD) che esula dal merito.

RAPPORTI STATO – REGIONI – Il testo di Renzi sembra fornire una chiarificazione nei rapporti Stato – Regioni, riscrivendo l’elenco delle competenze. Il baricentro, che nel 2001 era stato spostato a livello locale, tornerà a Roma.

La riforma di allora, voluta dal governo Amato, era figlia della rincorsa alla Lega. Si riteneva che il problema dell’Italia risiedesse nella eccessiva centralizzazione di certe decisioni, che meglio sarebbero state assunte a livello locale.

Gli effetti non sono stati quelli sperati. A fronte di una gestione migliore delle risorse in certi contesti, sono aumentati gli sprechi: la sanità, che nel 2001 costava 75 miliardi, oggi ne costa 110, come riporta Linkiesta.

Non solo. Le normative regionali sono spesso ampiamente discordanti, e non di rado si verificano conflitti di competenza con lo Stato, che devono essere risolti in sede amministrativa.

Il punto più importante, però, è un altro. Le decisioni strategiche per l’interesse nazionale vanno prese nell’interesse di tutti, non solo dei governi locali. Questo accade oggi? Non sempre.

L’Italia ha un deficit di senso della comunità;  è stata unificata relativamente di recente; la celebre frase di Massimo D’Azeglio (“L’Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani”, che potrebbe applicarsi bene anche all’Europa) rende perfettamente la situazione. Anche 150 anni dopo.

Esigenze diverse, storie diverse, un solo governo. A inizio secolo, la Lega sembrava fornire le risposte a chi chiedeva a gran voce autonomia. Soprattutto, la chiedeva il Nord, che viaggiava e viaggia a un altro passo rispetto al Meridione e al Centro. Ma mani libere potevano fare comodo agli intrallazzi di molti anche nelle regioni del Sud. Gli allora DS si assunsero l’onere di provvedere, anche in vista delle elezioni.

Com’è andata lo sappiamo: vinse ugualmente Berlusconi, assieme a Bossi. I due cercarono di portare a casa una riforma costituzionale di taglio marcatamente federalista, con un premierato forte. Fu percepita – a mio parere giustamente – come una rivoluzione copernicana che snaturava la Repubblica, e venne bocciata alle urne nel referendum del 2006.

SUPERARE IL 2001 – La riforma del 2001 è superata. Non c’è più spazio per gli eccessi di particolarismo nel mondo contemporaneo. La Lega ha mostrato i propri limiti una volta passata da partito antisistema a forza di governo, ed è finita al centro di inchieste dal sapore più romano che lumbard, perdendo la credibilità che aveva garantito sulla bontà delle proprie istanze. Ma non solo.

Il fatto è che quello di allora era davvero un altro mondo, con certezze che oggi appaiono lontane. Non c’erano ancora stati l’11 settembre, le guerre in Iraq e Afghanistan.  Dell’esistenza di Al Qaida sapevano in pochi, molti soldati dell’ISIS facevano le elementari – alcuni frequentavano l’asilo -; la pax americana garantiva una certa serenità a un mondo che nel ‘91 si era scoperto unipolare. Noi eravamo nella parte giusta del mondo, quella ricca, senza concorrenti. La Cina cresceva a tassi record ma era lontana, l’India molto più indietro, la Russia rimasta orfana di Eltsin e in mano agli oligarchi sembrava incapace di trovare una stabilità. Di Brexit non si parlava, si era anzi nel pieno della Cool Britannia di Tony Blair e della Terza via. In usa presidente era Clinton, quello vero.

La globalizzazione era agli albori, e se qualcuno avvertiva che gli effetti potevano essere devastanti – il G8 di Genova risale proprio al 2001 – erano in molti a credere che avrebbe portato benessere, facilitando gli spostamenti di capitali, la delocalizzazione, gli investimenti slegati dal territorio. Non c’era ancora stata la crisi.

Oggi, la Cina è alle porte, e assieme all’India assomma 3 miliardi di persone; la Russia ha trovato in Putin l’uomo forte in grado di rinnovarne la  politica di potenza; ci sono l’ISIS, il terrorismo e le polveriere africana e mediorientale: tutti  schierati “contro”  l’Occidente. Impensabile restare da soli, impensabile ragionare in senso locale.

C’è, invece, bisogno di prendere  decisioni strategiche che ci inseriscano in un ecosistema più ampio, e questo può essere fatto solo da un governo forte, in grado di dirigere il paese. Servono risposte rapide, adeguate alla rapidità dei cambiamenti. E se la velocità non può essere un valore in sé, tanto meno lo sono la lentezza e l’immobilismo.

Ecco perché riportare l’asse a Roma, dal mio punto di vista, ha senso. La TAV, le grandi opere, le infrastrutture vanno decise a livello nazionale. L’Italia non è così grande da avere bisogno delle ampie  autonomie concesse a stati come l’India, dotate di quello che in ambito accademico si definisce “federalismo con tendenze centripete” o gli USA (un “federalismo con tendenze centrifughe”). Mancano una storia imperiale e una grande narrazione nazionale, ed è – non dimentichiamolo – la terra del campanilismo. Tradotto: da noi ognuno fa quello che vuole. Passi l’autonomia su materie secondarie, ma siamo sicuri che la politica energetica possa essere decisa dalle Regioni a colpi di ricorsi? O che una ferrovia che va da Lisbona a Istanbul possa essere bloccata dalle proteste di un gruppo di cittadini agguerrito, ma ridotto?  Le istanze locali vanno rispettate: ma non si può sacrificare l’interesse di tutti nel nome del particolarismo. Di una visione chiara dell’interesse del Paese, e della possibilità di applicarla,  godremo tutti.

LE ALTRE QUESTIONI: QUORUM E CNEL – Le altre questioni poste dalla riforma Boschi sono, a mio avviso, di minor rilevanza.

C’è l’innalzamento del quorum per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare, portato da 50.000 a 150.000 firme. La ragione? Negli anni ‘40 per raccogliere 50.000 firme ci volevano settimane, per non dire mesi: oggi potrebbero bastare tre ore, con il know how giusto e la tecnologia informatica. Si rischia un paese ostaggio del movimentismo, dei contrari a tutto, di chi vuole discutere ogni proposta all’infinito. E’ davvero sbagliato intervenire?

L’abolizione del CNEL, organo di rilievo costituzionale, invece, mi sembra, invece, solo una mossa propagandistica nel clima anti-casta di questi anni. Meno poltrone, meno spese, ragionamento buono da dare in pasto ai giornali. Probabilmente, il CNEL ha fatto meno danni di chiunque altro, ma sarà sacrificato sull’altare della retorica. Non penso ne sentiremo la mancanza, come non ci siamo mai accorti che esistesse. I dati statistici raccolti in un settantennio, però, almeno quelli, vale la pena di conservarli.  Che se ne trovi la maniera: allo Stato non manca certo il personale.

LE RAGIONI DEL SI – Smetto per stanchezza. Un parere schietto. Credo che la riforma di Renzi non sia cattiva, e voterò un “sì” convinto. Ovviamente, non è neanche la migliore possibile. Ma la perfezione non esiste. Si può sempre fare meglio: ma cominciamo a rimboccarci le maniche, e a fare la nostra parte informandoci e dimostrando, nel quotidiano, quel senso civico che renderebbe inutile molta della burocrazia che ben conosciamo.

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fotografia, giornalismo

James Stanfield, Varsavia, 1987

L’intervento è finito. Ventitré ore sotto i ferri. Non si sa se ce la farà, ma per il momento è vivo. Uno scatto, solo uno, per rendere la fatica, la concentrazione, i nervi tesi di Zbigniew Religa, cardiochirurgo polacco che operava in condizioni da terzo mondo durante gli anni bui del comunismo. La luce artificiale, gli schizzi di sangue, i tubi, il camice sporco e la maschera ancora sulla bocca. E quell’assistente distrutta in fondo alla sala, che si butta contro il muro per dormire esausta il sonno dei giusti. Ci sono immagini che vanno al di là dei luoghi, fotografano un’epoca. La foto dell’americano James Stanfield è una di queste. La precarietà, lo sforzo fisico e mentale, la scarsità di mezzi. Era il 1987. Il paziente, per la cronaca, sopravvisse al chirurgo, morto nel 2009.

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cinema

American Pastoral

America, anni ’60. La storia dello Svedese, il prototipo del vincente a stelle e strisce, prima dell’era di Wall Street. Kalos kai agathos, come dicevano in Grecia, quando alla bellezza del fisico si accompagna quella dell’animo. Una personalità semplice, ingenua, baciata dalla vita, colpita dall’invidia degli dei. Mentre il ’68 scuote il mondo dalle fondamenta, lui si ritira in campagna per non sentire, tornando in città solo per lavorare nella sua fabbrica di guanti. Si costruisce una vita perfetta, sposa una reginetta di bellezza, si rifugia nella quiete bucolica assieme alla moglie, che aveva altre ambizioni. Ma la campana di vetro non regge all’urto. Finirà solo in mezzo a tanti, consumato da un dolore sordo. Alla fine sarà il più forte di tutti a rivelarsi il più debole e fragile. Il campione che eccelleva nello sport, dove le regole rendono la pugna prevedibile, crolla nella lotta da strada, quando i colpi arrivano da tutte le parti, senza un ordine. E senza regole a premiare i buoni.

Passione  e bontà d’animo non bastano, al di là della retorica: questo il messaggio di Roth. La realtà è molto diversa. E intanto l’America va avanti, come sempre, col pragmatismo che le impone di lasciare indietro chi non ce la fa.

Ewan Mac Gregor è stato bravo a rendere un romanzo complesso, semplificandolo (lo scrittore è prolisso, può piacere o meno, ma è il suo stile). Niente male come prima prova di regia, fotografia ottima, scenografia e costumi più che all’altezza. Musiche adeguate. Il film tocca, senza eccedere nell’introspezione come sarebbe stato sin troppo facile.

La storia della figlia dello Svedese e di Dawn mi ha ricordato Lilly di Venditti, una delle canzoni più belle del repertorio italiano. Per strade diverse, i due autori declinano lo stesso concetto: i tormenti di un’anima debole  e inadatta a reggere la pressione sociale, il conformismo. Facile passare dalla parte del torto.

Pastorale americana è un film che rivedremo sicuramente a notte fonda su Retequattro, un piccolo cult destinato a sopravvivere alla stagione cinematografica. Merita.

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economia, esteri

Brexit, cosa vuole davvero Theresa May?

Non l’avesse May detto. Il gioco di parole rende il clima attorno a Downing Street dopo le rivelazioni del Guardian di stamane. Il quotidiano ha riportato un discorso della premier britannica tenuto a maggio di fronte alla platea di Goldman Sachs. L’allora ministro dell’Interno, oggi dura nei confronti dell’Europa, si schierava decisamente a favore del Remain.

Nel corso dell’intervento, May avvertì sulle possibili conseguenze della Brexit per le imprese britanniche, sottolineando che molte aziende avrebbero potuto spostarsi sul continente in caso di uscita dal mercato unico. Il settore finanziario era, ovviamente, in prima fila. Non è la prima volta che la banca d’affari americana invita politici in carica per incontri a porte chiuse destinati a creare imbarazzo: nel 2013, Hillary Clinton tenne un discorso riservato nel quale si mostrò parecchio morbida nei confronti di Wall Street. Una contraddizione con la politica attuale che Wikileaks ha riferito nei giorni scorsi nel tentativo di screditarla.

La coerenza, si sa, in politica può diventare un peso, e alla bionda inquilina di Downing Street è toccato lo stesso destino.  In un altro intervento, risalente ad aprile, May rivelava che il controllo dell’immigrazione  non le sembrava una priorità rispetto alla permanenza nel mercato unico. Strumenti comunitari come il mandato d’arresto europeo – sosteneva –  erano, anzi, armi adeguate a fronteggiare il problema degli irregolari.

Che cosa sia cambiato è difficile dirlo. Al suono dello slogan “Brexit means Brexit”, May ha sostenuto, in proprio o per interposta persona, posizioni molto dure sul tema,  probabilmente con l’intento di alzare la posta per trattative che si annunciano difficili.

Nel gioco di specchi delle statistiche, serve una certa conoscenza dell’economia politica per capire cosa stia realmente accadendo in UK dopo il 23 giugno. Il crollo della sterlina, l’indicatore più citato, dice poco. Inizialmente, anzi, favorisce le esportazioni, drogando l’economia come facevano le svalutazioni della lira.

Un esempio può servire a spiegare le variabili in gioco. Settore aeronautico. I profitti della compagnia low cost Easyjet sono scesi per la prima volta dal 2009 nell’anno fiscale chiuso il 30 settembre: un calo del 28% rispetto al 2015, dovuto all’impatto del terrorismo sui voli turistici a corto raggio e ai costi fissi come, ad esempio, quello del carburante (pagato in dollari) o dei servizi aeroportuali (pagati in euro). Il rischio di cambio ha giocato, in questo caso, a sfavore del vettore basato a Luton. Una tragedia, se non fosse che, parallelamente, i passeggeri hanno registrato un aumento record grazie ai biglietti meno cari. Il risultato è un calo contenuto, che però nasconde insidie: 495 milioni di sterline di profitti contro i 516 attesi sono una differenza trascurabile, ma i numeri vanno interpretati e dietro alle dichiarazioni di facciata,  i dirigenti di Easyjet sanno che il momento non è favorevole.

Lo stesso effetto si verifica grossomodo nell’economia reale. Londra, una delle città più care al mondo, sta tornando ad essere una meta conveniente per i turisti europei e americani, e non manca chi rifà la fornitura di computer aziendali comprando quelli dismessi dagli uffici dalla City: mai stati così convenienti.  Ma se turismo ed esportazioni contribuiranno a far girare l’economia,  le importazioni peseranno parecchio. I primi effetti potrebbero mostrarsi nel settore dell’energia, dove i prezzi sono espressi in dollari. E con il petrolio così basso, un aumento improvviso del prezzo del barile potrebbe costare molto caro, in tutti i sensi, a partire dall’inverno.

Il diavolo sta nei dettagli, e il castello di retorica comincia a scricchiolare. Nei giorni scorsi Microsoft ha annunciato un adeguamento delle tariffe nel Regno Unito. Il colosso di Redmond aumenterà il costo dei propri servizi business e cloud sul modello di quanto già avvenuto in Svizzera e Norvegia (dove circolano, rispettivamente, il franco e la corona). I prezzi sono destinati a salire  fino al  22% a partire dal primo gennaio 2017: pressappoco quanto è calata la sterlina rispetto all’euro.

Nei piani strategici delle aziende, la Gran Bretagna è legata a doppio filo all’Europa, e Microsoft è solo la prima di una serie di compagnie che saranno costrette a cambiare. Gli effetti non sono calcolabili.

Nessuno, al momento, sa cosa accadrà. La Brexit come ce l’eravamo immaginata non è ancora avvenuta. L’articolo 50 del Trattato europeo non è stato attivato da Downing Street, e la data continua a slittare. Le stoccate nei confronti dei cittadini Ue residenti sul suolo inglese lasciano intendere che il governo voglia usare i loro diritti come merce di scambio al tavolo delle trattative. Ed esiste l’ipotesi che, calmati gli animi, si stia lavorando a una exit strategy che dia l’impressione di salvaguardare l’esito del referendum. Ma che, al contempo, ne eviti gli effetti disastrosi. (foto: The Independent)

Antonio Piemontese
@apiemontese

(L’articolo originale è uscito su Londra, Italia del 26 ottobre 2016

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cultura, milano

Milano saluta Dario Fo

Scroscia la pioggia, cappotti bagnati. I funerali sono eventi tristi. Ce ne sono di  baciati dalla sorte, con il cielo che accompagna le parole e infonde speranza. Non e’ il caso di Dario Fo. A Milano un ticchettio incessante puntella ombrelli e impermeabili.

Il seguito che ha accompagnato l’attore in vita, nascosto fino a ieri nelle case sotto i maglioni di inizio autunno, emerge come un fiume carsico.  Fo, semplicemente, non c’e’ piu’, e al cuore manca un pezzo. funerali-dario-fo

E’ il popolo di chi  conosce la fame, il dolore,  la fatica di vivere e non riesce a convincersi che le carte non siano truccate. Di chi la mattina si alza dal letto per i figli, piu’ che per se stesso. Di chi ha il fiato grosso per la rabbia di vivere in una societa’ sempre piu’ lontana dai bisogni primari, in cui la forbice tra chi ha troppo e chi non possiede nulla si allarga senza pieta’. Fo non ha mai perso la capacita’ di ascoltarne il lamento. La sua opera teatrale, come ha ricordato Carlo Petrini nella splendida orazione funebre, e’ inscindibile dalla politica, perche’ il suo teatro nasceva dalla vita. Quanto fosse importante per Milano si legge nelle lacrime che sciolgono il rimmel di signore attempate e ragazze ancora giovani. Si intuisce dalla strana assenza di fotografi da cellulare, normalmente attenti a immortalare ogni cosa.

Ci lascia un altro gigante. Ho assistito ai funerali di Umberto Eco, a febbraio. Per quanto la cultura del professore piemontese abbia significato per l’Italia e le migliaia di persone che si sono recate al Castello Sforzesco a salutarlo, Eco era un intellettuale d’accademia e d’osteria. A Fo, e lui sarebbe contento di sentirlo, dell’accademia non fregava niente. Era l’amico a cui e’ andata meglio, che non dimentica chi e’ rimasto indietro, quello che ti ascolta, non ti da’ consigli, ma spende un’ora – o una vita – per farti ridere e ricordarti che dietro alla maschera di un sorriso puo’ esserci il tuo stesso dolore. Una signora sotto la pioggia regge un ombrello.  C’e’ scritto “allegri”, un marchio come tanti. Rivoli d’acqua lo lambiscono, e scivolano a terra. Come a dire, anche il dolore passa.

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cinema, politica, salute

Sicko, o della fortuna di vivere in Europa

L’articolo qui sotto è stato pubblicato in origine su TiSOStengo, ed è disponibile a questo link. Buona lettura. 

Michael Moore è sempre stato un regista controcorrente. Americano fino al midollo, ha fatto della critica al suo paese il fil rouge di tutti i suoi film. Da “Bowling a Columbine” a “Fahrenheit 9/11”, passando per “Capitalism: a love story”, fino a “Where to invade next?” ha affrontato dietro alla macchina da presa tutti i temi più importanti della politica e della società a stelle e strisce. Nel 2007 Moore uscì con un nuovo lavoro, dedicato alla sanità: si chiamava Sicko, ed era destinato, come tutti gli altri, a far riflettere.

Il documentario – le opere del regista di Flint appartengono a questo genere – si apre con la storia di un falegname con due dite amputate da una sega circolare: arrivato al pronto soccorso, e verificato il tipo di copertura assicurativa di cui disponeva, i medici gli chiedono di scegliere quale delle due riattaccare. “Ho scelto l’anulare, per tenerci l’anello del mio matrimonio” confesserà lui; la verità è che costava molto meno del medio.

Benvenuti negli USA, dove le assicurazioni sanitarie dettano legge, e si può essere buttati fuori da un nosocomio (patient dumping) se non si dimostra di essere in grado di pagare, lasciati in mezzo a una strada con il camicione da ricovero ancora addosso.

Quando la salute è un business, le compagnie sanitarie si appellano a ogni cavillo pur di non pagare, fino a rifiutare esami fondamentali. La figura del supervisore medico, retribuito in base a quanto riesce a risparmiare rifiutando visite e prestazioni, ha letteralmente potere di vita e di morte sui pazienti, cercando nell’anamnesi le ragioni per rifiutare la copertura: ogni ricovero deve essere autorizzato, e si dà il caso che, talvolta, qualcuno nell’attesa prenda il volo verso l’ aldilà.

Del resto, negli USA il modello europeo di sanità pubblica viene percepito come “socialista”, in omaggio alla nota allergia americana a ogni sfumatura di rosso che non sia quella della bandiera. Eppure, a pochi passi dalla frontiera, in Canada, curarsi è gratis: ma lo è anche in Francia, in UK, a Cuba, e da noi.

Ben girato, con una colonna sonora all’altezza, Moore con “Sicko” ha il merito di portare fuori dai confini nazionali una situazione che difficilmente può essere immaginata. Come al solito, calca un po’ la mano con la retorica, fino a tratteggiare un quadro di Cuba come paradiso terrestre (e infatti pare che il film sia stato vietato nell’isola: la gente avrebbe potuto agitarsi), ma è un difetto che gli si perdona volentieri.

“Sicko” va visto per ricordarci che, nonostante sia migliorabile nella gestione degli sprechi, nella formazione e selezione del personale e nello spadroneggiare della politica, il nostro modello sociale e sanitario è ancora di gran lunga superiore a quello a stelle e strisce. La salute, in Europa, è garantita a tutti, non solo a chi è ricco. Vale la pena di rifletterci ogni tanto.

(L’articolo originale è stato pubblicato su tiSOStengo del 12 ottobre 2016)

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musica

Liga Rock Park: la recensione

Ottantamila persone, una “macchia” da 250 metri visibile anche dallo spazio con un satellite a infrarossi, un boato che si è sentito a Villasanta, Vedano, Lissone, Biassono, Lesmo, e insomma in tutta la Brianza. Dopo trecentosettanta giorni Luciano Ligabue è tornato sul palco, e lo ha fatto a Monza, all’Autodromo. Un’organizzazione perfetta per un live dal suono possente, acustica generosa grazie a casse alte venti metri e una scenografia laser con maxischermo che ha permesso di vedere e ascoltare anche a chi era più distante. Gente da Sassari, da Bologna, dal Sud Italia, ma anche tanti che al concerto sono venuti a piedi godendosi la passeggiata nel Parco che della città brianzola è il simbolo.

Era attesissimo il ritorno del rocker di Correggio, che apre lancinando l’aria con la chitarra di Libera nos a malo e ripercorre venticinque anni di carriera tra rock duro e ballate acustiche.

Il concerto dura tre ore, suonate con prepotenza, qualche momento di stanca in corrispondenza dei brani dei primi anni duemila, quando l’ispirazione era (temporaneamente) volata via. Ma da qualche tempo il cantautore emiliano ha ritrovato vis poetica e chitarre, virando verso un suono più potente e vissuto. Dieci anni di purgatorio  per uscirne rinato e con un sound nuovo di zecca, da vero animale del palcoscenico. La voce, quella c’è, e migliora con gli anni: mai una stecca, perfetto nell’intonazione, mai in affanno anche nei passaggi più veloci.

A fianco a lui il compagno di mille palcoscenici, Fede Poggipollini, e una band precisa e potente. Rullate di batteria mixate come tuoni, e lo schermo che accompagna il live interagendo con le canzoni. Tre pezzi dal nuovo album Made in Italy, concept dedicato a un uomo che riflette su un passato fatto di alti e bassi, ma non ha perso la voglia di vivere e godersi l’esistenza, come nella peccaminosa “Dottoressa”.

Il Parco di Monza potrà essere cornice di eventi di prestigio grazie alla capacità organizzativa mutuata dal Gran Premio. Il vialone che lo taglia in due, illuminato a giorno, si è riempito di ragazzi che si baciavano, mamme con figli e bandane annodate in testa, stremati ma felici per aver vissuto un evento unico. Esame superato per Ligabue. Nel tempio della velocità, il cronometro sembra essersi fermato a 30 anni fa.

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app, media

Twitter e Yahoo: fine di un ciclo

Settimana di notizie di un certo peso per il web. Dopo la conferma che sarebbero state rubate le password di 500 milioni di account Yahoo, arriva quella che Google e Salesforce sarebbero interessate a Twitter. Vediamo di capire qualcosa di più.

Il furto di dati è stato rivendicato da un hacker, a quanto pare russo, che si fa chiamare Peace. Il mago della tastiera ha messo in vendita sul deep web (il web non accessibile con i normali browser e motori di ricerca, dove è possibile comprare di tutto, da documenti falsi a organi e persino assoldare un killer) i dati all’equivalente di 1800 dollari in bitcoin, la moneta virtuale. La faccenda assume contorni grotteschi perché Yahoo, un tempo uno dei principali player online, non ha fatto immediatamente chiarezza. Un’altra macchia per Marissa Mayer, pagatissima e bionda Ceo che si vanta di lavorare 130 ore alla settimana. Tra i primi dipendenti di Google, talento indiscutibile sul lato tecnico, la Mayer non si è mai calata nei panni della manager, fallendo il rilancio del motore di ricerca che alla fine degli anni ’90 faceva concorrenza a Brin e Page. Il passaggio a un ruolo marcatamente business non può dirsi riuscito: ma se rianimare un cadavere non è impresa da poco, resta il dubbio che le sfide, in qualche caso, sia meglio rifiutarle. Come insegnava Lao Tzu, la strategia migliore è non combattere le battaglie che si è destinati a perdere.

Nel caso di Yahoo, il distacco dai concorrenti era già abissale ai tempi dell’entrata in gioco di Mayer. Anche Microsoft ha provato a entrare nel settore, con Bing, ma il colosso di Seattle ha dalla sua la proprietà del sistema operativo più diffuso al mondo, Windows: base d’appoggio di tutto rispetto. In Usa pare che il lavoro ai fianchi stia dando i suoi frutti: se fare concorrenza a Mountain View è impensabile, si può sempre pensare di tenere botta in attesa di tempi migliori.

La notizia dell’interesse di Google e Salesforce per Twitter ha scosso il mercato: il titolo è salito del 21% in Borsa. Premesso che parliamo di impressioni, la mia sensazione è che siamo alla fine di un ciclo.

Twitter va male, lo sanno tutti. Il 2016 non è stato, come si sperava, l’anno del rilancio. I ricavi sono sotto le attese, e l’aumento degli utenti pure.  Concorrenti come Instagram sono riusciti a fare di meglio.

Il problema, in questo caso, è strutturale. Twitter è un raro caso di prodotto (meglio sarebbe dire “servizio”) icona dei tempi. Un ruolo che, se conferisce enorme prestigio, non sempre si presta ad essere capitalizzato. Salito alla ribalta nel 2009, anno delle proteste in Iran, come strumento dei dissidenti per informare il mondo tramite flash brevi ed efficaci, è entrato nell’immaginario comune al punto che il cancelletto è diventato, per tutti e ovunque, hashtag: alla vecchia maniera, ormai, lo chiamano solo le voci registrate delle segreterie telefoniche.  Il linguaggio di una generazione è stato tematizzato da queste parole-chiave, che rappresentano un modo di pensare veloce, rapido e per immagini: quello dei millenials, i nati dopo il 2000.

Il problema è che Twitter è rimasto quello che era all’inizio: uno strumento utile ai  pochi eletti con milioni di followers, apprezzatissimo dai giornalisti che possono seguire rapidamente le storie di loro interesse grazie al limite dei 140 caratteri, ma assolutamente inutile per tutti gli altri. Le opinioni dell’uomo comune, le sentenze in formato ridotto che si postano sul social media, non interessano nessuno. E alla fine, le notizie dei “VIP” la gente preferisce ancora leggerle sui giornali, con un minimo di rielaborazione, e di contesto. A interpretare il narcisismo da selfie riesce meglio Instagram.  La pubblicità non è mai decollata, e anzi, ha persino rovinato l’immagine della piattaforma, da sempre pulita; né sono servite le innovazioni proposte col tempo, sempre lontane dalla natura di un medium nato per essere conciso.

Ecco perché, sinceramente, non comprerei le azioni di Twitter.  Dal mio  punto di vista, il passaggio di mano significherebbe che qualcuno ha deciso di gettare la spugna. Una delle strategie più usate negli ultimi tempi è quella di inglobare i concorrenti di cui non si riesce a sbarazzarsi. Così ha fatto Facebook con Whatsapp, con l’intento non troppo nascosto di portarne gli utenti su Messenger: una piattaforma su cui Zuckerberg immagina la gente vivrà un’esperienza a 360 gradi, usandola, ad esempio, anche per fare acquisti. Così fece Microsoft con Skype e, più di recente, con Linkedin.  Google potrebbe ragionare allo stesso modo e preparare sorprese: una nuova app?

Discorso diverso per Salesforce, piattaforma cloud usatissima nel settore del business development, la nuova frontiera dello sviluppo commerciale: consente, in sostanza, di gestire la propria forza di vendita in maniera coordinata, affidando obiettivi precisi a ogni agente e monitorandone la progressione e i risultati in tempo reale.

Forse in questo caso, l’utilizzo potrebbe essere quello di uno sviluppo del servizio, aggiungendo nuove funzioni a quelle esistenti  (ad esempio, una piattaforma megafono per le aziende che vogliono investire in pubblicità online).

Ribadisco: si tratta di impressioni a caldo, ma sulla fine della parabola di Twitter come lo conosciamo sarei pronto a scommettere. E’ entrato come pochi prodotti (pardon, servizi) nell’immaginario collettivo, plasmando il mondo e diventando il simbolo di un’epoca. Se sopravviverà (e se il nuovo management lo vorrà) manterrà intatto il suo charme. Ma è chiaro che, nella mente di chi lo ha fondato, si tratta di una scommessa persa. C’è un che di tragico in tutto ciò: creare una delle applicazioni più famose della storia, e perdere la sfida con l’ambizione. Se la realtà non smette di annoiarci, probabilmente questi chiaroscuri ne sono il motivo.

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