coronavirus, cronaca, giornalismo

Milano, cronache dal fronte / 14

Le voci dei bambini per strada, il rumore delle auto, la fila di fronte alla banca, i duecento scontrini in un giorno del panettiere sotto casa, gli anziani stanchi che trascinano le membra intorpidite sulle panchine per godersi un raggio di sole, i runner in mascherina, la mamma che disegna una campana sul marciapiede con i gessetti e insegna al figlio di tre anni a giocarci mentre mi affaccio in balcone. L’odore del caffè di fronte a un bar, girarsi e sorprendersi di trovarlo aperto, la bellezza delle vetrine di un antiquario – ebanista – mobili antichi che non avevo mai notato. L’edicola che è rimasta aperta tutto questo tempo. La pila di giornali e libri sulla scrivania, le serie che abbiamo consumato, le birre che abbiamo ingollato, le cene luculliane che abbiamo preparato. L’ora di fila per fare la spesa, e la sera che non scorderò mai: domenica 23 febbraio, supermercato, negli occhi il terrore, la paura, la diffidenza, l’aria pesante, lunare, sembrava un film. Ed era tutto vero. I risvegli la mattina, aprire gli occhi come hai fatto per una vita, pensare alla colazione, all’acqua fredda, e poi ricordarsi, dopo un minuto, di cosa c’è là fuori. Le strade deserte, il duomo, l’odore di disinfettante ovunque, il terrore nella metro. I poveri per strada, scheletri che vagavano da un cestino all’altro alla ricerca di cibo. Le liti, la frustrazione, le riconciliazioni. L’ammasso di notizie che ripetono sempre le stesse stronzate, lo schifo dell’informazione che cerca di far quattrini pure sulle tragedie, gli sciacalli che vendono mascherine, test e notizie senza riguardo per chi sta dall’altra parte. I libri che ho letto, i giornali che ho conosciuto, i rapporti che si sono stretti – paradossale – quando non era possibile vedersi, e quelli che si sono allentati e si perderanno – e andrà come doveva andare. I matrimoni rimandati, le feste saltate, gli aperitivi in video. Le notizie da Bergamo, i volti degli anziani, le immagini strazianti delle bare portate via dai camion militari. Gli infermieri, i medici, il personale sanitario.

Non so se ci sarà una ricaduta, se il virus tornerà a far male come a marzo. Ma so che una fase si è chiusa, ed è giusto . Le “cronache dal fronte” finiscono qui. Non c’è più bisogno di un cronista che vi racconti come va là fuori. E’ stato bello farlo, confrontarci, dividere le ore e le emozioni di questi giorni. Ma adesso il faut vivre, bisogna tornare a vivere.

( vi lascio con il pezzo migliore che ho letto su questi due mesi di virus in Lombardia. Lo ha scritto, con raro equilibrio, il Post).

Standard
cultura, libri, musica, sport

Quattro autobiografie da leggere, quarantena o meno

Anche se il peggio è alle spalle e molti hanno ripreso a lavorare da casa, il lockdown non è ancora terminato. Mi permetto di offrire qualche consiglio di lettura per passare le ore che restano. Si tratta di un post che avevo in mente di scrivere da tempo ma che, per una ragione o per l’altra, non ho mai avviato. Rimedio ora: con la premessa che, a parte l’ultimo, si tratta di libri che ho letto uno o due anni fa. Mi si perdonerà, quindi, se non scendo troppo nei particolari. 


Il primo è “Life“, autobiografia di Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones. Il musicista inglese ripercorre la propria parabola personale e quella della band raccontando episodi inediti, ma anche i dettagli su origine, stile di vita e modo di lavorare del gruppo. Richards – o chi per lui – scrive bene. La descrizione della rivalità con Jagger porta a concludere che gli Stones, pragmaticamente, abbiano sempre scelto di restare insieme perché consapevoli di avere un potenziale economico non indifferente. Entrambi i leader tentarono strade soliste, tornando, poi, all’ovile. Più dell’ambizione poté il denaro, ma così va il mondo, e non è il caso di fargliene una colpa.


Il testo è imprescindibile per i fan, e va letto, a mio parere, tenendo come colonna sonora i dischi della band. Mano a mano che le pagine scorrono, diventa più chiaro il mood in cui gli album sono stati composti e registrati, la ricerca ossessiva di un suono chitarristico particolare – e dobbiamo ammettere che l’obiettivo è stato centrato, quello di Keef è inconfondibile – e lo sforzo che c’è dietro a una carriera del genere. Per fare un esempio: il chitarrista inglese re-imparò, da capo, a suonare la chitarra quando era già famoso “solo” per essere in grado di sfruttare le accordature aperte, in grado di fornirgli il sound giusto. Uno sforzo non proprio da tutti.

Come Jagger, Richards è altrettanto convinto dei propri mezzi, ma molto meno vanitoso, e sicuramente meno sbruffone. Un carattere più riflessivo, che lo porta a considerazioni interessanti e anche a una certa autocritica. Come quando racconta della session per una canzone. Un amico scuote la testa e gli dice che no, così non va. “Dov’è il groove?” chiede. Il commento è laconico. “Aveva ragione. Non c’era”. Difficile immaginare Mick ammettere un episodio del genere. O quando la figlia si rende conto che un brano degli Stones del ’97 firmato da Jagger (Anybody seen my baby) riprendeva il ritornello di una canzone in rotazione qualche anno prima, Constant Craving della canadese K.D. Lang.

Pare non fosse la prima volta. “Oh no, l’ha fatto di nuovo” sbottò Richards. Il plagio forse era involontario, ma c’era. Funzionava  più o meno così, racconta: il cantante degli Stones arrivava carico a mille per una nuova idea che gli ronzava in testa da qualche giorno, fino a che qualcuno non trovava il coraggio di dirgli che non era sua ma già registrata da qualcun altro. La cosa si risolse, in quel caso, inserendo la Lang nei credits, dal momento che il disco era già pronto e stava per uscire nei negozi. Insomma, si tratta di un libro imperdibile se siete fan della band, ma anche se volete calarvi in quegli anni che sono l’età dell’oro della musica rock. E magari rispondere alla domanda: “Ma come ha fatto a sopravvivere con tutto quello che si è preso?”

Il secondo è “True“, autobiografia di Mike Tyson. Dalle origini di ragazzo povero e ladruncolo a Hell’s Kitchen, quartiere di New York, agli allenamenti con Cus D’Amato, leggendario trainer che lo scoprì in carcere ma non fece in tempo a vederlo campione del mondo: già vecchio, morì poco prima.

Tyson è il prototipo della personalità autodistruttiva. Talento immenso, grandissima disciplina che lo portò a diventare un grande pugile già da giovanissimo, alternata, però, a momenti di blackout ed eccessi di ogni tipo: donne, alcol, droga. La potenza devastante di cui era dotato lo portava a vincere comunque, di solito al primo round. Quasi nessuno voleva combattere con lui, e anche gli sponsor non erano proprio contenti di incontri che duravano regolarmente meno di tre minuti. Sembrava inarrestabile, ma fu un’accusa di stupro a spedirlo in galera. Una volta uscito, non fu più lo stesso.

Se Richards era il drogato cronico ma capace di controllare le sostanze, la mente e i propri sballi, Iron Mike, come lo chiamavano, era completamente schiavo delle proprie ossessioni e dipendenze. Ci provò tante volte, a mettere la testa a posto, ma ogni volta gli amici e l’abitudine lo trascinarono indietro. Fu anche sfortunato: Don King, il suo agente, lo derubò di milioni di dollari, un figlio si impiccò per sbaglio con una corda trovata in garage. Tyson, in qualche modo, riuscì sempre a raccogliere i cocci, sopravvivendo a colpi che avrebbero steso molti.

Bambino solitario, preso in giro dai compagni, si trasformò nel giro di qualche anno in pugile devastante per prendersi le proprie rivincite. Ma la fragilità interiore non si cancella con gli allenamenti, e nemmeno con le vittorie. Citazione, non dal libro, ma che rende l’idea della lotta dilaniante: “Senza sforzo, non c’è progresso. Ci deve essere sforzo nella vita. Per controllare il tuo ego devi aumentare l’esperienza. Perché, sai, un ego può essere frantumato, può essere ucciso, può essere schiacciato: ma torna indietro. Non muore mai. Questo è il problema dell’ego: non muore mai”.

Un racconto appassionante, che ripercorre anche tutti gli incontri del pugile americano, narrati con disarmante semplicità. Di solito, una volta sul ring, gli bastava uno sguardo all’avversario per inquadrarlo e capire l’esito del match, a volte persino il numero di riprese (sempre poche) prima di mandarlo al tappeto. La storia  è quella di una lotta senza fine alla ricerca della serenità; una lotta che mostra, però, ancora una volta, come non si diventa mai campioni per caso.

E’ un libro più forte di quello di Richards; qui si parla di furti, rapine, violenza, droga. Il senso di inquietudine è costante, e, mentre alla fine il chitarrista tossico si è diventato un nonno felice e ricco, Mike deve ancora raggiungere il proprio equilibrio. Sicuramente il volume ha rappresentanto una terapia necessaria per sgravarsi dei troppi carichi accumulati nel corso di una vita altalenante, come tanti grandi del pugilato che hanno bruciato il proprio talento.

Open“, invece, è il titolo dell’autobiografia di Andrè Agassi. Il libro fu un successo clamoroso quando uscì, una decina di anni fa, e riportò in auge il genere delle autobiografie, anche se scritte con l’aiuto di un ghost writer. E’ ancora difficile trovarlo in biblioteca, tanto è richiesto. Provare per credere.

André è il figlio di un immigrato iraniano che, intravisto il talento del figlio, in perfetto stile americano, decide di farci un bel mucchio di quattrini. Per riuscirci, lo sottopone sin da piccolo ad allenamenti massacranti con una macchina sputapalline che il piccolo paragona a un mostro, e lo spedisce in Florida all’accademia quasi militare di Nick Bollettieri.

Ribelle e controcorrente, il talento e il look stravagante impongono il Kid  di Las Vegas all’attenzione rispettivamente dei circoli tennistici e dei media sin da giovanissimo. Chi c’era a fine anni Ottanta ricorda bene la sua chioma fluente e i pantaloncini colorati. Agassi si allena, vince, ma è un ragazzo insicuro che non è mai riuscito a completare il proprio sviluppo psicologico, forse perché gli è stata strappata l’infanzia dalla figura ingombrante del padre-despota. Non pervenuta la madre. La sua fragilità emotiva lo portò a vittorie fulminanti e a crolli disastrosi. Si ritrovò, a un certo punto, a ricominciare da zero, dai tornei per dilettanti, per ri-costruire il proprio stile di gioco e, soprattutto, la propria psiche. Arrivò un nuovo allenatore, estremamente pragmatico, che lo aiutò a badare al sodo, a non perdersi in ghirigori mentali: la vittoria tornò, ma quanta fatica.


Ovviamente destinato in primis agli amanti del tennis, Open è godibile anche da chi (come il sottoscritto) non rientra nel novero degli appassionati. Contiene, inoltre, due grandi rivelazioni, che ai tempi scioccarono la stampa: la prima è che Agassi ha odiato il tennis da sempre, e con tutte le forze. Difficile da credere, ma è così.

La sua è la storia di un ragazzo baciato da un dono eccezionale, ma incapace di provare amore per lo sport che lo rese famoso. La descrizione di questo sentimento è straziante, e credo che molti possano, in qualche maniera, ritrovarvisi. La seconda è che la sua ben nota chioma era, in realtà, un parrucchino, che, con il sudore e lo sforzo del campo, si impiastricciava fino a creare situazioni di cui non mi spingo a parlare. L’attenzione portata all’eccesso per il look da parte di uno sportivo – non, quindi, di un attore – ne evidenzia il bisogno di piacere ed essere accettato.

Il filo conduttore del libro è la rivalità con un altro grandissimo del tennis: Pete Sampras. Innumerevoli gli scontri tra i due. Alla fine la spunterà Sampras, più regolare: ma, probabilmente, è stata proprio questa sfida a fornire ad Agassi le motivazioni che, senza avversari all’altezza, avrebbe perso ben presto. E comunque, se non ricordo male, in questo duopolio tennistico fu solo lui a vincere tutti e quattro gli Slam. 

Uno dei pochissimi italiani citati nel volume è Andrea Gaudenzi. Mi capitò di intervistarlo, tempo fa. Alla domanda su quale fosse il giocatore più forte mai incontrato in carriera mi rispose così: “Senza dubbio Agassi. Quando era in forma, sembrava che lui giocasse a tennis e tu a ping pong”.  Se dovessimo sintetizzare cinquecento pagine, in questa frase si trova tutta l’essenza del campione statunitense.

Per concludere, un libro a metà tra biografia e l’autobiografia. Si tratta del lavoro di Sebastian Marroquìn, alias Juan Pablo Escobar, figlio del narcotrafficante ucciso in Colombia nel 1993. Mi ci sono imbattuto perché durante il lockdown mi sono lasciato appassionare da Narcos, serie di Netflix che avevo sempre snobbato perché non amo il marketing cinematografico (e non solo) che al giorno d’oggi si usa fare con droga e mafie. Premetto che in Colombia ci sono stato l’anno scorso, e ho avuto modo di apprezzarla di persona: magari ne scriverò, ma immergermi nella serie mi ha dato modo di rivivere luoghi e atmosfere, che, devo dire, sono descritti molto bene.


Il libro si chiama “Il padrone del male” (gli scagnozzi chiamavano il capo “patron”) e racconta la figura del boss dal punto di vista del figlio.


Quello che ne esce è il ritratto di una personalità scissa tra l’amore per la famiglia, che rese Escobar un padre affettuoso e attento, e la ferocia del criminale. La realtà, narra Sebastian, è stata molto peggiore di quella – già terrificante – raccontata da Netflix. La Colombia degli anni ’80 e dei primi ’90 (per non parlare di Medellìn) era un paese in cui la vita non valeva nulla e si poteva morire ammazzati per un’autobomba o crivellati di colpi mentre si faceva la spesa. La strategia terroristica del narcotrafficante faceva impallidire quel che accadde in Italia con la strategia della tensione, le Brigate Rosse e la stagione mafiosa. Del resto, il boss era un grande estimatore di Totò Riina, sanguinario leader dell’ala stragista di Cosa Nostra.


Il successo di Escobar comincia a vacillare quando si mette in politica: un tempo solo imprenditore amato dai poveri ma dalle attività poco chiare, una volta entrato in Parlamento la sua fortuna venne passata sotto la lente di ingrandimento. Fu l’inizio della fine. Il primo a rimetterci la vita fu il ministro della Giustizia, Lara Bonilla; ma el patron, da quel momento in avanti, condusse una guerra scoperta e sempre più efferata contro lo Stato colombiano, con l’obiettivo di ottenere l’abrogazione del trattato che consentiva l’estradizione dei narcos negli USA. Una guerra che, tra alti e bassi, lo condusse alla morte.


Tutto questo viene raccontato con dovizia di particolari nel libro da Marroquìn. Classe ’77, il ragazzo fu ben presto reso edotto delle attività del padre, rimanendo, però, sempre scettico, almeno a quanto racconta. Il genitore morì nel ’93, quando lui aveva 16 anni, non senza averlo trascinato prima in un vortice di fughe, nascondigli, sparatorie, e messo a parte di tanti delitti.


Quello che colpisce è come Marroquin sia riuscito a diventare un uomo profondamente distante dal genitore. Architetto e designer, fu costretto a cambiare identità per poter provare ad avere un futuro con la propria famiglia fuori dalla Colombia: dopo molti rifiuti – comprensibili a quel tempo – li accolse solo l’Argentina. Il cognome continuava a perseguitarli, e, nonostante l’impegno, rifarsi una vita non fu facile.


Morto il padre, i boss del cartello rivale di Cali considerarono l’idea di ucciderlo: avrebbe potuto vendicarsi, un giorno. Ma non voleva. “Mi chiusi in me stesso e iniziai a immaginare il modo in cui avrei potuto portare a compimento la mia minaccia [di uccidere i nemici del padre]. Il desiderio di vendetta era immenso. Ma in un lampo di lucidità, che sarebbe stato provvidenziale, mi si presentarono di fronte due strade: trasformarmi in una versione più letale di mio padre, oppure mettere da parte, per sempre, il suo cattivo esempio. In quell’istante mi tornarono alla mente tutti i momenti di depressione e di noia vissuti insieme a lui, quando ci nascondevamo nei suoi covi. Allora pensai che non potevo seguire le sue orme, che tante volte avevo criticato”.


Il giovane si trovò di fronte a una scelta. Sapeva vivere come un mafioso, conosceva i trucchi del mestiere, la diffidenza e la scaltrezza necessarie per scampare a un agguato e anche quelle per trattare con criminali, polizia e governo (che, nella Colombia di quegli anni, avevano ruoli intercambiabili) ma non aveva mai preso un autobus e non sapeva ordinare un hamburger da McDonald’s perché c’era sempre stato qualcuno a farlo per lui.


In Argentina si mise a studiare sodo, laureandosi. La sua storia fu scoperta, e non sempre trovò clienti disposti a farlo lavorare: ma si guadagnò con sudore una reputazione da persona onesta. Parliamo di un uomo che da designer prendeva uno stipendio di circa mille dollari al mese, buono per pagarsi l’affitto e le utenze, certo: ma soldi “che fino a qualche anno prima avrei lasciato in un paio di mance”. Un uomo abituato a comandare che si trovò, all’improvviso, a essere un parìa. Senza patria e senza colpa alcuna, dal momento che non aveva commesso crimini, né avrebbe potuto impedire quelli del padre.


Il cartello di Cali gli impose di non dedicarsi al narcotraffico, la cosa più semplice per uno come lui. E chissà quanto abbia contato la minaccia di un fucile puntato per costringerlo a rigare dritto. Quel che è certo è che, oggi, le parole di Marroquìn sono capaci di criticare Escobar in maniera implacabile ed estremamente lucida per tutto quanto fu capace di fare al di fuori dell’ambito familiare. Si tratta di un giovane a cui è stata rubata la vita, e che non ha mai potuto condurre un’esistenza veramente libera. E’ solo possibile immaginare, in lui, lo strazio, lo scoramento e  il conflitto tra gli istinti peggiori e la ragione. Ha sempre prevalso la seconda. Anche questa è resilienza. 

Standard
coronavirus, cronaca

Milano, cronache dal fronte / 13

Sono uscito qualche volta per documentare il disastro del Covid, forse invidiato da qualcuno per il lasciapassare giornalistico. Si sbagliava. Ciò che si mostrava agli occhi del cronista era l’anticamera della morte. Dov’è finita tutta quella gente, mi chiedevo, aggirandomi nelle vie spazzate dal vento, in certe giornate uggiose come Milano sa regalare. Non dentro ai palazzi, non è possibile siano tutti lì, alle finestre non c’è nessuno. Sembrava l’indomani di un disastro nucleare. E invece erano dentro, i compagni di sventura, rintanati al chiuso di appartamenti stretti e pensieri circolari.
Povera mente umana che si abitua a tutto, anche al dolore, fino a farne dimora. Si diventa avvezzi persino alla mancanza di piacere, come creature che per sopravvivere si mimetizzano e imparano a rallentare impulsi vitali e battiti del cuore. Quanto sembrava lontana la città che si specchiata negli aperitivi.


Se mi giro indietro, mi sembra incredibile ciò che abbiamo vissuto. E un po’ – lo confesso – mi spaventa. Lo spettro della morte in ogni telegiornale, ambulanze a sirene spiegate come sveglia, sguardi terrorizzati in fila al supermercato, che col passare delle settimane si sono spenti in occhi rassegnati, stanchi.


Qualcosa è cambiato. Oggi, per strada, si sente di nuovo sbuffare il motore delle macchine. L’ottico non venderà nulla, con tutta probabilità, ma prende posto ugualmente nel laboratorio sotto casa. I rider scorrazzano pacchi e pizze legandosi le casse alla bici e sparando musica a tutto volume (pare sia questa la nuova moda). Ma quello che mi colpisce sono le voci dei bambini. Sono loro che stanno riportando una parvenza di normalità e colore in un mondo rattrappito, in cui la linfa ricomincia a scorrere. I genitori li accompagnano negli scarni cortili di città per godersi, finalmente, qualche sprazzo di gioco e caldo. E le voci cristalline si mischiano come se nulla fosse accaduto. Magari è un’impressione, in fondo non sono esperto di poppanti. Chissà se ricorderanno questo periodo strano, se la memoria conserverà traccia della clausura forzata, o il tempo scorrerà e sciacquerà i panni. E chissà cosa rimarrà a noi adulti. Di certo, mi ripeto, dobbiamo sforzarci di uscire dal letargo. Tornare a prenderci il rischio di vivere davvero. Al di là delle videochiamate, con la consapevolezza che una generazione che non ha avuto guerre dovrà combattere ancora una volta. Contro il nemico invisibile della recessione.

Standard
coronavirus, cronaca

Milano, cronache dal fronte /12

Un’app per tracciare il contagio. L’ha sviluppata Bending Spoons, software house milanese di livello mondiale, in collaborazione con il Centro Medico Santagostino, noto per aver martellato sin dall’inizio dell’epidemia sull’utilizo dei test sierologici. Che però, non sono validati. Ma sorvoliamo, non vorrei ripetermi.

Personalmente, non sono incline a scaricarla, e mi pongo alcune domande. Quali sono stati i criteri utilizzati per decidere la proposta vincitrice? Non sono riuscito a trovarli, ma magari è colpa mia. La seconda: ho parecchie perplessità lato privacy. Le avrei a prescindere: ma cosa c’entra esattamente un centro diagnostico il cui business è, per definizione, la salute con un’applicazione che della riservatezza dovrebbe fare la priorità, peraltro realizzata da gente che le app le sa fare anche da sola? Terzo: non si può obbligare a scaricarla, ma si propone di limitare la mobilità di chi non ce l’ha. A me non piace, e non sono neanche sicuro che sia legale.

L’articolo del Fatto Quotidiano che riporto qui dà conto di una mossa che mi sembra più una trovata pubblicitaria che altro. Spiace che il Governo ci metta la firma. E peccato che quasi nessuno si sia posto queste domande sulla stampa

Standard
coronavirus, cronaca

Milano, cronache dal fronte /10

Ripropongo questo pezzo scritto 20 giorni fa solo per ricordare tristemente che, da allora, poco è cambiato. Quasi nulla. Mi sembra, piuttosto, che il dibattito sui test sierologici (che, lo ripeto, non sono ancora sicuri) sia finito italicamente a tarallucci e vino. Insomma, siamo alle solite: una bugia ripetuta mille volte che diventa verità. Vogliamo uscire di casa e aspettiamo il miracolo; pazienza se rischiamo di infilarci in un guaio più grosso di quello che vorremmo lasciarci alle spalle. Molti sciacalli (imprenditori e politici amici) non aspettano altro che speculare sul coronavirus: ai tempi, si era lanciata solo la Toscana. Quasi un mese dopo si sono aggiunte altre regioni, tra cui la Lombardia. Ma se i test attualmente in commercio sono offerti a dieci volte il valore, se possono scambiare un raffreddore per Covid e se, soprattutto, non garantiscano alcuna “patente di immunità”, (espressione giornalistica peraltro orribile), meglio farne a meno. In UK, dove c’è ancora un giornalismo serio e capace di fare ammenda, anche media come il Times – che li hanno difesi da principio – hanno cominciato a porsi delle domande. A chi fosse interessato posso mandare gli articoli. Preciso che il governo di Londra ne ha comprati 17 milioni. E dovrà forse cestinarli.
L’unica parola da cercare negli articoli quando si parla di questi esami è “validazione”. Provateci: non la troverete. Potrà arrivare anche domani, e ne saremmo tutti felici. Ma, se mancasse, saremo in presenza di una truffa bella e buona. Punto. Serve altro?

Standard
coronavirus, cronaca

Milano, cronache dal fronte / 9

Ogni volta che lo intravedo, Bernie Sanders è capace di emozionarmi. Come Pepe Mujica, ex presidente del l’Uruguay. O come certi grandi del nostro passato, a partire da Pertini. Dieci milioni di donazioni da 18 dollari l’una in media: questo il budget della sua campagna per contrastare le corazzate multimiliardarie di candidati ricchi e potenti, e garantire sanità a tutti. In un paese dove il denaro sembra essere la misura di tutte le cose, figure del genere sono rare. Anche altrove, mi viene da dire.

Non è andata bene, forse bene non poteva andare; ma è stato bello assistere alla corsa di un anziano diventato idolo dei giovani. Un uomo che, invece di cedere al cinismo e al disincanto dell’età, in una sorta di processo machiavelico al contrario, con gli anni è stato capace di osare sempre più.

Sanders ha mostrato che le collusioni col business peggiore, di cui la politica sembra non potere più fare a meno, non sono una necessità, ma una scelta. E che anche il cinismo lo è. Apprezzo Conte e la sua capacità di rassicurare il paese, ma un uomo come Sanders, col suo carico di primavere, aiuterebbe in questo momento.

A Milano qualcosa comincia a muoversi. Un ferramenta che torna ad aprire, una signora anziana che fa la spesa e sorride nel negozio sotto casa, un runner che corre. Danno una parvenza di normalità, assieme al sole di questi giorni. Ma inutile negarlo, la clausura pesa. Sul morale, sul fisico. I dati sono confortanti ma non basta. A volte c’è bisogno di una figura a cui ispirarsi.

Intanto, certa stampa (e l’opinione pubblica) continuano a insistere sui test sierologici. Peccato non siano ancora validati, quindi non sicuri. Il Times di Londra (il Regno Unito ne ha acquistati tre milioni), dopo aver approfondito, è arrivato alla conclusione che non fare nessun test è meglio che usarne uno che sbaglia, anche solo del 5%. La matematica dice che potrebbe significare mandare in giro come “sani” centinaia di migliaia di individui che non lo sono. Evidentemente non è sufficiente. Auguri.

Standard
coronavirus, cronaca

Milano, cronache dal fronte / 8

In questi giorni di donazioni e donatori, mi viene da pensare che è facile – certo, anche costoso, quando l’assegno staccato è da dieci milioni– sentirsi più buoni. Ma, come dice il proverbio, se dai un pesce a un uomo mangerà un giorno, se gli insegni a pescare lo sfamerai tutta la vita.

Finita l’emergenza l’economia dovrà ripartire. Ma credo che la generosità nei confronti del Paese debba manifestarsi in un lasso di tempo più lungo, e, soprattutto, che allo sforzo debbano partecipare tutti. Piaccia o meno.

I soldi non può metterceli solamente lo Stato, indebitandosi e scaricando il peso della crisi sulle generazioni future. Toccherà a tutti rinunciare a qualcosa, in proporzione a quanto posseggono, e darsi da fare per ripartire.

Vanno incentivate le attività produttive, non patrimoni e rendite. Se anche ci fosse un prelievo forzoso dello “zero virgola” e una tassa di emergenza su seconde, terze e quarte case non ci vedrei nulla di male. La vita e il sistema economico distribuiscono senza equità, spetta ai governi correggere le storture.

Dubito che un pensionato con la minima si lamenterebbe se gli prelevassero cinque euro (l’uno per cento) dal conto corrente per aiutare chi ha ancora meno. Forse perché conosce la fame. Perché lo stesso discorso fa storcere il naso a parecchi che poveri non sono? Su certa stampa sento parlare di “furto”. Rimango basito.

I denari raccolti, naturalmente, non vanno sprecati. Dovranno servire a investire in ricerca, istruzione, riqualificazione professionale, infrastrutture: roba che fa crescere sul lungo periodo, e non certo solo a dare sussidi, pur sacrosanti in certuni casi.

Un po’ di aggiornamento professionale farà bene a tutti, e serve anche al Paese. Linea dura: chi si tira indietro è fuori da tutto.
Vi piace questo discorso? Bene. Ricordatevene quando il prossimo venditore di tappeti proverà convincervi che esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Ripartire non sarà facile, ma certo non è impossibile sfoderando un’arma preziosa a tutte le latitudini, il senso della comunità a cui tutti, nessuno escluso, apparteniamo.


A Milano, intanto, i contagi non diminuiscono ed è arrivato il caldo.
La primavera prende a mostrarsi sugli alberi, le nuove spiagge sono i balconi.

Alle spalle c’è un inverno che non è stato inverno, di fronte c’è un’estate che non sarà estate. Poco male, anche questa è vita. Ma il valore di un giorno dipende da quanti ne hai davanti. Non è lo stesso per gli anziani, non è lo stesso per i malati. Ho letto di sei pensionati beccati a giocare a carte in un bosco nel Varesotto. Non è la cosa giusta da fare, ma vanno compresi. Cerchiamo di essere indulgenti con le debolezze altrui: la ruota, prima o poi, gira. Per tutti.

Standard
coronavirus, cronaca, politica, salute

Sierologico o tampone? La guerra sotterranea della lobby delle analisi

Sempre più scienziati chiedono di effettuare tamponi a tappeto per imprimere una svolta alla lotta al coronavirus. La situazione è al limite soprattutto al Nord, dove i reparti sono pieni, i medici si ammalano uno dopo l’altro e gli ospedali sono diventati bombe biologiche. Ma, anche nel mezzo di un’emergenza di portata storica, conviene tenere gli occhi aperti.

Nei giorni scorsi le agenzie hanno battuto la notizia di un laboratorio di Afragola (Campania) che prometteva test per il Covid19 alla modica cifra di 120 euro. L’annuncio, postato su Facebook, parlava non di tamponi, ma di test sierologici. Non è un dettaglio, e vedremo perché.

Grazie a quest’ultima tecnica, è possibile individuare gli anticorpi eventualmente presenti nel sangue del paziente: una “traccia”, per così dire, che il virus è passato e l’organismo ha cercato di combattere l’infezione. Seguiva numero di telefono per appuntamenti.

Il cronista (precario, tra l’altro) che ha scoperchiato il caso ha passato la notizia all’ANSA. Pochi giorni dopo è stato sentito dai carabinieri: i test sierologici per il coronavirus ,infatti, non sono validati, non hanno ottenuto, in parole povere, dagli organi competenti il via libera che ne certifica l’affidabilità. Proporli alla popolazione sotto l’onda emotiva di una pandemia potrebbe comportare profili di illiceità, nonostante i distinguo per tutelarsi da azioni legali. Oggi solo poche strutture sono autorizzate a condurre analisi del genere. C’è poi il tema del prezzo: esiste una quota di persone disposta a pagare molto denaro per sapere con certezza se è positiva o meno. L’affare è dietro l’angolo.

Meglio monitorare la situazione, dicevamo. In attesa di accertare se ci siano state violazioni, riporta il “Fatto Quotidiano”, il centro diagnostico campano è stato diffidato dall’Asl dal continuare la “promozione” delle analisi sui social media.

La materia è tanto tecnica che persino molti medici non specializzati in immunologia hanno difficoltà a orientarsi. Proviamo a spiegare.

Le mani sui rimborsi regionali

L’unica metodica attendibile per fare diagnosi, fino a oggi, risulta essere il tampone, divenuto tristemente noto nelle ultime settimane. Si tratta di un test molecolare con cui, in sostanza, si va alla ricerca dell’RNA del virus. Più lungo nelle tempistiche, più costoso, ma decisamente più affidabile del test sierologico; e, soprattutto, validato dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Per chi non credesse ai “burocrati” di Ginevra, aggiungiamo che così la pensa anche il noto virologo Roberto Burioni, che ne ha parlato sul proprio sito Medical Facts.

Insomma, sembra una storia di quelle tipiche del nostro Sud. E lo è, infatti.  A Milano, come da copione, le cose si fanno in grande.

La diagnostica medica è un settore attorno a cui ruotano denari e interessi, tra vendita di prestazioni specialistiche e, soprattutto, rimborsi regionali. Per il momento, sono pochi i soggetti autorizzati a eseguire i tamponi necessari per cercare il Sars-Cov-2, tutti pubblici.

I laboratori privati di analisi grandi e piccoli si dichiarano pronti da settimane, ma non hanno ancora ottenuto il via libera dalla politica.

Per aprire la serratura, rimasta chiusa fino a questo momento, senza rischiare di incappare in profili penali (come potrebbe accadere nel caso campano) bisogna  procedere per gradi e passare da Palazzo. Significa disporre di risorse non comuni. Capitali economici e relazionali, impiegati con strategia.

Si può cominciare, ad esempio, mettendo assieme un parterre di imprenditori del ramo, startupper e soggetti con conoscenze a diversi livelli, dalla politica alla finanza all’editoria.

Si prosegue, poi, creando gruppi Whatsapp per giornalisti, fornendo presunte anteprime, e annunciando interviste già concordate con importanti testate. Basta ottenerne una per innescare la reazione a catena. Se sono di più, e al codazzo si aggiungono le televisioni, tanto meglio.

A questo punto, si può procedere a diffondere le paginate pubblicate da un importante quotidiano nazionale per convincere i cronisti scettici di essere rimasti indietro. Si sa, il terrore delle redazioni è “prendere un buco”. Qualcuno, nella fretta, ci casca sempre, e riprende la notizia.

Non può mancare la petizione. Siamo pur sempre nell’era degli influencer. Per preparare il terreno e guadagnare credibilità grazie a uno dei numerosi strumenti disponibili online basta  far sottoscrivere a importanti (e ignari) nomi della scienza una raccolta firme in cui si parla, genericamente, della necessità di eseguire test a tappeto per combattere la diffusione del contagio. Senza specificare, in quella sede, se si tratta di tamponi o di sierologici.

Da giorni sul web circolano appelli dai toni enfatici, a prima vista condivisibili. Le petizioni, rivolte al Governo e al Comitato tecnico scientifico creato nelle scorse settimane, chiedono screening di massa per arginare il contagio. Leggiamo l’elenco dei firmatari: molti sono noti, altri lo sono diventati in questi giorni. Professori, personaggi della cultura, imprenditori. E, ovviamente, direttori di centri diagnostici, che hanno tutto l’interesse a “liberalizzare” gli esami. Ma attenzione: nessuno degli appelli specifica che tipo di analisi si chieda di effettuare sulla popolazione.

Ottenuto l’appoggio dei grandi sponsor, il più è fatto: non resta, a questo punto, che usare la petizione per supportare l’offerta alle autorità politiche… di collaborazione disinteressata. E di test sierologici estensivi, ovviamente.

Test contro test: una guerra tra laboratori

Ecco come si crea nuovo business ai tempi del coronavirus, partendo da un’idea semplice: se la politica non apre le porte spontaneamente, e in fretta, la strada buona è metterla sotto pressione sfruttando l’onda emotiva e creando un movimento di opinione. Se poi i giornali si inseguono l’un l’altro convinti di perdere lo scoop del momento, c’è il rischio che la mossa riesca. Anche se in gioco c’è la salute pubblica, e l’operazione potrebbe rivelarsi del tutto inutile dal punto di vista della lotta al virus, dato che gli esami sono inaffidabili. Ma tant’è.

Così, sottotraccia e lontano dai riflettori, si sta combattendo una guerra tra laboratori: quelli disposti ad assumersi il rischio di proporre un esame non ancora validato con un’operazione spericolata, e quelli che si limitano a suggerire il “vecchio” tampone. Più costoso, ma più attendibile, nonostante un percentuale di falsi negativi che può sfiorare il 30%.

Ma vediamo meglio la differenza.  “I test sierologici – spiega ai colleghi in una chat riservata un medico e professore universitario esperto nelle materie di riferimento – non hanno valenza diagnostica, ma di solo accertamento della positività anticorpale. Il che, in corso di epidemia, serve a poco o a nullla“. Sapere che una persona si è infettata senza conoscere se è ancora contagiosa può avere una valenza statistica a posteriori, insomma, ma non certo preventiva.

L’isolamento dei soggettiprosegue infatti il medicosi basa sull’infettività, non sul fatto che in qualche momento della loro vita abbiano incontrato il virus e generato anticorpi (che, per quel che ne sappiamo finora, possono essere rivolti contro qualsiasi coronavirus)”. Cioè: oggi come oggi, il test potrebbe confondere il Sars-CoV-2 con un’infezione diversa.

L’OMS aggiunge: “Alla data odierna, i test basati sull’identificazione di anticorpi (sia di tipo IgM che IgG) diretti contro il virus Sars-CoV-2 non sono in grado di fornire risultati sufficientemente affidabili e certi per la diagnosi rapida in pazienti che sviluppano il Covid 19” scrive in una nota. Insomma, “non possono sostituire il classico test basato sull’identificazione dell’RNA virale” anche se l’organizzazione avverte di stare conducendo studi su oltre 200 test rapidi. I risultati saranno disponibili nelle prossime settimane.

Pressione sui decision maker

Sull’affare dei test sierologici si sono fiondati in tanti. In Toscana, secondo quanto riportato dall’agenzia Impress, il presidente della Regione Enrico Rossi avrebbe firmato un’ordinanza per effettuare test sierologici su 7.800 sanitari. I casi positivi dovranno poi essere confermati con tampone. Ma l’inaffidabilità del primo esame rende il meccanismo traballante.

Inutile negarlo, il morale è allo stremo. Ma la domanda è se abbia senso, per un ente pubblico, inseguire gli umori della popolazione, e farlo battendo una strada la cui efficacia non è stata ancora riconosciuta nemmeno dal Comitato Tecnico Scientifico creato ad hoc dal Governo per fronteggiare l’emergenza.

Nel gioco delle parti, anche in piena crisi, ognuno agisce pro domo sua. Ma la politica dovrebbe fare gli interessi di tutti. Difficile immaginare che decisioni – operative e di spesa – tanto delicate siano prese sulla base della semplice emotività. E, magari, di campagne stampa martellanti che soffiano sul fuoco della paura.

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 7

È successo anche stavolta. Fatta la legge, trovato l’inganno, recita il detto. E si sa, la saggezza popolare spesso ci prende.

La storia è più o meno questa. Il governo emana una norma. Chi ha scritto il testo sa benissimo che contiene alcune scappatoie (permesso di fare la spesa, jogging), utili a renderla applicabile. Risultato? Milioni di podisti improvvisati e spesaioli compulsivi mai visti prima si ritrovano in strada.

Il governo, visto l’andazzo, riduce progressivamente lo spazio lasciato al buonsenso ed emana un nuovo testo, più ricco di casi, eccezioni, deroghe e sanzioni.

Non basta. I parchi, complice il caldo, restano pieni. Intanto la gente negli ospedali muore. Si decide che bisogna correre ai ripari.

Nuovo decreto. I testi diventano tre, con riferimenti incrociati, richiami a codici e codicilli, tutto scritto, naturalmente, in linguaggio da azzeccagarbugli. Chi non ha seguito la vicenda dall’inizio prendendo appunti e facendo tabelle può rassegnarsi: ci sarà sempre un modo per avere torto, o una scappatoia per provare ad avere ragione.

Mi viene da pensare, in questi giorni di clausura in cui la mente può spaziare, che lo stesso accade con le normative fiscali, edilizie, commerciali: quelle, insomma, che regolano la vita quotidiana del nostro paese. Tranne per il fatto che, al posto di sessanta milioni di dilettanti del diritto, esistono eserciti di consulenti iper-specializzati e pagati profumatamente al solo fine di eludere le regole. Ovviamente, senza essere punibili, e mantenendo la fedina penale pulita.

Insomma: la burocratizzazione che ci tomenta è conseguenza dei furbetti che abbiamo attorno e tolleriamo. Che saranno pure la minor parte, come i runners improvvisati di questi giorni, ma producono effetti in grado di peggiorare la vita di tutti. Ricordiamocelo, quando, finalmente, il Covid sarà alle spalle.

Riflessione numero due. Qui, ovviamente, siamo nel campo delle opinioni.

Sui social, schiere di soloni hanno ridicolizzato chi si è recato a far la spesa temendo scarsità di rifornimenti, prendendolo – nel migliore dei casi – per provinciale. Peccato che lo stesso sia accaduto in ogni paese colpito dal virus, perché la psiche umana ragiona per archetipi universali. Ma non è questo il punto.

Paragonavo le code al supermercato al turismo di massa di questi anni.

Tutti in Asia, tutti in America, tutti ai Tropici, tutti in una capitale diversa ogni weekend, ogni festa comandata, ogni giorno rosso sul calendario. Non è anche questo un assalto da parvenu? Viaggiare così tanto, con tutto il corollario di costi ambientali dovuti ai voli intercontinentali, viaggiare così tanto, dicevamo, e di devastazioni durante il soggiorno, è veramente un diritto? O risponde solo al bisogno di fuga da un quotidiano vissuto come scadente?

Per fare cosa, poi. Gigabyte di foto che nella maggior parte dei casi nessuno guarderà più, in attesa di due-settimane-tutto-compreso nella prossima meta, oppure, per i più avventurosi, quindici-giorni-pieni-pieni-ma-abbiamo-visto-tutto. E tornare più stanchi di prima, ad arrancare fino alla prossima vacanza. Un’abbuffata compulsiva di cui poco resta, se non chiacchiere vanagloriose, e che nulla muta nello spirito di chi parte.

“Per viaggiare non è necessario vedere nuovi posti, ma avere nuovi occhi” scriveva, più o meno, Proust. Sarà questo virus, con le sue abitudini forzate, a cambiarci? Si profila una crisi economica simile (se non peggiore) a quella del 2008. C’è una generazione, quella nata negli anni Ottanta, cresciuta nel mito del posto fisso, ma che non ha fatto in tempo a finire gli studi e si è ritrovata nel caos di una recessione globale.

La lezione non è servita: in dieci anni le disuguaglianze sono aumentate, non certo diminuite. È sparita la classe media. Chi a fatica si era ripreso, è di nuovo a rischio. Forse, mi viene da pensare, è anche colpa nostra.

Finita l’epoca dei sindacati e delle lotte di massa – e delle loro esagerazioni –  ci siamo convinti che il successo fosse dietro l’angolo, per tutti, o almeno per quelli che lo meritavano. Se sei bravo ce la fai, e via col mito di Steve Jobs. Sii affamato, sii folle. Fotti il prossimo, aggiungerei, e vendigli la tua merce al doppio del valore, se sei capace. Poi viene fuori che a non farcela siamo noi. E giù lacrime amare.

Le belle giornate aiutano il morale, ma ieri – nuvoloso – per strada e in metropolitana la sensazione era che la gente abbia cominciato ad avere davvero paura. Gli sfortunati sprovvisti di mascherina camminano a passo svelto lanciando sguardi fugaci. Tanti vengono a sapere di parenti o amici contagiati. La battaglia, anche a Milano, è cominciata.

Il capoluogo per il momento tiene. I numeri sono in forte crescita, ma c’era da aspettarselo. La progressione non è esponenziale e fotografa le infezioni di due settimane fa. Monza, invece, preoccupa: ha avuto un raddoppio dei contagi acclarati (i pazienti, cioè, a cui è stato fatto il tampone) nel giro di sole 24 ore. Potrebbe essere il risultato del sabato al Parco due settimane fa.

La verità, ormai si dice apertamente, è che gli infetti sono molti più di quanto dichiarato. La nostra stima è tra le quattro e le cinque volte le cifre ufficiali. Molti in ospedale non ci arrivano mai perché non gravi, una quota di loro muore in casa.

Aumentano i medici contagiati. Croce Rossa e Comune di Milano hanno lanciato appelli per reclutare volontari tra la popolazione non sanitaria, e sembra siano stati in molti a rispondere. Non è dato sapere se siano stati arruolati.

E mentre pare che a Bergamo sia proibito al personale sanitario di avere contatti con i cronisti (a rischio di una denuncia penale), qualcuno inizia a ragionare su potenziali business legati al virus. La paura è una potente leva di marketing, in grado di condizionare le opinioni di pubblico, stampa e policy makers, soprattutto quando si dispone degli strumenti finanziari e relazionali per smuoverle. Manovre sono in corso, sfruttando il climax di queste settimane. Si gioca sul filo del rasoio, tra mercato e salute pubblica. Ma ne riparleremo, se sarà il caso, nei prossimi giorni.

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 6

Accetta di raccontarmi la sua storia, ma prima mi dice di aspettare. Tira fuori un cracker e lo lancia ai piccioni di piazza Duomo. Gli uccelli, abituati ai chicchi di mais gettati dai turisti, si avventano tutti assieme sulle poche briciole da spartirsi.

L’immagine funziona. Vagano per le strade del centro, raccogliendo rifiuti dai bidoni della spazzatura, bevendo birra da lattine lasciate da chissà chi. Oppure restano seduti, aspettando offerte che non arriveranno. Sono i senzatetto di Milano, gli invisibili di una città che correva e, tutto sommato, aiutava.

Wilmer e sua moglie abitano qui, nel salotto buono della città, da quattro anni (guarda il video). Lei è disabile psichica al cento per cento, lui si è venduto il cellulare l’altro giorno per sfamarsi.

L’emergenza Covid è anche la loro, perché sono rimaste le briciole. Di solito ci pensano i volontari delle tante organizzazioni. Ma in questi giorni, mi spiega, l’attività di supporto si è ridotta. Probabilmente, a causa dei servizi attivati per distribuire pasti e medicinali a domicilio. Restare a casa, ma una casa non ce l’hanno. Immagino che qualcuno commenterà: cazzi loro. Resto dell’idea che sono anche cazzi nostri.

 



Che questa crisi abbia anche un risvolto sociale lo ha sottolineato ieri Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

“Esiste già un secondo fronte: accanto a quello sanitario ce n’è uno sociale. C’è anche chi ha già visto peggiorare la propria condizione economica già al limite della sussistenza – ha spiegato all’agenzia SIR – Ci sono colf e badanti, assunte in nero, che hanno perso i loro clienti e ci chiedono un aiuto maggiore”.

“Dobbiamo iniziare a prepararci sin da ora ad affrontare la crisi sociale che sta esplodendo dentro questa emergenza sanitaria – ha ripreso Gualzetti – Già adesso ci sono categorie più colpite: dai senzatetto a chi va avanti con lavori saltuari. Ma presto arriveranno ai nostri centri di ascolto tutte quelle persone che non potranno usufruire delle misure di protezione che il governo si appresta a mettere in campo, dalla cassa integrazione in deroga ai congedi familiari. Saranno loro a pagare il costo sociale più salato a questa crisi. Anche se fino ad ora se ne parla ancora poco”.

Ed è vero, se ne parla poco. Chi lavora nel silenzio sono gli avvoltoi, non solo quelli delle farmacie senza scrupoli. Dai “compro oro” che hanno riempito la città di pubblicità a chi rastrella case sul mercato immobiliare, che vive un brusco stop delle compravendite in quello che era diventato il paese dei balocchi. Il Movimento Cinque Stelle proponeva (sensatamente) di fermare le aste giudiziarie perché oggi, ad essere interessati agli acquisti, sono solo gli speculatori.

A Milano in centro non c’è nessuno o quasi per strada.
Il problema sono le periferie, gli anfratti. Viale Monza è deserto, ma basta infilarsi nelle stradine laterali e lo scenario cambia. Lungo la Martesana tra runners, passeggiate col cane, quattro passi con l’amica, il bimbo che deve uscire e i venti gradi primaverili oggi sembrava domenica pomeriggio. Pare che anche sul Monte Stella ci fosse il pienone.

Ci si è messa anche ATM, che ha improvvidamente ridotto le corse: risultato, sui primi treni del mattino, quelli dei pendolari, un affollamento da ora di punta.

Sta entrando in gioco il nemico più pericoloso. La frustrazione. Per ora Milano tiene, ma siamo all’inizio. È probabile che il tre aprile le misure siano prorogate. Oggi in città i casi sono 1.091, 127 in più di ieri. Il problema è che nelle statistiche finiscono solo i positivi sintomatici. Ma in casa c’è molta gente che il virus ce l’ha e non è conteggiata.

Nelle piazze si raccolgono tante persone, passatemi il termine, scazzate. Sole. Senza prospettive. La città sta diventando una grande galera. E la cosa peggiore che può capitare in carcere è una rivolta dei detenuti.

Standard