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Diritto all’oblio: subito la legge

Questo pezzo è stato pubblicato in originale su TiSOStengo.

Quando le notizie che arrivano sono queste, verrebbe voglia di spegnere il computer, il cellulare e riporre la tecnologia in una scatola con tutto il buono che ci ha regalato. Tiziana C., giovane e bella donna di Mugnano, in provincia di Napoli, si è tolta la vita a 31 anni impiccandosi con un foulard. Pochi, pochissimi, se si ha la fortuna di possedere l’essenziale: una casa, un lavoro, e un po’ di salute. Ma per la protagonista di un video sexy girato con leggerezza e spedito, per chissà quale motivo, a presunti amici, la serenità è una chimera.

Benvenuti al tempo della Rete, dove tutto ciò che passa dal web è destinato a restarci. Per sempre. Il nome di Tiziana, protagonista a volto scoperto, era circolato, aprendo la strada a pagine Facebook cariche di insulti per quell’atto frivolo di cui, poco dopo, ha compreso la stupidità.

Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio” cantava de André. Il paese chiacchiera: la madre, dipendente comunale, si nasconde per la vergogna. La figlia, per disperazione, sceglie di cambiare città, rifugiandosi in Toscana. Non serve.

Mandare un curriculum, chiedere l’amicizia su Facebook, innamorarsi in palestra: cose normali per chiunque,  non lo erano per Tiziana. Vittima del web e dei tanti voyeur che consumano gigabyte e avambracci guardando porno amatoriali, per poi lavarsi la coscienza vomitando ingiurie.

Nome e cognome avrebbero inchiodato per sempre quella ragazza di 31 anni al suo errore. Imperdonabile, in una società sessuofobica. Peccato che, mentre un foulard le portava via la vita, legioni di ladri in giacca e cravatta, politici corrotti, preti con figli bevessero Martini, come sempre, sulle terrazze del Belpaese.  Aveva deciso di cambiare identità, Tiziana, rinunciando a sé per sfuggire agli avvoltoi. Ma non ha fatto in tempo a salvarsi.

Pensate non vi riguardi? Sbagliato. Nessuno è al sicuro. Le tutele sono scarse. Il diritto all’oblio, che dovrebbe garantire la cancellazione dei contenuti inattuali pubblicati sul web, è di difficile applicazione. Troppo facile copiare un contenuto e diffonderlo, riparandosi dietro server collocati chissà dove. Senza contare l’effetto Streisand: se la notizia dell’azione legale si sparge, la diffusione della notizia, paradossalmente, aumenta.

In Italia, il Garante alla privacy e l’orientamento della giurisprudenza guidano l’azione della giustizia. Ma non basta: non esiste una legge ad hoc che fissi confini certi nell’era digitale. Solo l’Unione Europea pone qualche paletto.

Tra i molti interventi che il governo Renzi ha in programma per modernizzare l’Italia, da oggi c’è una priorità: fermare questa vergogna. Siamo convinti che Tiziana si potesse salvare. Che almeno il suo sacrificio non sia stato inutile.

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internet, tendenze

Gli online magazine del millennio

Navigando sul web, mi capita sempre più spesso di trovare siti veramente ben fatti (l’ultimo? Eccolo), sia dal punto di vista grafico che da quello dei contenuti. Ho le sensazione che, finalmente, l’informazione su internet sia arrivata all’inizio di quella che potremmo definire la fase di maturità.  Quando ho cominciato a lavorarci (era il 2005), le cose erano molto diverse. Venivo dalla carta stampata, ma mi era chiaro che ero arrivato tardi: in redazione c’era la fila di colleghi  di mezza età alla ricerca di un posto fisso e di una sistemazione, e il mio turno sarebbe venuto (ammesso che arrivasse) molto più avanti. Nel frattempo? Il niente. La solita gavetta fatta scrivendo due pezzi a settimana, senza vivere quella pressione che, poi, è la differenza tra un vero giornalista e chi, semplicemente, scribacchia.  Non importa si tratti di un mensile o di un quotidiano: se non sai farlo in fretta, non sei del mestiere. E questo si impara solo in redazione.

Insomma, mi serviva un posto dove fare pratica. Mi buttai sul web, prima con un blog, poi con un sito, assieme ad altri giovani. Si chiamava “GiraMi”, ed era in anticipo sui tempi, troppo.  Ricordo quando demmo tra i primi la notizia di una svolta sulla congestion charge, la soddisfazione di vedersi in cima a Google News. Poi, raccontavi di lavorare in un giornale online, e la gente ti guardava con compassione. Sostanzialmente, la percezione di affidabilità era pari a zero.

La gente, semplicemente, il web lo ignorava. Tutto qui.

Il problema, visto a posteriori, stava in questi termini: i giornalisti migliori, quelli di esperienza, stavano sul cartaceo. Non sapevano neanche cosa fosse un pc, abituati a macchine con autista e redazioni in cui la catena delle notizie comprendeva fotografi, grafici, impaginatori, correttori di bozze. I giovani, quelli che sapevano usare il web, non avevano abbastanza esperienza e capacità per fare giornali di qualità.In genere avevano tra i 20 e i 25 anni, e a quell’età possono non mancare gli strumenti tecnici e la cultura; ma mancano cose fondamentali: il buonsenso e l’esperienza, che ti porta a fare confronti e a valutare i fatti.

Undici anni dopo, nel 2016, quei giovani sono diventati uomini di mezza età. Qualcuno (molti) ha cambiato mestiere per disperazione, e ne ho visti diversi gettare via il talento senza scrivere più una riga. Altri si sono intestarditi, e ancora annaspano tra collaborazioni miserrime, convinti, come sono, che oggi si possa vivere solo di giornalismo.

Poi ci sono quelli come me, che hanno deciso di fare altre esperienze, magari si sono immaginati una vita diversa, per tornare sui propri passi, perché al cuor non si comanda (ma nel frattempo hanno girato un po’ il mondo, imparato a fare altro, e se ne sono appassionati, anche).

Risultato? Oggi quei trentacinquenni sono grafici, web designer, webmaster, videomaker, insomma, tutto quello che serve per mettere insieme un prodotto qualitativamente valido e, possibilmente, se non di successo, almeno di nicchia. Lavorano tutti sul web, e il web è chiaramente nei loro orizzonti: non più un ripiego, ma scelta nativa, per le possibilità che offre. In più, hanno l’esperienza per scrivere contenuti di qualità, scattare foto appaganti, produrre video significativi.

Oggi esiste una quantità di online magazine che offrono proposte eccezionali per valore di testo e grafica: le news di attualità è sempre meglio pagarle (opinione mia) ma, sulle nicchie, c’è veramente di che leggere. E tutto gratis.

Chissà cosa ci riserva il futuro. La carta resterà per i feticisti della pagina, ma il web sta arrivando a maturazione e le nuove tecnologie propongono sempre maggiore integrazione. Credo si possa dire, a questo punto, che abbiamo veramente svoltato.

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economia, salute

Epatite C, la UE e lo strapotere delle lobby

L’articolo che segue è stato pubblicato su TiSOStengo a questo link

Un nuovo farmaco contro l’epatite C promette l’eradicazione del virus in una percentuale attorno al 90% dei casi. Certo, non significa guarigione per tutti (se c’è cirrosi conclamata, il danno strutturale non è riparabile): ma, se non altro, si impedisce l’evoluzione della malattia. C’è, però, un problema: il farmaco costa tanto, troppo.

L’anno scorso sono stati spesi, in Italia, 1.7 mld di euro per curare 31.069 ammalati (fonte: elaborazione su dati AIFA). Il trattamento per il virus nel nostro paese costa 55.000 euro a paziente.

QUESTIONE DI PREZZO – Si ripropone la questione del prezzo dei medicinali. La Gilead, azienda californiana che produce il preparato in questione (Sovaldi), è infatti in grado di contrattare con le varie agenzie nazionali del farmaco condizioni di vendita più che favorevoli.

Funziona così: dal punto di vista dell’azienda che produce un bene necessario (ad esempio, il farmaco per l’epatite C, ma anche i pannoloni per gli incontinenti, per restare in ambito sanitario), un mercato frammentato è quanto di più desiderabile. Se al tavolo delle contrattazioni si siedono soggetti relativamente piccoli (come le agenzie del farmaco dei singoli paesi), la negoziazione sarà a senso unico: l’ideale per un’azienda farmaceutica che mira al massimo profitto (ricordiamo che, in fondo, si tratta di business, e l’etica c’entra poco). Le trattative, tra l’altro, sono per lo più segrete.

Ma cosa accadrebbe se la contrattazione fosse concordata a livello sovranazionale, diciamo europeo?
Probabilmente, quello a cui si assiste per un altro bene “di prima necessità” , i già citati pannoloni: prezzi più bassi se lo Stato ne acquista centralmente grandi quantità, distribuendole tramite il sistema sanitario. Nella Ue esiste senz’altro la possibilità di centralizzare le decisioni di acquisto. Basta trovare l’accordo.

IL PROBLEMA DI STIMOLARE LA RICERCA – Tutto risolto, quindi? Non proprio. Anche Big Pharma ha le sue buone ragioni (ne avevamo parlato qui): prezzi troppo bassi significano perdere lo stimolo per la ricerca e, quindi, ogni incentivo allo sviluppo di nuove terapie. Cerchiamo di spiegarci.

In pratica, per come è strutturato il settore, nessuno investe in ricerca su farmaci che, nel lungo periodo, non hanno il potenziale di ripianare i costi. E dato che, fra le tante molecole testate, sono poche quelle che superano le severe fasi disperimentazione, è solo ed esclusivamente da quelle capaci di arrivare in commercio che le aziende dipendono per tenere in piedi i bilanci e fare utili. Le altre rappresentano perdite secche. Un esempio evidente del meccanismo sono i farmaci orfani (leggi qui), quelli che curano malattie poco diffuse: fare ricerca in questo campo non conviene a nessuno perché manca un mercato sufficientemente ampio. Con tutto quello che ne consegue nei termini di un diritto alla salute che cessa di essere universale.

TRASPARENZA ZERO – Ci si addentra in un terreno estremamente scivoloso che dall’economia declina verso la politica. Se le aziende ragionano in base ai bilanci e alle logiche di mercato (e non potrebbe essere altrimenti), spetta ai governi intervenire con correttivi utili ad aggiustare i prezzi, badando però a non azzerare lo stimolo che porta ad assumersi il rischio di impresa.

In concreto, sono due le strade che gli Stati impiegano per incentivare le aziende a investire: ricorrere ad aiuti diretti oppure fornire agevolazioni indirette come, ad esempio, sgravi fiscali (probabilmente un’opzione migliore).

Ma c’è una terza arma, probabilmente ancora più efficace: la trasparenza, e una regolamentazione vera delle lobby. Che, a Bruxelles, sono da sempre un’istituzione parallela. Stazionano nei palazzi del potere, preparando comodi riassunti (ovviamente interessati) sulle questioni del giorno, ad uso di parlamentari che di farmacologia non masticano più di quanto si intendano di fiscalità internazionale o dimensione delle olive.

Se poi ai bignami si accompagna la “riconoscenza” dell’industria, e Big Pharma sa essere munifica, si comprende come mai, a tutti i livelli, sulle lobby si preferisca non decidere. Ma quanto converrebbe portare tutto alla luce del sole, come qualche forza politica (ad esempio i Cinque Stelle) chiede a ragione?

Guglielmo Pepe su Repubblica ricorda che per trattare tutti i malati – gravi e meno gravi – di epatite C nel nostro paese servirebbero 8 miliardi di euro l’anno, pari circa alla metà di una finanziaria di media portata. Una cifra da spendere da qui al 2025, cui va aggiunto il resto della spesa farmaceutica. Certo, si tratta di un investimento. Ma sedersi al tavolo delle contrattazioni nella maniera migliore per spuntare un prezzo equo è quanto farebbe ogni “buon padre di famiglia” recandosi al mercato. E quindi, anche ciò che dovrebbe fare l’Europa

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Dieci consigli per stare con un giornalista

Dato che recentemente “qualcuno”  mi ha invitato a leggere il decalogo per stare con una ragazza viaggiatrice, faccio uno strappo alla regola di serietà di questo blog e pubblico i dieci consigli per stare con un giornalista. Pan per focaccia.

  1. Il tempo. Se ami un giornalista, devi sapere che il tempo per lui è un’ossessione. Ne ha troppo quando non serve, e troppo poco quando ne ha bisogno. Se dopo tre ore a leggiucchiare giornali gli viene un’idea e deve ribaltare il mondo con mail, telefonate, ricerche per un pezzo che, nella sua mente, sarà sempre quello della vita, non è colpa sua. E’ che lo vogliono cosi.
  2. Strettamente correlato al punto 1. Il tempo da soli. La mente di un giornalista viaggia alla velocità della luce: prova tu a trovare qualcosa di non banale da dire su ogni cosa che vedi accadere nel mondo, un punto di vista interessante, un ragionamento che metta in luce un aspetto nascosto. Si sa, siamo un popolo di commissari tecnici quando gioca la Nazionale, e alla bisogna sappiamo reiventarci economisti, cuochi, medici, avvocati. Il giornalista cerca di farlo meglio degli altri. Per questo lavora in un giornale. Se sapesse realmente cucinare, pensi che si chiuderebbe in redazione? Il sonno riposa il fisico, il  tempo da soli è fondamentale per la mente: ossigeno per il cervello, uno spazio in cui ricaricare le pile in un mondo pieno di informazioni e banalità. Nulla gli piace di più che avere una stanza in cui scrivere a notte fonda per i fatti suoi, magari con la tv accesa in sottofondo sul canale sportivo. Il suo sogno? Uno studio alla Obama (vedi foto).
  3. Tutta quella carta che hai buttato nella differenziata l’altra sera non sono “solo giornali”. Ammettiamolo subito: vale per chi la carta l’ha conosciuta. Ma se sei sopra i trenta e fai questo mestiere, quando accade qualcosa pensi per prima cosa al titolo del Corriere in edicola domani. E magari a quello di Repubblica. E a quello della Stampa. E a quello del New York Times…
  4. Fagli credere che le cose che dice siano interessanti. Beh si, questo vale per tutti gli uomini. Vuoi mandarlo in crisi? Se ti chiede cosa ne pensi rispondigli “cosa”? Dopo mezzora di monologo, potrebbe uscirne devastato.
  5. Il telefonino alla mattina. Lo sappiamo, la gente usa Facebook, Twitter, Instagram, Skype per chattare, frugare nella vita degli altri, perdere tempo. Il giornalista anche. La differenza è che, per lui, da quell’aggeggio infernale escono n-o-t-i-z-i-e. Ogni sussulto, ogni luce proveniente da lì è una potenziale miccia, un articolo, un’idea.  Se la prima cosa che fa quando si alza è guardare il telefonino, buttaglielo dalla finestra. Ma se lo fa a colazione, adesso sai perché. E magari cerca di essere comprensiva.
  6. La vita. Quella vera. Il giornalista vuole stare in mezzo alla Storia e raccontarla. Peccato che la Storia, quella con la S maiuscola, non avvisi, e spesso ci si debba accontentare dei surrogati. Non si può correre sempre da una parte all’altra del mondo, ma l’alternanza tra redazione e vita vissuta è il fascino di questo mestiere. Uno senza l’altro non ha senso. Il giornalista vero e’ un teorico con attitudine per la pratica. Chi sta troppo in redazione dovrebbe fare lo scrittore, o lo studioso; chi ci sta troppo poco, al contrario, spesso dimentica l’italiano. Restare in equilibrio tra questi due estremi dà come risultato  un pezzo ben scritto. E fidati, la differenza si sente.
  7. Il giornalista è un pignolo. Gli piace puntualizzare. Non è colpa sua, è che lo tirano su cosi. “Controlla, controlla, controlla”.”Riscrivilo!” “Ma che …zo hai scritto??” sono le tipiche frasi che chi è alle prime armi si sente ripetere all’infinito. Qualcosa, auspicabilmente, gli è rimasto.
  8. Lui ti ama, ma non sarà mai un buon fidanzato. Insomma, con una normale proprio non ci può stare, e ti conviene saperlo. Sarà  sempre preso da una notizia di cui a te non interessa nulla, si fermerà sempre se vede un incidente, se in metropolitana incontra un tizio vestito da Iron Man è quello che lo ferma e gli chiede il perché, mentre gli altri ascoltano la risposta. Sarà  per questo che spesso finiscono da soli.  Non ti chiama, ma se non ti fai sentire, inizia a fibrillare. E’ un bambino, in poche parole. Su questo, non posso che darti ragione.
  9. Nelle discussione preferisce i messaggi, whatsapp e le mail alle chiacchierate. E’ il suo habitat. A dire le cose a voce proprio non ci riesce. Se non altro, si spera, dovrebbe riflettere meglio su quello che dice. Dovrebbe.
  10. Si prende sempre, maledettamente, sul serio. E non aggiungo altro.
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EMA: Milano in corsa per l’Agenzia Europea del Farmaco

Ancora Brexit, questa volta in chiave italiana. Milano potrebbe avvantaggiarsi dell’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna. Tra le agenzie che nel capoluogo lombardo potrebbero trovare collocazione ideale ci sono l’EBA (European Banking Agency, che regola il settore bancario) e l’EMA (European Medicines Agency, che si occupa dei farmaci). Due giganti. Ecco perché l’Italia questa volta può farcela. L’articolo  qui sotto  è stato pubblicato su TiSOStengo e si trova in originale a questo link. 

L’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, presto potrebbe spostarsi da Londra. Per trovare casa in Italia? Si tratta, per il momento, solo di una proposta presentata dal presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. Qualche riflessione, però, è d’obbligo, visto il voto anti-Europa del Regno Unito che rende difficile immaginare una permanenza dell’authority nella capitale inglese.

“A nostro favore giocano importanti fattori – spiega Scaccabarozzi in una nota – L’industria farmaceuticamade in Italy è ormai una realtà 4.0 di primo piano in Europa. Seconda per produzione a un’incollatura dalla Germania, ma prima per valore pro-capite. Con un export da record che supera il 70% della produzione, un’occupazione qualificata in ripresa (+6.000 addetti nel 2015) e investimenti in crescita (+15% negli ultimi due anni). E a un passo dal diventare un hub europeo per la ricerca, anche clinica, con investimenti di 1,4 miliardi (700 milioni solo in studi clinici)”. Le stime della Camera di Commercio di Milano basate su dati Istat confermano: l’export farmaceutico del capoluogo è in crescita del 21,4% (comparazione tra il primo trimestre 2015 e il primo trimestre 2016): numeri che rendono credibile l’ipotesi di un trasferimento all’ombra della Madonnina.

Ma non è tutto. “L’Italia può contare – continua Scaccabarozzi –  su un’Agenzia del farmaco (Aifa) riconosciuta a livello internazionale come modello di best practice per l’innovatività delle modalità di accesso ai farmaci. Un modello a cui guardano molti Paesi e che andrebbe reso ancora più efficiente”.

SOSTEGNO TRASVERSALE – Chi nella Brexit vede innanzitutto un’opportunità ha raccolto la sfida. La proposta ha riscosso plauso trasversale dal Pd fino alla Lega, segno che l’entusiasmo di occupare lo slot prevedibilmente lasciato vuoto da Londra non conosce colore. Parere favorevole ha espresso il responsabile salute del PD Federico Gelli, parere favorevole ha espresso anche il governatore della Lombardia, il lumbard  Roberto Maroni.

Quest’ultimo ha corroborato la candidatura annunciando l’intenzione di costituire un fondo da 50 milioni di euro per spingere i ricercatori italiani scappati all’estero a rimpatriare. Non è chiaro come il politico intenda conciliare le posizioni anti-europee  delle camicie verdi con l’ambiziosissima candidatura per il capoluogo; ma l’idea sembra buona.

IL LUOGO IDEALE – Milano, del resto, parte bene. La città è pronta a mettere sul piatto l’area Expo, ora ribattezzata Human Technopole: un complesso da un milione di metri quadri su cui insiste un piano del Governo con prospettive ad ampio raggio, e su cui si insedieranno colossi come l’IBM (con il progetto Watson Health) e Nokia. Si tratta, con tutta probabilità, dell’area più ricca di infrastrutture d’Europa, proprio perchè pensata in vista dell’Esposizione Universale del 2015: aeroporti e autostrade vicini, strutture alberghiere e ricettive di qualità nei paraggi e Fiera Milano a far da corollario. Senza contare la stazione ferroviaria e la metropolitana in loco. Insomma: il luogo ideale per il viavai che caratterizza le organizzazioni internazionali.

Qualcuno (in primis Renzi, che ne ha parlato a Bruxelles, e il neosindaco Giuseppe Sala ) si è spinto oltre, fino a immaginare una sorta di zona franca per attirare le imprese: un’area a regime fiscale speciale come ne esistono altre in Italia (Livigno, ad esempio) e nel mondo (la Polonia ne conta ben 14, ma ce ne sono anche in Francia, Germania, Danimarca, Cina, tra gli altri paesi). Idea eccellente: per realizzarla occorre, però, il nulla osta dell’Unione Europea, che non dovrebbe ravvisare nel progetto gli estremi dell’ “aiuto di Stato”, vietato dalle norme comunitarie.

CANDIDATURE – Milano è in lizza anche per un’altra agenzia di peso: si tratta dell’ EBA (European Banking Autorithy), organismo che dal 2011 fissa le regole del sistema bancario nel Vecchio Continente. A favore del capoluogo lombardo gioca un fattore politico non da poco: Francoforte è già sede della BCE e dell’EIOSPA (l’Autorità europea sulle assicurazioni), Parigi dell’ESMA (una sorta di Consob europea) e Madrid dello IOSCO (che raccoglie le autorità di vigilanza sui mercati finanziari): all’Italia manca un’assegnazione di peso.

Nel caso la politica possa scegliere, non c’è dubbio che cercherebbe di portare in Lombardia il cuore della finanza continentale: troppe implicazioni economiche e di prestigio. Ma in realtà, più che sul tavolo delle Borse, l’Italia ha buone carte da spendere nel settore farmaceutico. E non è escluso che Roma si decida a giocare la partita più “facile”, per portarla a casa senza problemi.

La decisione sulla strategia da seguire spetterà a Palazzo Chigi, che dovrà intessere il lavoro diplomatico su cui costruire la candidatura.  Il fatto che a capo dell’EMA ci sia l’italiano Guido Rasi potrebbe senza dubbio aiutare, così come il fatto che il sindaco meneghino sia un manager dotato di ampia visione internazionale e ottime entrature nei palazzi europei comeSala. Sempre che la Gran Bretagna non decida di restare nella UE, magari usando il referendum come grimaldello per spuntare condizioni insperate.

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Brexit, che succede adesso?

Brexit, siamo day after. Dopo la sbornia elettorale, nella capitale inglese si pensa a come gestire un risultato che molti, forse neppure chi lo ha caldeggiato, si aspettava. Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra capofila del fronte Leave, e’ apparso teso in conferenza stampa. Cameron ha dato le dimissioni, mentre l’Unione Europea precisa che il divorzio non sara’ consensuale e spinge a fare presto. Bruxelles teme l’effetto domino, e deve tutelarsi.

Intanto, Scozia e Irlanda – che hanno votato per il Remain – minacciano di lasciare il Regno Unito: gli scozzesi, in particolare, riproporrebbero il referendum per l’indipendenza che nel 2014 non ebbe esiti, per tentare di restare nella UE.

Ma c’è un altro spettro che si aggira per Londra. Il timore, fondato, di una crisi immobiliare, che potrebbe avere conseguenza devastanti sull’economia.

L’articolo originale è stato pubblicato su Londra, Italia, e lo trovate qui.

Canary Wharf, il nuovo distretto finanziario, l’emblema della Londra capitale globale, rischia di diventare una città fantasma, tra viali vuoti e i grattacieli rimasti a memoria del tempo che fu. I bei negozi di lusso e i palazzi con portieri in livrea non si riempiranno ogni mattina di manager dal portafoglio imbottito e il gusto per il gessato, di neolaureati rampanti in cerca di denaro e signore in tallieur con tacco a spillo e borsa di Prada che lavorano in finanza. La reazione all’uscita sarà rapida e i mercati, come al solito, non stanno a guardare.

Brexit, il giorno dopo. Separata de facto dall’Unione, ma divisa anche all’interno, la Gran Bretagna è confusa. Qui sotto un grafico con le 5 domande sull’Unione Europea più poste a Google in UK il day after: la seconda è “What is the EU?”, segno che molti hanno votato senza conoscere lontanamente la questione. Credendo, in sostanza, di votare contro la crisi e gli immigrati, i britannici si sono auto-inflitti una recessione che potrebbe lasciare macerie dietro di sé.

goggle questions brexit

Smaltita la sbornia per la vittoria, le dimissioni di Cameron hanno lasciato un vuoto proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di una guida. Il premier, ovviamente, non può restare: ma Boris Johnson, ex sindaco di Londra e capo del fronte del Leave, in conferenza stampa è apparso contratto, nervoso: come non si aspettasse di vincere, e dover gestire una patata bollente che non può passare a nessuno. La sterlina si alleggerisce, e brucia nelle tasche di chi la possiede, e assieme al calo della Borsa determina una situazione esplosiva  cui si aggiunge un possibile (e probabile) crollo del mercato immobiliare.

L’indice FTSE 100 ieri ha chiuso in perdita del 3.15%. Calo contenuto? Non proprio. Nell’indice, che considera le prime 100 imprese per capitalizzazione, compaiono molte compagnie che con il Regno Unito non hanno niente a che fare, a parte la residenza per fini fiscali. Un dato più significativo si ottiene guardando all’FTSE 250, che comprende una quota maggiore di imprese concore business nel Regno Unito: questo scende del 7,19%. “Depurandolo” ulteriormente dalle aziende sostanzialmente estranee al paese dal punto di vista strategico, e considerando le aziende inglesi in tutto e per tutto insomma, si stima, invece, una perdita attorno al 10%.

Le cose non vanno meglio sul piano monetario. Verso l’una del mattino di venerdi, quando le voci di corridoio sui risultati dei primi collegi “sentinella”  hanno cominciato a diventare definitive, il valore della divisa britannica è crollato. Dopo il risultato di Gibilterra, che aveva votato al 96% per il Remain, l’entusiasmo è calato ben presto. Già un’ora dopo, il fronte del Leave è passato in testa, e non ha mai più ceduto il passo. Nei comitati e nelle sale stampa le facce hanno cominciato a rabbuiarsi solo verso le due, come vi abbiamo raccontato in diretta, ma la finanza non dorme e a quell’ora chi aveva in portafogli titoli vendibili se ne era già sbarazzato. Per quanto possibile, si intende.

I mercati hanno reagito al Brexit peggio di quanto abbiano fatto dopo il crac di Lehman Brothers” spiega Andrea Beltratti, direttore dell’Executive Master in Corporate Finance alla Bocconi in un’intervista. In Gran Bretagna non si produce più quasi nulla: si trasformano materie prime, e si forniscono servizi ad alto valore tecnologico. La finanza è il motore dell’impressionante flusso di denaro che gira su Londra, dove, chi è ricco, è veramente ricco, a dispetto di una working class ampia che fatica a tirare la fine del mese.

Per la City si aggira lo spettro di una crisi immobiliare. Il grafico qui sotto (fonte: Halifax) mostra l’andamento del mercato di settore in UK negli ultimi dieci anni, e la situazione patrimoniale delle principali banche, esposte in mutui immobiliari per miliardi di pounds: Barclays per £126bn, Lloyds (il cui titolo  ha perso il 21%) addirittura per £289bn. Cosa potrebbe accadere?

Proviamo a immaginare lo scenario più catastrofico. Il valore delle case a Londra dal 2008 (crisi dei mutui, crisi Lehman) al 2016 è salito di quasi l’80 %. Una bolla senza precedenti. La Gran Bretagna, anche grazie all’ampia autonomia, è uscita dalla crisi meglio e più in fretta rispetto agli altri, e la capitale si è lanciata verso un periodo di sviluppo che sembrava destinato a durare. Nuove costruzioni, le Olimpiadi, un’attenzione internazionale che tornava.

mercato immobiliare ukLe banche, attente a non ripetere gli errori del passato, hanno concesso mutui a giovani rampanti della finanza, considerati pagatori affidabili, con cifre pari anche al 100 del valore dell’immobile: assieme al mutuo per la casa, l’istituto ne concedeva un altro con cui lo yuppie poteva comprarsi la macchina dei sogni. Unico vincolo, versare tutti i propri introiti sul conto corrente. Pochino. I mutui si concedono in base all’affidabilità, e questo segmento di popolazione è caratterizzato da alto reddito, scarsa propensione al risparmio e tenore di vita al top.

Ma se la miccia è già stesa a terra, il fiammifero potrebbe essere la decisione delle grandi banche d’investimento di muovere i propri headquarters da Londra ad altre zone del mondo fiscalmente vantaggiose. Ad esempio il Lussemburgo, ma anche Hong Kong. Già il 16 giugno, una settimana prima del voto, il Times riportava che JP Morgan ed Hsbc avevano cominciato a prepararsi a un’eventuale Brexit valutando lo spostamento di alcune divisioni in Lussemburgo, per evitare le regole che rendono oneroso condurre il business al di fuori dell’Eurozona. Con l’uscita che si materializza (e l’UE che mette pressione perché accada in fretta) molti altri istituti potrebbero seguirle. Le conseguenze? Chi lavora in finanza sa cosa sta per accadere: prima ancora di essere licenziato, cercherà un altro lavoro altrove, magari all’estero. Si determinerà una forte pressione di vendita sull’immobiliare, e un rapido calo dei prezzi.

Torniamo per un momento ai Lloyds, la banca più a rischio con il 65% dei propri libri contabili esposti a una crisi nell’immobiliare UK. Se i prezzi sono saliti tanto rapidamente, significa che sull’onda dell’entusiasmo le case sono state pagate più di quello che valgono. Per chi ha un lavoro si tratta, semplicemente, di un investimento che si deprezza; il problema comincia con chi perde l’impiego, e il Brexit potrebbe mettere molti a rischio. In caso di insolvenza, le banche si rifanno vendendo all’asta la casa del debitore per rientrare. Ma con il mercato in picchiata, gli introiti non riuscirebbero a coprire l’importo prestato per il finanziamento. Quei mutui, come nel 2008, venivano considerati sicuri dalle agenzie di rating, e piazzati in fondi acquistati da chi cercava garanzie. Le conseguenze sono note: si diffonde il panico, e la spirale comincia ad avvitarsi. La crisi, dalla finanza, passa all’economia. Chi si ritrova invischiato nel settore va in rovina.

Il futuro del paese dipende, quindi, dai rapporti che il Regno Unito riuscirà a negoziare dopo l’uscita dalla UE, e non c’e’ da aspettarsi buonismo. Nonostante la procedura sia stata creata con il Trattato di Lisbona del 2009 non ha mai trovato impiego. Il presidente della Commissione Europea Juncker ha chiesto alla Gran Bretagna di formalizzare quanto prima l’uscita dall’Unione, precisando che non sarà un divorzio consensuale. Fino ad allora, il paese è vincolato ai doveri di appartenenza, oltre a goderne dei relativi diritti.

Il problema, per Bruxelles, è il contagio: senza una punizione esemplare, c’è il rischio che la voglia di uscire dall’Unione Europea si diffonda a macchia d’olio sulla scorta dei movimenti populisti interessati alla propria sopravvivenza immediata piu’ che al futuro. La tornata referendaria ha avuto se non altro il merito di individuare i temi caldi che potrebbero portare altri paesi a chiedere una consultazione analoga:  spesa pubblica alta, benefit eccessivi, terrorismo, immigrazione e allargamento a Est, soprattutto, alla Turchia.  La lobby di chi esporta verso l’UK eserciterà pressioni nei confronti dei governi, e della stessa Bruxelles, per continuare le relazioni economiche con la Gran Bretagna: ma il paese, non producendo quasi nulla, sarà ugualmente costretto a importare, a condizioni di favore o meno.

Intanto, si apre il fronte interno. Il Regno Unito è diviso come non mai. Il “giorno dopo”, alcune delle grandi bugie raccontate durante la campagna elettorale cominciano a rivelarsi per quello che sono, frottole. Le cifre sui risparmi che si preparano nell’immediato grazie all’uscita sfigurano rispetto a quelle sui costi, per non parlare dei benefit agli stranieri, che con gli accordi a febbraio erano stati bloccati per anni e quindi si sarebbero fermati comunque.  Tra ritrattazioni e precisazioni, non sono in molti a volersi prendere la responsabilità di gestire la crisi, almeno nella fase piu’ delicata.

Scozia e Irlanda vogliono restare attaccate al treno del Vecchio Continente. Gli scozzesi potrebbero convocare un secondo referendum dopo quello del 2014 per decidere se separarsi dall’Inghilterra: come dire, il problema siete voi, non l’Europa. L’Inghilterra stessa è spaccata: nel complesso ha votato contro l’Unione, ma la capitale, Londra, si è espressa a favore. Le polarizzazioni sono evidenti e nessuno sa sul serio come gestirle.

Le analisi, infine, dicono che a votare Remain sono stati tanti giovani sotto i 24 anni e molti laureati, a cui sarà tolta la possibilità di girare il continente come è concesso ai loro coetanei. Il conto dell’uscita decisa dagli anziani sarà pagato, come sempre, dalle generazioni che c’entrano meno.

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La Gran Bretagna divisa lascia: è Brexit

Erano le sei ora italiana quando è stato chiaro che aveva vinto il Leave. Le colpe di Cameron, il nazionalismo di Farage, il personalismo di Boris Johnson, persino il maltempo: tutto ha giocato contro la permanenza. Dopo una lunga notte passata a coprire il referendum in diretta per Londra, Italia, le analisi vanno a farsi benedire e le parole sgorgano dal cuore. Riporto integralmente il pezzo che ho scritto a caldo per il quotidiano della capitale britannica come documento, o forse solo per condividere una delle emozioni più forti che mi è capitato di provare durante la mia carriera di giornalista.

“Sarà Brexit. Mentre si contano gli ultimi voti, il risultato vede il Leave raccogliere il 51,8% dei consensi, mentre il Remain si ferma al 48,2%. Il paese si è spaccato ma la maggioranza ha deciso, puntando sull’uscita di Londra dall’Unione Europea. La sterlina crolla su se stessa. Il Regno Unito, guidato da un leader che prima ha voluto il referendum e poi lo ha perso, si ritrova praticamente privo di un governo. Se, anzi quando, David Cameron lascerà il passo, sarà molto probabilmente Boris Johnson a succedergli.

Lungi dall’essere un esempio, come tante volte è stata, la Gran Bretagna mette in luce i limiti della democrazia diretta ponendo fine al sogno europeo. Ai sudditi di Sua Maestà, si sa, piace scommettere, ma questa volta l’azzardo potrebbe costare caro. Le conseguenze arriveranno a cascata. Chi ha il patrimonio in pounds si trova da un giorno all’altro impoverito, mentre l’instabilità dei mercati non gioverà a nessuno, a partire dal Vecchio Continente. La Brexit ha creato un precedente, e adesso si sa che si può uscire dall’Unione, e come farlo. E pazienza se è il risultato di uno sforzo che definire populista è riduttivo, dove qualcuno degli attori (Nigel Farage, leader dell’Ukip) è arrivato ad accusare gli immigrati del troppo traffico sulle strade dopo essersi presentato con sei ore di ritardo a un convegno. Si apre una fase nuova. Londra ha scritto una pagina di Storia, un’altra volta. Con l’alba tramonta l’Unione Europea come l’abbiamo conosciuta. Sarebbe cambiata comunque, ma in questa maniera è tutta un’altra cosa.

Il pensiero va ai nostri connazionali che hanno puntato sul Regno Unito per rifarsi una vita, in maggioranza giovani, ma non solo. Londra ha accolto tutti, ha dato una possibilità anche a chi era avanti negli anni, e adesso tutto questo, semplicemente, rappresenta il passato. Senza visto, niente lavoro. Semplice. Un po’ come da noi. E improvvisamente ci scopriamo – ma chi a Londra ci vive lo sapeva da tempo –  immigrati. Trattati con sufficienza, poco integrati, anche se fondamentali. Trattenere i migliori, gli altri si arrangino. E’ accaduto in una fredda notte d’inizio estate. Forse è giusto così. Ma adesso lasciateli provare a immaginare un futuro lontano dal paese in cui avevano riposto i sogni”.

 

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Brexit, le colpe di Cameron

Ci siamo. Dopodomani si decide sul Brexit (Great Britain Exit), espressione giornalistica per definire l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La consultazione è stata convocata dal premier David Cameron, che con questa arma guadagnò parte del sostegno necessario a vincere le elezioni del 2015 e a formare un governo monocolore contro buona parte delle previsioni.

Nel febbraio scorso Cameron volò a Bruxelles per un summit tra i vertici UE. L’obiettivo era strappare una modifica degli accordi, una specie di statuto speciale per la Gran Bretagna che garantisse un sostegno alla campagna per restare in Europa. La strategia era quella di depotenziare il referendum concordando a livello politico garanzie particolari: servivano prede da dare in pasto a un paese sempre più allarmato dalla violenza, dal costo della sanità pubblica e dai benefit profusi agli stranieri che arrivavano in massa. Argomenti sfruttati dalla propaganda nazionalista in maniera spesso alquanto discutibile, ma efficace (vedi foto).farage road delays

Le negoziazioni a Bruxelles furono estenuanti. Il premier non ottenne tutte le concessioni, ma anche se la vittoria non fu netta, riuscì a garantire al paese mani sciolte rispetto a un’Unione che mirava a diventare “sempre più stretta”, oltre che lo stop temporaneo dei benefit agli stranieri. Last but not least, le modifiche sarebbero state cristallizzate con l’inserimento del testo nei trattati UE, da effettuare alla prossima “apertura” dei documenti: al momento è limitato al rango di semplice  accordo intergovernativo.

Tanto doveva bastare, nella mente dell’ex Eton e Oxford, a rassicurare gli elettori. Io “non amo Bruxelles, amo la Gran Bretagna e il mio lavoro è proteggere il mio Paese”, sottolineava allora, garantendo che, grazie all’accordo, Londra sarebbe stata “fuori da un’Unione sempre più stretta, fuori da un super-stato europeo e non adotterà mai l’euro”. In sintesi? “Credo che sia abbastanza per raccomandare che il Regno Unito rimanga nell’Unione Europea, prendendo il meglio dei due mondi”. La filantropia, al contrario del pragmatismo, non è mai stata il piatto forte alla corte di Sua Maestà.

LE MOTIVAZIONI – Per capire in che modo il Brexit sia arrivato all’ordine del giorno, bisogna partire da qualche anno fa, e precisamente dall’allargamento a Est della UE e dalla crisi economica cominciata nel 2008.
Non è un mistero che l’UK, e Londra in particolare, siano la Mecca per moltissimi cittadini europei senza lavoro. Stipendi alti per gli specializzati (la “fuga dei cervelli”) e la possibilità di un impiego, almeno quello, per tutti gli altri, con una serie di benefit statali pronti a scattare quasi subito, tra cui l’assistenza sanitaria gratuita.

Italiani, spagnoli, francesi lo sapevano da anni: ma negli ultimi anni ad attraversare la Manica sono stati sempre più i cittadini  che vivevano al di là di quella che un tempo fu la Cortina di ferro, in cerca della possibilità di rifarsi una vita. I documenti comunitari consentono di passare la frontiera senza problemi per approfittare delle occasioni che la Gran Bretagna può offrire.
Gli imprenditori, in massima parte, apprezzano: manodopera a basso costo, composta da disperati senza possibilità di contrattare e disposti a fare i lavori che i Britons scartavano. Le procedure burocratiche per i comunitari erano ridotte ed esentavano i nuovi venuti dall’obbligo del visto di lavoro. Una pacchia per le migliaia di ristoranti della capitale, per l’edilizia, l’assistenza domiciliare di malati (badanti e infermieri). E infatti, complice la ricchezza circolante e la crisi che colpiva ovunque, ma non qui,  Londra si è trasformata parecchio negli ultimi anni.
Interi quartieri sono stati costruiti o riqualificati, il valore delle case è salito alle stelle e la sterlina si è rafforzata. Come meta turistica, la capitale inglese ha pochi paragoni, complici anche eventi di risonanza mondiale come le Olimpiadi del 2012, l’offerta di concerti e prime visioni di risonanza globale, il teatro.

Non solo. Sempre più lavoratori qualificati hanno continuato a prendere il traghetto a Calais (o l’Eurotunnel alla Gare du Nord) per cercare gloria in UK: ingegneri, scienziati, medici, e così via. La strategia del soft power inglese prevede che questi “talenti” siano incentivati a legarsi alla Gran Bretagna a livello affettivo, per averli sempre a disposizione al servizio della nazione. A volte funziona, a volte meno. Nell’industria e nella ricerca, di solito, lo fa. Ma nelle sale d’aspetto dei pronto soccorso non è infrequente trovare un medico greco che cerca di curare un paziente del Bangladesh: entrambi parlano un inglese approssimativo (sempre ammesso che il paziente lo conosca),si comunica a gesti, il  tutto sotto gli occhi di un’infermiera magari spagnola che non può fare niente per aiutarli.

UMANO, TROPPO UMANO – Da qui  a prendersela con gli immigrati il passo è breve per politici che intravedono la possibilità di fare il colpo della vita. Legarsi al treno del Leave è una tentazione forte; non solo per Farage e la sua Ukip, ma per un clan trasversale che trascende gli schieramenti e vede lo stesso David Cameron contrapposto a ministri e parlamentari conservatori di peso. Non sta meglio Jeremy Corbin, leader dei laburisti: simpatie – e anche qualcosa in più – a sinistra, ma una base e un gruppo dirigente divisi.

Ma per chi conosce un po’ le cose del Regno Unito, l’impressione è che la questione sia stata ampiamente strumentalizzata. Da Cameron, innanzitutto.
La Gran Bretagna gode da sempre di uno status particolare all’interno dell’Unione Europea, il cui aspetto più visibile è che non ha aderito alla moneta unica. A Londra si usa ancora la sterlina, e i trattati di Schengen sulla libera circolazione sono applicati solo parzialmente.

Il referendum è stato un ottimo argomento da campagna elettorale: ma probabilmente l’arma è sfuggita di mano al leader britannico che ora si trova a gestire una patata bollente. Certo Cameron non poteva prevedere il terrorismo e l’insicurezza diffusa di questi mesi. Ma la democrazia diretta presuppone questioni semplici e basi elettorali  informate e ristrette: due condizioni che in questo caso mancano del tutto, rendendo la votazione un’incognita. Il premier non ha la statura e l’eloquio di Obama,  forse nemmeno di Blair: è un cinquantenne di ottima famiglia con l’aria da bambinone, che si trova al comando di una delle nazioni più influenti del mondo, ma non è in grado di spostarne gli equilibri col carisma personale.

LE CONSEGUENZE – In caso di vittoria del Leave, le conseguenze di un’uscita della Gran Bretagna sull’economia interna sarebbero importanti, a partire dal valore della sterlina, che crollerebbe. I contratti internazionali e gli accordi intergovernativi andrebbero discussi da capo introducendo un vuoto normativo e una fase di incertezza che potrebbe protrarsi per una decina d’anni. Le conseguenze sull’economia reale non sarebbero da meno. La manovalanza disperata e a basso costo che adesso abbonda scarseggerebbe, mettendo in crisi moltissime attività costrette a chiudere.
Molti capitali lascerebbero la City, e si aprirebbe una crisi dell’immobiliare con un calo dei prezzi dovuto alla perdita del ruolo di capitale finanziarie dell’Unione Europea. Gli headquarters delle grandi società potrebbe muoversi altrove (Francoforte, qualcuno anche a Milano), impoverendo la città e costringendo a ripensarne la geografia a partire dallo skyline di aree come Canary Wharf. Sarebbe la fine della libera circolazione delle merci tra l’Isola e il continente, con conseguenti dazi e dogane a gravare sulle merci made in UK.
Risulta difficile immaginare che i rapporti a livello governativo possano essere gli stessi. L’uscita del Regno Unito potrebbe essere interpretata – per una volta – come una sfida da un’Unione Europea in cerca di identità.
Oltre Atlantico, gli USA, interessati alla stabilità dei mercati, hanno mostrato di preferire la permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione. Non solo: Londra rappresenta una testa di ponte troppo importante per contrattare con la UE, ad esempio sul  recente trattato di libero scambio, la cui approvazione è osteggiata nel Vecchio Continente  da una discreta fetta di popolazione.
Per la Gran Bretagna si aprirebbe, in sintesi, un periodo di incertezza difficile da gestire, che richiederebbe mano ferma e capacità di governo di cui probabilmente non dispone.

I vantaggi ovviamente non mancano. La sovranità monetaria senza scadenza, mano libera negli accordi internazionali, possibilità di chiudere le frontiere e di cercare alleanze su misura per un mondo che sta cambiando. Russia (ma con quali complicazioni?), Cina e India sono tra i possibili partner. Uscire dalla UE renderebbe inoltre nulle le disposizioni comunitarie, consentendo politiche su misura e un risparmio economico sulle cifre versate ogni anno nelle casse dell’Unione: un ottimo specchietto per le allodole.

INCERTEZZA – Come andrà a finire, nessun lo sa. Dopo l’assassinio di Jo Cox, pare che il vento, che nelle scorse settimane spirava in favore del Brexit, stia cambiando. La cronaca nera potrebbe aver scosso l’opinione pubblica dal torpore più delle parole dei leader. Non essendoci precedenti in Europa, non è possibile fare stime accurate dell’affluenza alle urne, variabile importante. Ma, comunque vada a finire, di questo lungo giugno resteranno due lezioni. La prima è il patrimonio di conoscenze sulle motivazioni che spingono a un popolo a voler uscire, e che rimarrà a disposizione di chi resta. In UK il dibattito è stato snocciolato, sviscerato da mesi: molti nodi sono stati individuati, a beneficio di chi saprà farne tesoro.
La seconda è che quando si usa la politica per fini personali, spesso se ne paga il conto.

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TiSOStengo: la salute a portata di click

L’annuncio ufficiale non è  ancora stato dato,ma  TiSOStengo è online. In effetti, il portale è in rete da marzo, ma ha dovuto essere sottoposto a una fase di test necessaria per metterlo a punto. L’idea è innovativa: le funzioni di ricerca consentiranno di rintracciare le strutture sanitarie e assistenziali più vicine grazie alla geo-localizzazione. I professionisti potranno registrarsi sul sito e attrarre nuovi pazienti anche pubblicando interventi su tematiche mediche che ne dimostrino la competenza, mentre gli utenti potranno porre domande pubbliche ai medici (gratis) o inviare un messaggio privato (funzionalità su abbonamento).

tisostengo screenshot

Il motore che muove il sito è realizzato con le più recenti tecnologie ed è estremamente potente, mentre il layout è semplice. TiSOStengo nasce da un’idea di Vittorio Fontanesi, brianzolo di 34 anni con un passato in finanza come gestore di fondi per una delle più importanti realtà italiane. La sua esperienza familiare lo ha portato a essere il vero sostegno della sua famiglia nelle vicissitudini di salute che ha dovuto affrontare nel corso degli anni. Ora ha deciso di provare a metabolizzare il tempo passato tra le corsie degli ospedali e rilanciare, facendone un progetto che può essere di aiuto a molti. A me sembra un’idea, come direbbero gli inglesi, disruptive. E non perché ci lavoro. Nei prossimi giorni aprirà un blog che racconterà meglio tutti i passaggi. Intanto, se volete, potete dare un’occhiata al sito e alla testata di TiSOStengo. Buona lettura!

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Larger than life

Claudio Ranieri ha compiuto un’impresa da leggenda. Lui e il suo Leicester hanno vinto la Premier League, alla faccia di compagini milionarie possedute da sceicchi e guidati da tecnici molto più blasonati.

E’ vero, l’abbiamo sottovalutato: eppure non ha mai fatto veramente male. Solo, non ha vinto. Man mano che accumulava grandi squadre in curriculum, crescevano le attese: ma in Inghilterra restava The Tinkerman, mentre in Italia era semplicemente il Normalizzatore. Sarà per l’aria serafica, sarà per i modi composti; sarà perché, in effetti, in una situazione caotica (come quella dell’Inter post-Triplete) serve sempre uno così; ma forse il problema di Ranieri e’ che non ha mai trovato una squadra veramente sua. Arrivava ad aggiustare i cocci lasciati da altri, poi se ne andava.

Dicevano fosse finito, dopo la fallimentare esperienza con la nazionale greca, culminata con la sconfitta casalinga per 0-1 contro le Faer Oer. Probabilmente, ci avrà creduto anche lui. E invece, gli dei del calcio lo hanno avuto caro. Se lo sono preso, e portato in spalla fino al trionfo che vale una vita.

Viene da chiedersi cosa spinga un presidente ad assumere uno così e dergli fiducia, contro tutti. Forse lo stesso genio che portò Berlusconi a scegliere Sacchi (dalla serie C alla Coppa dei Campioni nel giro di tre anni ) o Capello (da un ufficio a un’altra Coppa dei Campioni). Forse qualcuno vede più lungo dei giornalisti,  che per mestiere devono riempire pagine e  spesso sono solo capaci di saltare sul carro del vincitore.

Ne siamo felici. Sta di fatto che Claudio Ranieri ha realizzato, assieme ai suoi uomini, un’epopea da leggenda, definita “la più grande impresa dello sport”.

Anche Mourinho gli si è riavvicinato. Forse lo Special One si è reso conto di aver esagerato, approfittando della mitezza dell’uomo. E anche del fatto che, questa volta, a essere esonerato e uscire a orecchie basse non è stato il romano. L’impresa di Claudio vale almeno quanto la prima  Champion’s targata Setubal, quella col Porto senza giocatori di grido, forse di più. Perché  – Josè dixit – non sempre la squadra migliore vince una Coppa; ma è sempre la migliore che vince il campionato.

Ieri c’è stata la festa scudetto in Inghilterra. Sono partiti pullman da Milano, tre giorni di viaggio, solo dodici ore nella perfida Albione. Ma assistere al trionfo di Davide contro i Golia nella patria del football non ha prezzo.

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